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17 ott 2010

Kristina, la sexy pirata che rubava milioni in Rete


LA STORIA ARRESTATA DALL'FBI. RICERCATA UNA COMPLICE. OTTANTA NELLA BANDA

Kristina, la sexy pirata che rubava milioni in Rete

Studentessa a New York, apriva conti e dirottava soldi La copertura Arrivate negli Usa per studiare, alcune lo facevano davvero, per altre era solo una copertura

WASHINGTON - Alcune delle «cavalline» erano scialbe. Altre sexy. Comunque furbe. E abbastanza sveglie da aiutare una banda di pirati informatici capaci di sottrarre a ignari americani tre milioni di dollari. Diverse «cavalline» sono state arrestate dall'Fbi. Come Kristina Svechinskaya, 21 anni, finita poi sui giornali non solo per le sue imprese criminali ma anche per l'aspetto. La foto di Kristina Izvekova, 22 anni, è invece comparsa nel poster «Wanted» dei federali. La cercano insieme ad un bel gruppo di complici, tutti membri della stessa gang. Quasi 80 persone sparse tra Stati Uniti e Ucraina, Russia, Moldavia, Bielorussia e Kazakhstan.
I «cervelli», inviando email innocenti, hanno infilato virus nei computer di dozzine di persone. «Bachi» in grado di carpire informazioni cruciali. Tenendo d'occhio l'attività delle vittime, gli hacker si sono impossessati di Pin, codici d'accesso alle banche online e tutto quello che poteva servire per la stangata. Poi, una volta ottenuti i dati, i banditi hanno iniziato a dirottare somme di denaro su una rete di conti. Ad aprirli le «cavalline».
Le due Kristina, così come Katalina, Yulia, Marina, Almira, sono arrivate negli Stati Uniti «per studiare». Alcune lo facevano davvero. Per altre si trattava di una semplice copertura. I capi della banda le hanno agganciate perché le conoscevano da prima oppure attraverso ricerche su Facebook e annunci sui giornali.
I ragazzi terribili sono passati rapidamente all'azione. Invece che perdere tempo sui libri, si sono dedicati all'apertura di piccoli conti negli Stati Uniti, dove far confluire il denaro. Per non destare sospetti, hanno mostrato documenti falsi, quasi sempre passaporti greci. A questo punto è scattata la seconda terza fase. Le «studentesse» hanno spostato il denaro dai conti americani a quelli disseminati in Europa.
Stroncare la gang non è stato facile. L'Fbi, in collaborazione con il Dipartimento di polizia di New York, ha indagato per ben 18 mesi cercando di ricomporre i vari segmenti del network. E solo pochi giorni fa ha potuto lanciare la retata che ha portato in prigione 39 elementi, in gran parte «cavalline» e «cavalli» presenti sul territorio americano. La Svechinskaya è diventata una dei trofei mentre l'altra Kristina si è tramutata nel simbolo dei latitanti. Per l'Fbi avrebbe lasciato l'America nel mese di settembre.
La storia non si è però chiusa con il clic delle manette. Come per un'altra russa celebre, la spia Anna Chapman, il caso ha avuto una coda per le foto delle protagoniste. I tabloid si sono lanciati sulle immagini - alcune lasciate su Facebook - dalle protagoniste. E Kristina Svechinskaya è stata ribattezzata la «hacker più sexy del mondo». Giocando su aspetto ed età dei protagonisti, i legali hanno cercato di sminuirne il ruolo: «Sono solo degli ingenui coinvolti in un gioco più grande di loro». Sarà. Ma le immagini con volti sorridenti e pose ammiccanti sui social network sono state sostituite dalle quelle segnaletiche dell'Fbi.

3 apr 2010

Dal petrolio allo spazio, patto tra Putin e Chavez


Il premier russo in visita a Caracas. Siglata una serie
di accordi. Il leader venezuelano: «Giornata storica»



Putin e ChavezCARACAS - Dopo le sette visite a Mosca di Hugo Chavez, il premier russo Vladimir Putin è arrivato per la prima volta in visita a Caracas. I due leader, attraverso una serie di accordi in diverse aree, tra i quali spicca una joint venture nel settore petrolifero che richiederà investimenti per 30 miliardi di dollari in cinque anni, hanno rafforzato l'alleanza strategica tra i due Paesi. «È una giornata storica per il Venezuela», ha scritto Chavez nel libro dei visitatori della nave scuola russa Kruzehtem, attraccata al porto di La Guaira, sulla quale è salito insieme all'ospite.

PETROLIO - Al termine di una lunga giornata di colloqui, Chavez e Putin hanno infatti firmato una trentina di accordi, il più importante dei quali prevede la nascita di una compagnia petrolifera detenuta per il 60% dal Venezuela e per il 40% da un consorzio russo, che ambirà a produrre fino a 450.000 barili di greggio al giorno nel "blocco 6" del ricchissimo giacimento del bacino dell'Orinoco, nell’est del Venezuela.

CORSA ALLO SPAZIO - Putin ha sbloccato 600 milioni di dollari, primo versamento di un totale di un miliardo di dollari nel quadro dello sfruttamento del "blocco 6". Sebbene nessun accordo tra quelli firmati faccia direttamente riferimento al settore aerospaziale, Chavez ha voluto ringraziare la Russia per aver offerto al Venezuela la sua "gigantesca esperienza" in materia spaziale. «Il Venezuela è ormai entrato nella corsa allo spazio», ha detto il presidente venezuelano, senza fornire altri dettagli, nel corso di una conferenza stampa tenuta al termine dell'incontro con Putin. Chavez ha anche detto che Caracas e Mosca non «stanno costruendo un'alleanza contro gli Stati Uniti».

AMERICA LATINA - In ogni caso, una Russia quasi di casa in Venezuela. Più o meno a quanto punta anche il boliviano Evo Morales approdato a sua volta a Caracas, per ottenere da Putin un credito per 100 milioni di dollari per forniture militari ed un Antonov per lui. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno mobilitato il segretario per gli affari interamericani Arturo Valenzuela che domenica approda in Ecuador (dove Rafael Correa vorrebbe incontrarsi con Barack Obama), per poi recarsi in Colombia e Perù. D'altra parte anche Pechino non sta a guardare. Chavez ha sottolineato che il 17 aprile visiterà Caracas il presidente cinese Hu Hintao. Proveniente da Brasilia - da dove poi si recherà in Cile - dove parteciperà ad un vertice del Bric (Brasile, Cina, India e Russia). Da rilevare in merito che, prima di recarsi al summit convocato da Lula, il presidente Dimitri Medvedev compierà una visita ufficiale in Argentina, la prima di un capo di Stato russo in 125 anni di relazioni.

GLI INDUSTRIALI BATTONO I BANCHIERI Ecco la mappa dei manager d'oro



Puri Negri al vertice con 14 milioni. Oltre i 4 milioni Tronchetti, Montezemolo, Marchionne, Profumo e Scaroni



MILANO — Carlo Puri Negri (ex vicepresidente esecutivo di Pirelli Re) con 14 milioni di euro, Claudio De Conto (ex direttore generale di Pirelli) con 7,3 milioni e Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli) con 5,6 milioni. È questo il podio dei manager più pagati di Piazza Affari nel 2009, in base alle informazioni finora disponibili (alcune società quotate devono ancora comunicare i dati) sui compensi lordi. In due casi su tre vince l'«effetto liquidazione»: a Puri Negri sono andati 9,4 milioni come indennità per anticipata cessazione del mandato, in un anno in cui la società ha chiuso con un rosso di 104 milioni per lo «sboom» del mattone; e a De Conto 5 milioni circa come liquidazione corrispondente a circa tre annualità. Mentre a Tronchetti Provera una quota del compenso, circa 2 milioni, sarà versata in futuro in percentuale variabile, condizionata al raggiungimento di determinati obiettivi, sulla base del piano di incentivazione per i vertici.

Se, invece, si restringe il campo alle sole prime venti società a maggiore capitalizzazione, e ai loro presidenti e amministratori delegati, a svettare è Luca Cordero di Montezemolo, presidente Fiat (e Ferrari) con 5.177.000 euro. Segue Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo torinese, a quota 4.782.000 euro. E, a ruota, Pier Francesco Guarguaglini, numero uno di Finmeccanica, con 4.712.000 euro. Sono questi i dati che emergono dalla lettura dei bilanci 2009 delle società quotate in Borsa. In classifica sono diversi gli «aumenti» concessi ai top manager. Sono, per esempio, in crescita rispetto all’anno precedente i pacchetti retributivi tanto di Montezemolo quanto di Marchionne. Per il primo, il grosso del compenso (4,5 milioni tra fisso e variabile) è dovuto alla carica in Ferrari. Per il secondo, a 3 milioni di emolumenti e 1,3 milioni di bonus e altri incentivi. E per tutti e due ci sono le somme accantonate nel 2009 dalle società, 824 mila euro per il primo e 961 mila euro per il secondo, in caso di interruzione del rapporto di collaborazione. Proprio tra pochi giorni, il 21 aprile, Fiat presenterà il piano industriale 2010-2014, molto atteso in un momento in cui il gruppo si trova di fronte alle opportunità dell’integrazione con Chrysler, ma anche all’addio agli incentivi per l’auto del 2009. Tornando alla classifica, gli aumenti di stipendio proseguono anche in alcune delle posizioni successive: dall’amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo, con 4,3 milioni contro i 3,5 milioni del 2008 (e, in caso di licenziamento o di revoca senza giusta causa, il banchiere ha diritto a ricevere un’indennità pari a 36 mensilità) fino a Paolo Scaroni, alla guida dell’Eni, con quasi 4,3 milioni rispetto ai 3,1 milioni del 2008. Seguono Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa, con 3,8 milioni (circa 3milioni nel 2008, quando la banca aveva dimezzato i bonus variabili) e Fedele Confalonieri di Mediaset (3,5 milioni). Ai compensi milionari 2009, l’anno della crisi, vanno poi aggiunti eventuali integrazioni per chi ricopre ruoli anche in altri gruppi. Senza contare i pacchetti di stock option.

22 mar 2010

Ragazza di Singapore sogna di diventare milionaria e chiede donazioni



Una ragazza di Singapore ha svelato la sua intenzione di diventare milionaria in un anno, chiedendo ai connazionali di donare almeno 10 centesimi ciascuno per consentirle di raggiungere lo scopo.



Il Sin Chew Daily conferma che la 21enne è già entrata in azione. In un video postato su YouTube la donna ha raccontato di essere disoccupata e di non avere nessuna voglia di lavorare.

Lei spera di coronare il sogno prima del prossimo compleanno, ma in pochi sembrano disposti a sostenere il suo conto corrente. Anzi l’iniziativa è stata ampiamente condannata dagli utenti. Qualcuno l’ha censurata, per il tentativo di raccogliere i frutti senza aver seminato. Altri hanno suggerito un check-up psichiatrico.


Non è il primo caso del genere. Ricordiamo che pochi anni fa un giovane aveva creato un sito dove esprimeva il desiderio di ricevere in regalo una Ferrari dagli internauti. Anche allora fu un fallimento.

Il sogno di diventare ricchi è piuttosto diffuso nel mondo. Qualcuno si affida alle lotterie. Altri cercano fortuna nelle professioni, nelle attività d’impresa e nelle sfide di mercato. La ragazza di Singapore ha scelto una strada diversa. I primi indizi non sono promettenti per lei.

Passa la riforma sanitaria di Obama


Sanità, via libera a Obama



(Teleborsa) - Roma, 22 mar - Vittoria storica per il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha ottenuto il "sì" della Camera alla riforma sanitaria, un sogno coltivato per oltre un secolo dai suoi predecessori diventato ora una realtà.
La Camera dei Rappresentanti ha approvato per 219 voti a favore (tre più dei 216 necessari) e 212 contrari il progetto di legge che aveva ricevuto già l'approvazione dal lo scorso dicembre. La riforma ha ottenuto il via libera anche grazie al voto degli anti-abortisti, che sono riusciti a strappare un accordo al numero uno della Casa Bianca.

"Stasera abbiamo dimostrato che siamo un popolo ancora in grado di fare grandi cose". "Il voto è stato una vittoria non di una parte politica, ma del popolo", è "una nuova pietra posta per la costruzione del sogno americano", ha commentato Obama aggiungendo la riforma "non risolve tutti i problemi, ma va nella giusta direzione".

fonte

12 mar 2010

Truffa milionaria: una coppia ricava 16 milioni di dollari in un solo giorno


Una volta avvocato, un’ora dopo commercialista, due ore dopo banchiere: grazie a questa dote camaleontica, allo “spirito di iniziativa” e a una truffa organizzata fin nei minimi dettagli, da far invidia a Ocean’s Eleven, un uomo di 50 anni di Flushing (nell’immagine la sua abitazione), Matthew McEntee, coadiuvato dalla compagna Mariwa M. Mora di 45 anni, ha ricavato ben 16 milioni di dollari in un solo giorno.

Cifre quasi da libro dei record: in sole 24 ore, i due sono riusciti a raggirare ben 12 persone, sottraendo beni e proprietà di lusso di ogni genere, fino ad arrivare alla cifra appena nominata.

Le promesse fatte dai due abili truffatori, compresa quella di far raddoppiare il denaro in poco tempo, ha fatto sì che i due riuscissero a spillare migliaia di dollari in contanti, in diamanti, in gioielli, in oro, oltre alle proprietà.

I due però devono aver trascurato almeno un dettaglio importante, tant’è che sono stati arrestati; se le accuse verranno confermate nei loro confronti, potrebbero dover scontare fino a 25 anni di carcere.

deluxeblog

8 mar 2010

Norvegia, ecco la prigione extralusso


Graffiti sulle pareti in perfetto stile Banksy, illuminazione curata da Philips, uno studio di registrazione, stanze simili a quelle di un albergo, palestra, televisori al plasma e design contemporaneo: dal primo aprile aprirà in Norvegia un carcere molto speciale. Si chiama Halden Prison ed è già passata alla storia come "la prigione a cinque stelle". Sarà il secondo istituto penitenziario più grande del paese, con circa 250 carcerati, e per la sua costruzione sono stati investiti 217 milioni di dollari, di cui uno interamente utilizzato per la cura dell'aspetto decorativo della struttura
repubblica

4 mar 2010

Marchionne rinvia ad aprile il «tormentone» spin-off



Del sempre molto chiacchierato spin-off dell'auto Fiat si parlerà il 21 aprile. Lo ha detto l'amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, al Salone dell'Auto di Ginevra. «È un tormentone - ha affermato il top manager - ne parleremo il 21 aprile quando presenteremo il piano di sviluppo».



Nulla di nuovo, intanto, sul fronte Peugeot. Così Marchionne rispondendo alla domanda di un giornalista al Salone dell'auto di Ginevra sulla possibilità di allargare l'alleanza Fiat-Chrysler al costruttore francese. «Per il momento no - ha detto l'ad del Lingotto - le relazioni sono ottime per i veicoli commerciali. Lo sviluppo continuerà ad andare avanti».

Marchionne ha anche fatto il punto sull'andamento del mercato dell'auto. «In Italia bisognerà aspettare il 2013 per una normalizzazione. Senza incentivi il mercato italiano si attesterà a quota 1.750.000». Quanto al futuro dello sviluppo sul piano tecnologico, quello sulla mobilità elettrica «è uno degli impegni che ci stiamo prendendo. Ma non sarà l'unica soluzione al problema della mobilità europea».

Ben diverse le prospettive del mercato brasiliano. «Le previsioni sono di un grandissimo 2010 e non vediamo niente all'orizzonte che ci preoccupi», ha detto Marchionne, che ieri ha inaugurato uno stabilimento della controllata Cnh. «È stata una grandissima giornata con il presidente Lula. Abbiamo lavorato per molti anni al progetto. Finalmente abbiamo creato uno stabilimento che a livello internazionale è il più avanzato che abbiamo in una Paese che tira». Assieme a Marchionne era presente in Brasile anche il vicepresidente di Fiat, John Elkann, che ha osservato: «In Brasile le cose vanno molto bene. C'è tanta positività. Il presidente Lula è un personaggio molto carismatico, pragmatico, una bella persona. Ha una popolarità incredibile».

Riguardo all'annunciata chiusura dello stabilimento di Termini Imerese Fiat «farà tutto quello che è necessario per traghettare l'azienda e portarla da un'altra parte. Invito tutti quanti a fare discorsi seri e precisi per aiutare i lavoratori a uscire da questo problema». Marchionne ha anche detto: «Non voglio più aggiungere niente su Termini. È un problema che sta diventando difficile da gestire dal punto di vista mediatico. Andiamo ad aggiungere pezzettini e cerotti a un discorso che era di una semplicità e chiarezza incredibile. Quello che mi dispiace veramente è che tutta questa storia la stanno vivendo sulla loro pelle i lavoratori». Marchionne ha anche ribadito di non essere a conoscenza di nessuna delle proposte di cui ha parlato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola.

Subito dopo l'intervento di Marchionne a Ginevra le azioni di Fiat hanno reagito bene in Borsa. I titoli della società torinese, che prima arretravano di mezzo punto percentuale al minimo di 8,14 euro, hanno virato al rialzo e alle ore 15,30 guadagnavano lo 0,36% a 8,28 euro.

10 feb 2010

I marchi dell'Impero Berlusconi


Canale 5



Nel 1978 Silvio Berlusconi fonda Telemilano, tv locale via cavo del quartiere residenziale Milano 2. Due anni dopo la rete si trasforma in Canale 5, circuito di emittenti che trasmette su scala nazionale. Il marchio Canale 5 viene registrato nel novembre 1979: "5" perché il gruppo punta a piazzarsi subito dopo le tre reti RAI e Telemontecarlo. Nel 1980 il logo di Canale 5 appare sugli schermi in sostituzione di quello di Telemilano e hanno inizio le trasmissioni in tutta Italia

Italia 1


Nel gennaio 1982 l'editore Edilio Rusconi dà vita a un network televisivo nazionale (Italia1) che si appoggia a una ventina di emittenti regionali. Capofila è la tv milanese Antenna Nord. Nel novembre dello stesso anno il gruppo Rusconi cede a Fininvest il 51% della rete, che viene poi fusa con Canale 10 per fondare la nuova Italia 1, emittente rivolta a un target giovanile.

Rete 4


Nel 1981 l'Arnoldo Mondadori Editore entra nel settore televisivo fondando Retequattro, che inizia le trasmissioni nel gennaio del 1982. La situazione debitoria spinge presto alla cessione della rete, che viene acquistata nell'agosto del 1984 dalla Fininvest di Berlusconi e diventa il terzo canale del Gruppo. Il polo televisivo delle tre reti viene denominato RTI (Reti Televisive Italiane) e affiancato da una concessionaria pubblicitaria esclusiva, Publitalia '80.

Milan



Il Milan Football and Cricket Club viene fondato il 16 dicembre 1899, ma la sua nascita viene resa pubblica solo due giorni dopo con un articolo della Gazzetta dello Sport. Milan, nome inglese della città di Milano. Presidente è Alfred Ormonde Edwards, e la sede viene stabilita presso la Fiaschetteria Toscana di Via Berchet. Nel 1936 cambia il nome della società, da Milan F.C. a Milan Associazione Sportiva. Nel marzo 1986 Silvio Berlusconi ne diventa il 21° presidente.

Mondadori


Nel 1907 il diciottenne Arnoldo Mondadori inizia l'attività editoriale pubblicando il periodico Luce!. Ottant'anni dopo, nel 1989, si apre un periodo di instabilità dell'assetto azionario della Arnoldo Mondadori Editore. La cosiddetta "battaglia di Segrate" si conclude nel 1991 con il passaggio della Mondadori (libri, periodici e stampa) al Gruppo Fininvest e dell'Espresso (Repubblica e i quotidiani regionali) al Gruppo CIR. Nel 2003 Marina Berlusconi diventa presidente della Mondadori.

Mediolanum


Nel 1982 Ennio Doris in partnership con il Gruppo Fininvest fonda Programma Italia, per fornire una consulenza globale sulla gestione del risparmio e la previdenza. Negli anni successivi vengono acquistate le compagnie assicurative Mediolanum Vita e Mediolanum Assicurazione e creata Gestioni Fondi Fininvest. Nel 1995 nasce Mediolanum spa, holding di tutte le attività del settore: Programma Italia si trasforma due anni dopo in Banca Mediolanum, con l'aggiunta di servizi bancari.

Telecinco


Nel 1990 Fininvest partecipa con il 25% alla nascita di Telecinco, emittente televisiva generalista spagnola che in pochi anni diventa una delle tv commerciali più redditizie d'Europa. Telecinco nasce sul modello di Canale 5. Nel 1997 Mediaset acquisisce la partecipazione del 25% dell'emittente e nel 2003 ne diviene azionista di riferimento. L'anno successivo Telecinco viene quotata alla Borsa di Madrid.

Tgcom


Nel 2000, per sviluppare il settore dei new media (canali tematici digitali, Internet e teletext), nasce Mediadigit, oggi divisione di RTI. Tra le principali iniziative sul web, la testata online Tgcom nata nel marzo del 2001. In pochi anni TgCom ha avuto uno sviluppo esponenziale sulla rete ed oggi tra i primi siti di informazione internet in Italia. Con un'offerta ampliata dalla nuova radio del gruppo Mondadori, R101.

Mediaset


Nel 1993 vengono conferite a Mediaset le attività di acquisizione e gestione di diritti televisivi e le partecipazioni nelle società di produzione e distribuzione di film del Gruppo Fininvest. Tra il 1994 e il 1995 Mediaset rileva il controllo di Publitalia '80, concessionaria per la raccolta pubblicitaria dei network del Gruppo, e di RTI, titolare delle tre concessioni televisive. Acquisisce anche il controllo delle società Videotime ed Elettronica Industriale, cui fa capo la rete di diffusione del segnale televisivo su tutto il territorio nazionale.

R101


Nel marzo del 1975 Angelo Borra fonda Radio Milano International, che nel 1986 si trasforma in una syndication e due anni dopo è battezzata 101 Network. Nel 1999 il nome viene corretto in Radio 101 One-o-One. Nel 2005 il Gruppo Fininvest entra nel settore radiofonico con l'acquisto dell'emittente nazionale da parte di Mondadori: Radio 101 One-o-One viene rilanciata con il marchio R101.

Endemol



Endemol nasce nel 1994 dalla fusione di due importanti società di produzione televisiva olandesi, di proprietà rispettivamente di John de Mol e Joop van den Ende. Il nome Endemol deriva dall'unione dei cognomi dei due produttori, Ende-Mol. Nel 2000 il gruppo è stato acquistato da Telefònica e nel 2007 è passato a un consorzio formato da Goldman Sachs Capital Partners, Mediacinco Cartera (Mediaset) e il fondo Cyrte.


Medusa



Medusa Film nasce nel 1995 e conquista in pochi anni una posizioni di vertice nel panorama cinematografico italiano, con la produzione e distribuzione di film, la gestione di sale cinematografiche, e l'home entertainment. Il gruppo è presente con i marchi MedusaCinema e Medusa Multicinema nel settore dell'esercizio cinematografico, con il marchio Medusa Video in quello dell'home entertainment. Nel 2007 viene acquisita dal gruppo Mediaset.

"Il figlio più piccolo", storia di un immobliarista cialtrone e senza scrupoli


Presentato a Roma, interpretato da Christian De Sica. Accanto a lui Laura Morante e Luca Zingaretti
L'Italia dei furbetti del quartierino
Avati: "Racconto l'indecenza di oggi"
Il regista attacca: "Sono un moderato, ma ciò che ci circonda è troppo anche per me"
E Christian elogia Belen e arriva a mettere in dubbio il cinepattone: "Chissà se ci sarò..."



ROMA - Stavolta Pupi Avati cambia davvero registro. E col suo Il figlio più piccolo, dal 19 febbraio nelle sale, lascia le atmosfere passatiste o nostalgiche a favore di una vena più cinica, più cattiva. Per raccontare la desolante Italia di oggi: quella dei furbetti del quartierino, delle regole civili e morali che saltano, del gossip mediatico, dei cialtroni che arrivano (quasi) ai vertici del potere finanziario. E a incarnare tutto questo, un Christian De Sica che lascia la tranquilla tradizione cinepanettonica per misurarsi con un ruolo difficile. Un immobiliarista rampante e senza scrupoli: simbolo devastante del Belpaese attuale.

Ed è lo stesso regista, alla presentazione ufficiale della pellicola, a confermare questa chiave di lettura: "Il mio cinema non è mai stato di denuncia - spiega - ma il presente in questi ultimi anni è diventato davvero indecente, anche per una persona moderata come me. E non parlo solo della politica: la volgarità, la scorrettezza praticata con indifferenza totale, l'assioma che si è quel che si ha".

Tutte caratteristiche che ritroviamo nel personaggio principale: Luciano (Christian De Sica), finanziere rampante che 15 anni prima ha lasciato la super-ingenua e super-innamorata moglie (Laura Morante), con due figli piccoli a carico. Tre lustri più tardi, ai giorni nostri, la holding che ha costruito insieme al suo principale collaboratore (Luca Zingaretti) sta per franare, e anche la magistratura sta per incriminarlo: così, sempre consigliato dal suo stratega, decide di intestare tutte le bad company presenti nel gruppo al figlio ventunenne, che non vede da allora. Il ragazzo (Nicola Nocella, bella scoperta del Centro sperimentale di cinematografia), goffo nell'aspetto e ingenuo quanto la madre, entra così nel mondo apparentemente dorato del padre. E chissà se l'accollare tutto il marcio al ragazzo, insieme al matrimonio con una politicante in ascesa (Alessandra Acciai), riuscirà a salvare Luciano dal tracollo...


Una storia che, come si vede, ha molti agganci con personaggi e situazioni reali. "E' esplicito, evidente - ammette Avati - che per tutte le vicende che ruotano attorno ai personaggi di Christian e Luca ho attinto a mani basse nella cronaca degli ultimi anni: furbetti del quartierino e simili. Dalla vicenda di Parretti, il finanziere che comprò la Mgm, a oggi, ci sono storie fantastiche da raccontare. Non abbiamo inventato niente: tutte le spericolate operazioni che vedete nel film sono state create grazie a consulenti che abbiamo preso nel settore finanziario".

Una crudezza di analisi che gli attori mostrano di apprezzare molto. "Io amo il cinema di Pupi quando è così crudele - dice Laura Morante - per poter curare bisogna prima vedere con grande spietatezza cosa succede". "Quello che è singolare nei personaggi - dichiara invece Zingaretti - non è l'immoralità, ma l'amoralità: più disperati che cattivi tout court, fanno ancora più male proprio per la loro mancanza di coscienza".

Ma i riflettori, come ovvio, sono soprattutto su De Sica, che torna al cinema d'autore dopo anni di avventure natalizie. "Ho 59 anni, questo personaggio me lo sono meritato - dice - spero che dopo questa oppurtunità che mi ha dato Avati arrivino altri ruoli". E l'eterno cinepanettone, che quest'anno ha fatto sempre enormi incassi ma ha perso comunque 4 milioni di euro rispetto all'anno precedente? "Sono d'accordo con la critica che qualcosa andava fatto in maniera diversa, ma in Italia quale altro film guadagna 23 milioni di euro? Nei prossimi giorni comunque avrò una riunione con Aurelio De Laurentiis e Neri Parenti: per il prossimo bisognerà mettere a posto qualcosina. Forse cambiare anche me: sono diventato troppo vecchio per cose del genere, se uno fa il cowboy tutta la vita è difficile che gli diano Romeo e Giulietta".

E poi, a incontro ultimato, De Sica tesse l'elogio di Belen, sua partner in una fortunata serie di spot: "E' una forza della natura - sostiene - se avrà la fortuna di trovare un produttore come Carlo Ponti o un regista come Vittorio De Sica sono certo che diventerà la nuova Sophia Loren".

8 feb 2010

Berlusconi e i figli, il pranzo «distensivo»

POLITICA E FAMIGLIA - ELEONORA HA COMINCIATO UNO STAGE IN FININVEST, BARBARA PREPARA LA TESI

Berlusconi e i figli, il pranzo «distensivo»

Domani il premier e i cinque eredi si ritrovano insieme ad Arcore

MILANO — A mezzogiorno di domani i cinque figli di Silvio Berlusconi sono attesi a villa San Martino, ad Arcore. Il tradizionale pranzo di famiglia del lunedì è infatti stato spostato al giorno dopo per impegni istituzionali del presidente del Consiglio. Ma se davvero dovessero presentarsi tutti, sarebbe la prima volta, da quando è venuta alla ribalta la separazione tra il Cavaliere e Veronica Lario, che si ritroverebbero seduti intorno allo stesso tavolo i due figli avuti dal primo matrimonio — Marina (43) e Pier Silvio (41 ad aprile)—e i tre avuti dal secondo — Barbara (25), Eleonora (23) e Luigi (21). Per il padre questa è la buona occasione per affrontare con loro alcuni temi, come la divisione del patrimonio e anche lo stato della causa di separazione? Difficile dirlo. Non è certo che alla fine ci saranno tutti e cinque, visto che qualcuno deve ancora dare la conferma. Intanto, però, intorno a questo pranzo si sta ricamando moltissimo. Sia perché c'è la separazione in corso, sia perché fino ad oggi uno dei nodi ancora irrisolti all'interno della famiglia è il ruolo da assegnare ai tre figli più piccoli. Eleonora ha cominciato questa settimana il suo stage in Fininvest, dove, fresca della sua laurea in Economia e commercio presa alla St. John’s University di New York, ha intenzione di testare le sue capacità nel campo del management. Per Luigi, laureando alla Bocconi, si profila un apprendistato in Mediolanum.

Infine Barbara da gennaio si è concentrata sulla sua tesi, il concetto di libertà in Amartya Sen, e prevede di laurearsi in filosofia a luglio. I suoi interessi, lei non l’ha mai nascosto, sono per il mondo dell’editoria. In passato ha detto che sarebbe stato proprio il padre a prometterle un futuro ruolo in Mondadori. Ma queste sue dichiarazioni andrebbero inevitabilmente a scontrarsi con lo stato delle cose, visto che a capo della casa editrice, in qualità di presidente, c’è da tempo la primogenita Marina. Un punto nevralgico, questo, che nei mesi scorsi ha creato tensioni tra le due sorelle. Tensioni ora apparentemente appianate, tanto che i rapporti sono tornati civili e domenica scorsa le loro due famiglie hanno trascorso una giornata insieme nella villa sul lago. Ma è anche vero che Silvio Berlusconi da circa un anno evita di toccare questo tema proprio per non affrontare il problema di Barbara. Lei, nel frattempo, dopo aver avuto due bimbi, ha deciso di concludere i suoi studi universitari e prepararsi a entrare, a settembre, nel mondo del lavoro. In quale ruolo, si vedrà. Dunque il pranzo di domani si prospetta più che altro come un messaggio che il premier intende mandare all'esterno, per dire che i suoi cinque figli sono tutti solidali con lui, o quantomeno non gli sono dichiaratamente ostili. Ma essendo un invito aperto anche ad altri esponenti dell'impero Fininvest, appare difficile, anche se niente si può escludere, che il Cavaliere affronti temi più strettamente familiari.

Quello che inoltre trapela da amici vicini a Veronica Lario è che lei ha ribadito più volte ai figli che il loro destino lavorativo non è stato inserito nella trattativa di separazione. Non ufficialmente, almeno. «È la storia mia e di vostro padre—avrebbe detto loro Veronica— riguarda solo noi due». E su questo punto anche Berlusconi avrebbe assicurato di non voler confondere i piani. Dunque nel piatto della trattativa non ci sarebbero i ruoli per i tre figli della coppia. Semmai, si sarebbero accavallate temporalmente due situazioni: la separazione e il naturale affacciarsi dei tre ragazzi alla vita lavorativa. Ma per il premier questo rappresenta un nodo ancora più complicato da sciogliere.

Flash mob tra i binari di Termini: tutti insieme per ballare


Dai 12 ai 70 anni
Evento a sorpresa in stazione: chiamati via Facebook,
in 150 danzano davanti a turisti e pendolari



ROMA - Sabato, ore 13. Stazione Termini si blocca, una coppia che si è messa a ballare è rapidamente affiancata da molti altri giovani. Ha inizio un «flash mob», una di quelle convocazioni di massa che viaggiano sui circuiti della comunicazione alternativa, tra social network su Internet e sms. I primi a muoversi sono ragazzi, una cinquantina: molto preparati, agiscono all’unisono, in mezzo a un’ala di folla che alla fine li applaude. Ma poi al gruppo si uniscono persone di tutte le età: dai 12 ai 70 anni. Ci sono anche due professoresse di liceo, entusiaste dell'iniziativa: «E' una forma di aggregazione che vorremmo proporre anche ai ragazzi nelle nostre scuole». Ma che cos'è, in realtà, questa riunione improvvisata tra binari e galleria gommata di Termini?

TRA PROMOZIONE E GIOCO - «Abbiamo cominciato un po' per gioco un po' perchè volevamo sfatare un pregiudizio diffuso - spiega Francesco Minetti, ideatore del ballo in stazione e, nella vita, organizzatore di eventi -: quello che il flash mob sia soltanto una forma di protesta o rivolta giovanile. Il flash mob, invece, come insegnano gli anglosassoni, è principalmente una forma di aggregazione, un momento di rottura della routine quotidiana: insomma, un modo per stare insieme e condividere passioni».
Per l'evento a Termini non c'era alcun collegamento con sponsor, a differenza di quanto accaduto a Milano, in stazione Centrale, o alla Liverpool Station di Londra («il flash mob che ci ha ispitati», dice Minetti). I partecipanti sono stati convocati via Facebook, principalmente. «Una cinquantina di persone sono venute apposta da Napoli - spiega l'organizzatore -, altri si sono aggiunti all'ultimo momento». Alcuni spinti dalla voglia di farsi conoscere, come un gruppo di venti ballerini semi professionisti che hanno curato l'esibizione di hip hop: una sorta di auto-provino, un modo per farsi conoscere.

TUTTI A PASSO DI MUSICA - L'evento, intitolato «Tutti possono ballare», ha visto «in pista» persone di ogni tipo: dalla casalinga all'impiegato. Dalle break dance al twist, la carrellata del flash mob di termini è stata rapida, pareva una scena di «Fame». Il tutto, organizzato nei dettagli: «Abbiamo naturalmente chiesto e ottenuto in anticipo il permesso di Grandi Stazioni per questo evento». E alla fine, prima di sciogliersi nella folla, i ragazzi e le ragazze del flash mob - da Mario a Francesco, da Alessandro a Carolina a Claudia, Fabiana, Ilaria, Letizia, Pamela, Serena,Valeria - sono stati premiati dagli applausi dei passeggeri piacevolmente sorpresi. I più felici, i pendolari che per una volta hanno trovato tre minuti e mezzo d’incanto tra quei binari dove transitano ogni giorno 300 mila indaffarati viaggiatori.

6 feb 2010

Vivere nel lusso? Così il ceo dimentica l'etica




Nell'opulenta Siena del 1250, dove l'oro sarebbe presto arrivato anche sulle tavole dei pittori, il podestà Ubertino dell'Andito emanava una "charta bannorum" con disposizioni contro gli eccessi del lusso, vietando alle dame di indossare perle e fissando compensi massimi per i giullari. Nel 2010, dal campus di Harvard, due professori non propongono leggi contro il lusso, ma si limitano a lanciare un avvertimento: le decisioni prese in contesti lussuosi possono essere potenzialmente nocive per la società. Lo studio che lo dimostra – e che si intitola, guarda caso, "Il diavolo veste Prada?" – è stato pubblicato dalla Harvard Business School a firma di Roy Y.J. Chua, assistant professor in organizational behavior, e Xi Zou, collega della London Business School, che hanno sottoposto i loro studenti a due esperimenti.

Innanzitutto li hanno divisi in due gruppi, consegnando al primo delle foto di beni di lusso, al secondo di beni non di lusso. Poi, gli studenti dovevano immedesimarsi nei panni di Ceo e prendere decisioni per massimizzare il profitto delle loro aziende. Chi era stato "esposto" al lusso si è dimostrato più propenso a produrre un'auto inquinante, un videogame con alto tasso di violenza e un software con dei bachi pur di guadagnare di più. Il secondo esperimento, invece, prevedeva che gli studenti leggessero delle stringhe di lettere composte da un mix di parole "pro-sociali" (come "nice", carino, gentile) e da altre "anti-sociali" (come "rude", villano). Anche in questo caso i possessori di immagini lussuose trovavano un numero di parole "pro-sociali" inferiore a coloro che che avevano davanti beni meno esclusivi. Insomma, alla fine chi era stato esposto al lusso si mostrava potenzialmente disposto a nuocere agli altri e più concentrato su se stesso. Nelle conclusioni del loro studio i professori Chua e Zou non mancano di dare qualche consiglio a manager e politici: «In questo momento di crisi economica globale – scrivono – la gente si sente oltraggiata dai dirigenti che continuano a vivere in modo lussuoso e ignorano le difficoltà degli altri.

Si potrebbe pensare che questo sia frutto di uno scarso senso morale dei dirigenti stessi, ma il fenomeno si può leggere anche sotto una nuova prospettiva: l'essere immersi nel lusso non li aiuta a prendere decisioni orientate a beneficio della società. Forse – concludono – limitare gli eccessi potrebbe indurre i dirigenti a comportamenti più responsabili». Questo significa che un'austera sala riunioni produrrà decisioni più etiche rispetto a quelle prese durante una convention in un resort di lusso? E i manager che viaggiano spesso potrebbero mettere a punto business plan più "altruistici" seduti in una carrozza di seconda classe di un treno piuttosto che in un jet privato? La risposta sembrerebbe positiva.

Un articolo dell'Economist di un anno fa elencava i nomi di manager statunitensi che prima di lasciare i loro dorati uffici con i cartoni sottobraccio, avevano fatto in tempo a ordinare costosi restyling: John Thain, ex presidente di Merrill Lynch e di Bank of America, aveva voluto accanto alla sua scrivania una poltrona Giorgio IV da 18mila dollari e una credenzina da 68mila. Invece Dick Fuld, ex presidente di Lehman Brothers, appena prima di affrontare i processi per il crack della banca e per evitare spiacevoli conseguenze come il sequestro dei suoi beni, aveva venduto alla moglie la loro villa da 13 milioni di dollari in Florida. Per soli 100 dollari. Forse il presidente Obama, più che tetti ai bonus dei manager, dovrebbe seriamente prendere in considerazione un riadattamento dei divieti di Ubertino all'epoca di Wall Street.

5 feb 2010

«La mia casa, una palafitta sulla città»


A POCHI PASSI DALLA TANGENZIALE EST, NON LONTANO DALL’AEROPORTO DI LINATE
Duilio Forte, designer milanese, sperimenta in prima persona le sue innovative idee di architettura



MILANO - Per vivere in una palafitta a Milano, in una dimensione forse più legata al mondo animale che non alla società urbanizzata e ipertecnologica dei giorni nostri ci vuole coraggio. E questo coraggio lo ha sicuramente Duilio Forte, designer milanese fuori dal comune, che ha deciso di sperimentare su se stesso le sue innovative idee di architettura. Dopo un lungo via vai di telefonate – il navigatore satellitare da quelle parti non dava segni di vita -, ci ritroviamo in un luogo sperduto: tra la vecchia campagna abbandonata milanese e quel che resta delle risaie e delle ex industrie tessili, a pochi passi dalla tangenziale est, non lontano dall’aeroporto di Linate. Quarantadue anni, milanese, Forte è un designer che sfugge ai designer. Ha superato e reinterpretato l’architettura rompendo con tutto ciò che è facilmente progettuale e si è rifugiato in questa landa di terra ai margini della città, contesa da una campagna che resiste sottoforma di sterpaglia, con qualche principio di orto qua e là, mentre la periferia si allunga con i tentacoli senza sapere dove finirà.



Sulla porta di un’ex fabbrica tessile di cinquemila metri quadrati lasciata andare in rovina e ora ripristinata, l’architetto – che vive in una porzione della stessa – ci sta aspettando. Non sembra affatto un marziano. Tuttavia la sua casa rivela cosa è riuscito a realizzare: un fantasmagorico progetto sperimentato sulle sue stesse vertigini e sull’impossibilità di essere abitato con i criteri dei comuni mortali. «Nulla è terminato e questa casa la intendo come una palafitta sulla città – spiega il designer -: un luogo che è molto più vicino ad un nido di un albero che a una vera abitazione in cemento senz’anima». Iniziamo con lui un delirante viaggio tra punte in ferro minacciose che sporgono da ogni porta o portone, dove svettano robot tridimensionali pensati come scrivanie e sedia per i computer, volumi sospesi in aria, fornelli da campeggio senza una struttura portante, grovigli di forchette appese ovunque in una sequenza disordinata e modulare, accenti di rosso sull’ossido di ferro ispirato alle sue origini materne svedesi. E su tutto spicca un evidente senso del pericolo trasformato ad arte per essere violato ogni volta.

«Vivo il pericolo con il senso della trasformazione visiva e amo i pavimenti aggettanti, le botole, le scorciatoie, la suggestione del perdersi dentro ad una casa, il senso dello smarrimento. Chi viene nella mia abitazione assiste ad un disorientamento che poi sfocia nel turbamento alla vista del cavallo di Odino dalle lunghe gambe esposto nel giardino, molto simile ad una palafitta alta dieci metri». Per arrivare (con l’acqua alla gola) al maestoso cavallo di Odino e alle palafitte limitrofe, occorre attraversare tenendosi ben saldi ai vari corrimani delle scale sproporzionate che si allargano e stringono come una calza di nylon, per poi oltrepassare dei soppalchi adornati di ogni amuleto vichingo appartenente alla mitologia scandinava, transitando tra reperti di scienza e magia, misticismo e ingegneria.

«Ho iniziato a pensare a questo schizzo di casa che non finirà mai – spiega Forte - quando ero studente al Politecnico di Milano, volevo dare sfogo alla mia fantasia, ma anche alla storia, cercando di armonizzare l’impossibile e la presenza dei reperti che ho scovato dappertutto in una sinfonia che esprimesse il mio contrappunto spaziale. Basta pensare alle porte che creano dei legami e poi li distruggono quando si chiudono». Arriviamo sul tetto. La tangenziale è ancora là, qualche residuo di contadino va nel suo orto, mentre attraversiamo la passerella di trave sospesa sul cortile interno. Facendo i conti con meraviglia e paura, bisogna tendere la mano all’ennesima scala sospesa nel vuoto per arrivare in mezzo ad un passaggio che attraversa un albero. Arrivo fin lassù e trovo nel ventre del cavallo di legno la sauna di Duilio. «Questo è tutto quello che c’è nella mia testa».

Non lo poteva certo sapere Ettore Forte, il papà di Duilio, chirurgo di professione e la mamma, una casalinga che all’insaputa ha foraggiato la fantasia del figlio raccontando le storie del mondo nordico. L’unica «colpa»? Avergli regalato un banco da falegname quando aveva solo cinque anni. Prima di lasciare la casa impossibile, pensando al nulla che la circonda, viene spontanea una domanda: «Ma lei il pane dove lo compera?». Risposta: «Lo faccio nel forno della mia casa. Non uso la corrente, ma è molto buono».

4 feb 2010

IGoogle lancia la “social search”

IGoogle lancia la “social search”


Oltre alle consuete funzioni, Google ora può ricercare informazioni nella vostra rete sociale. Funziona, a c'è ancora qualche difficoltà e soprattutto, manca l'integrazione con Facebook
Quando serve un consiglio su una meta turistica o sulla fonte migliore per leggere una notizia, meglio chiedere a Google o a un amico? Questa decisione potrebbe non essere più necessaria grazie all'ultima trovata del motore di ricerca di Mountain View: la Social Search. Lanciata in versione sperimentale ad ottobre, la "ricerca sociale" è adesso utilizzabile dal grande pubblico (anche se rimane in versione beta). Quando eseguiamo una ricerca non verranno più visualizzati solo i risultati elaborati dall'algoritmo di Google, ma anche una selezione dei contenuti generati dalle persone che reputiamo nostre amiche, almeno nei social network. Se un amico ha scattato delle foto della sua gita in Francia, e noi cerchiamo Parigi, allora i suoi scatti, caricati su Flickr o sul suo blog, compariranno in fondo alla prima pagina dei risultati di Google.

L'utilizzo della social search è semplice, ma il suo funzionamento lo è un po' meno. Per poter utilizzare il servizio serve avere un Google Profile (http://www.google.com/profiles/ ), ovvero una breve scheda di presentazione a cui associare i siti a cui siamo iscritti o che alimentiamo: blog, Twitter, FriendFeed, Flickr e altri ancora. La ricerca di Google utilizzerà così i contatti che abbiamo creato attraverso questi siti per scandagliare il nostro "Social circle". Per gestire con attenzione il nostro circolo sociale ed avere ben chiaro chi sono i nostri amici e attraverso quale fonte ne scandagliamo l'esistenza digitale, basta recarci all'indirizzohttp://www.google.com/s2/search/social in cui è possibile vedere quanto strette sono le connessioni, divise in contatti di Gmail, amici dei nostri profili (ad esempio le persone che seguiamo su Twitter) e gli amici degli amici. A questi contatti "sociali" si aggiungono i feed che seguiamo attraverso il Google Reader.
Per vedere solo i risultati "sociali" basta invece cliccare su "Show Option" dopo aver seguio una ricerca e selezionare "Social" invece di "All result". Al momento della scrittura di questo articolo l'opzione era visibile solo sulla versione inglese di Google (per accedervi basta andare su Google.it e cliccare in basso a destra su Google.com in English).

Grosso limite dell'intero sistema è la quasi totale mancanza di Facebook dalla social search. Il social network più usato al mondo è infatti indicizzato solo in parte e non è possibile importare da esso le amicizie. Se voi e i vostri contatti non frequentate altri social network dimenticate quindi di poter ricavare dalle social search, almeno per ora, qualcosa di buono.

3 feb 2010

Troppo internet porta alla depressione

UNO STUDIO DELL'UNIVERSITÀ DI LEEDS

Troppo internet porta alla depressione

È possibile che chi sostituisce le relazioni sociali reali con quelle virtuali sia più a rischio isolamento e depressione

MILANO- L'utilizzo eccessivo di internet potrebbe causare depressione. Ma potrebbe essere anche il contrario: cioè chi è già più incline alla depressione è maggiormente spinto a passare molte ore sul web. È il risultato di uno studio pubblicato sulla rivistaPsychopathology. Gli esperti dell'Università di Leeds hanno intervistato 1.319 persone tra 16 e 51 anni raccogliendo dati sul loro uso di internet e valutando la presenza e l'entità di sintomi depressivi; l'1,2% del campione è risultato affetto da dipendenza da web ed è emerso che l'essere connessi per un tempo eccessivo è associato a sintomi depressivi. È possibile che chi usa troppo internet al punto da sostituire le relazioni sociali reali con quelle virtuali sia più a rischio isolamento e depressione.

DEPRESSIONE - «La nostra ricerca indica che l'uso di internet è associato a depressione», spiega Catriona Morrison, che ha guidato lo studio, «ma ciò che non sappiamo è se c'è un meccanismo di causa-effetto, ovvero se internet causa la depressione o se invece chi è depresso tende a collegarsi di più al web. Quello che invece è chiaro», aggiunge Morrison, «è che per un piccolo sottogruppo di persone l'eccessivo utilizzo del web potrebbe essere una spia allarmante di una tendenza alla depressione».

GIOVANI - Nel corso della ricerca il gruppo di lavoro ha controllato giovanissimi, ragazzi ma anche adulti che usano la Rete per lavoro. Scoprendo che a rischiare di cadere nella trappola della dipendenza sono più spesso i più giovani: l'età media del gruppo degli «intossicati» è infatti di 21 anni. La ricerca «rinforza i timori già sollevati dagli esperti: farsi prendere troppo dai siti web fino a sostituire le normali funzioni sociali potrebbe essere collegato a problemi piscologici come, appunto, depressione e dipendenza», dice la ricercatrice. Inoltre se appena l'1,2% dei soggetti monitorati è risultato «drogato» del web, il problema comunque ha un'incidenza maggiore rispetto ad esempio al gioco d'azzardo patologico, che in Gran Bretagna è dello 0,6%.

2 feb 2010

Le Figaro: «Dipendenti pubblici in Sicilia? Che felicità»


IL CASO
Il quotidiano francese: «Stipendi aumentati del 38% mentre il governo aveva imposto la crescita zero




PARIGI - «Stipendi record, boom degli effettivi, balletto di dirigenti a spese del contribuente: la regione siciliana ha uno strano modo di interpretare la crisi nella gestione dei propri funzionari»: lo si legge in un commento in prima pagina del quotidiano francese Le Figaro. «Fra il 2004 e il 2008, secondo l'ultimo rapporto della Corte dei Conti - prosegue il giornale - gli stipendi sono aumentati del 38% mentre il governo aveva imposto la crescita zero nelle remunerazioni del settore pubblico. Questi stipendi raggiungono in media 42,756 euro all'anno, cioè più del 40% di quello che guadagna un dipendente di ministero».

LE ACCUSE - Dopo aver illustrato l'aumento degli effettivi nella Regione, Le Figaro scrive che «nel corso del solo 2009, l'attuale governatore Raffaele Lombardo ha proceduto a due ondate successive di assunzioni di una ventina di dirigenti, pagati ognuno 150.000 euro l'anno, senza contare la macchina di servizio con autista. Tuttavia è al suo predecessore Salvatore Cuffaro, oggi accusato di connivenza con la mafia, che va soprattutto la censura dei magistrati. Gli ci sono voluti otto anni per far applicare la riforma che adegua le pensioni ai versamenti e non agli stipendi. Per sua fortuna, la Sicilia, regione a statuto autonomo, non deve rendere conti a Roma». (fonte: Ansa)

I master dove i Bric formano l'élite globale


Si sono specializzate sui paesi emergenti. Hanno costruito alleanze internazionali, fra di loro e con le firme più prestigiose dell'accademia mondiale. Hanno campus eleganti. Attirano studenti da tutto il pianeta, soprattutto dai paesi limitrofi. E sono entrate di diritto nel novero delle migliori al mondo. È questa la carta d'identità con cui si presentano le business school dei Bric: Brasile, Russia, India e Cina. È qui che gli emergenti preparano la classe dirigente del futuro.

Questi templi dell'istruzione sono per pochi: a parte il caso del Coppead, che nel Brasile di Lula per i suoi Mba non fa pagare nulla, costano tutti dai 30mila dollari in su. Un corso analogo allo Sda Bocconi di Milano si aggira intorno ai 23mila euro. Eppure, le file alle selezioni sono lunghe, e in coda capita anche di vedere qualche faccia occidentale. Di chi preferisce specializzarsi direttamente sul campo per guadagnare punti consistenti agli occhi di un'azienda che vuole aprire i battenti in Asia o in Sudamerica.

Che sfide pongono queste scuole emergenti alle cattedrali del sapere manageriale a stelle e strisce, o a quelle del Vecchio continente? «Di certo dobbiamo aspettarci un aumento della mobilità internazionale», spiega Alberto Grando, direttore dello Sda Bocconi, l'eccellenza italiana in fatto di business school. E però prosegue: «Le classifiche internazionali di solito usano gli Mba come metro di paragone. Ma una business school non è solo questo: bisogna valutare anche in base alla qualità dei corsi Executive, ma soprattutto della ricerca. Che deve essere forte e innovativa».

La competizione è iniziata, ma data la scarsità dei posti in palio rispetto alla domanda, c'è spazio per tutti. Grando preferisce chiamarla «un'oppprtunità a doppio senso». E infatti è appena tornato dalla Fudan University di Shanghai, con cui da anni lo Sda Bocconi ha avviato un corso in cogestione: metà anno a Milano, metà in Cina, e studenti da entrambi i paesi. Qualcosa però ai rivali emergenti lo invidia. È la gioventù, il loro segreto: «I giovani lì sono più curiosi, hanno voglia di scoprire, e di fare. Sanno di essere dei privilegiati in un paese difficile, e vogliono impegnarsi nel dare un contributo».

1 feb 2010

Sampietrini d'oro per non dimenticare

«SEMINATI» IN GERMANIA, AUSTRIA, POLONIA, OLANDA, UCRAINA, BELGIO. ORA ANCHE IN ITALIA A ROMA

«Sampietrini d'oro per non dimenticare»

L'artista tedesco Demnig ha installato 22mila «pietre d'inciampo» davanti alle case dei deportati di tutta Europa: che emozione quelli per Anna Frank

Le «Stolpersteine» di Günter Demnig (Ansa)
Le «Stolpersteine» di Günter Demnig (Ansa)
ROMA
- «Sì, hanno tentato anche di imbrattarle con la vernice e a volte di toglierle scavando nel selciato…». Günter Demnig, l’artista tedesco delle Stolpersteine, i sampietrini «pietre d’inciampo» che ricordano i deportati e che dal 28 gennaio segnalano anche sui marciapiedi romani 30 vittime del nazifascismo, è in partenza per Colonia e non vorrebbe parlarne. Ma il valore tutt’altro che solo simbolico delle sue pietre è anche in questo odio negazionista che in Olanda e in Germania ha registrato odiosi attentati ai suoi sampietrini.

Günter Demnig
Günter Demnig
IN TUTTA EUROPA
- In quindici anni Demnig ne ha installati 22 mila, in tutta Europa. VentiduemilaStolpersteine, sampietrini lucenti dieci centimetri per dieci con su scritto il nome del deportato, la data di nascita, il posto e la data della morte. Günter Demnig, 62 anni, scultore e pittore di Colonia, ne ha fatto ormai una ragione di vita. Ma, lo dice col dispiacere negli occhi, qualche volta neonazisti e negazionisti hanno anche tentato di distruggerli. «Quante volte, Demnig?» «Hanno attaccato 400 sampietrini. In una quarantina di casi scavando e cercando di estrarli dal selciato. E’ successo in Germania e in Olanda. Però…». Lo sguardo di Denmig torna deciso. «Però io sono subito corso a riposizionarli».

La posa dei sampietrini a Roma (Eidon)
La posa dei sampietrini a Roma (Eidon)
L'IDEA
- «Come è nata questa idea delle pietre d’inciampo?» «Me l’ha fatta venire nel ‘93 una signora a Colonia, un giorno durante un incontro in cui si parlava di rom e sinti deportati dalla città. Quella donna, anziana, mi ha interrotto per dire categorica: mai stati rom e sinti qui a Colonia… Ecco, da quel momento mi sono dedicato al problema. Non solo per i deportati rom e sinti, ovviamente, ma per tutti i deportati, ebrei, omosessuali, disabili, politici. I primi sampietrini li ho messi a Berlino nel 1996, in Orajenstrasse, a Kreuzberg. Cinquanta sampietrini, in quel momento neanche autorizzati. Ora a Berlino le Stolpersteine sono oltre tremila, altre duemila a Colonia e altrettante ad Amburgo. E i Paesi in cui le ho messe, compresa ora l’Italia dove abbiamo cominciato con queste prime trenta pietre d’inciampo a Roma, sono nove…». Günter Demnig sorride, dal duemila il suo progetto si è espanso a macchia d’olio in tutta la Germania, fino a comprendere anche paesini di 400 anime («dove ho ricordato – spiega – due deportati»), ma la sua impresa è davvero ormai internazionale. «Ho messo pietre in Austria, Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca, Belgio, Olanda…Che emozione davanti alla casa di Anna Frank e della sua famiglia». Prossime istallazioni? «In aprile in Olanda. E poi in agosto in Danimarca, dove sbarco per la prima volta».

Piero Terracina  con il sampietrino  per Cesare Terracina (Ansa)
Piero Terracina con il sampietrino per Cesare Terracina (Ansa)
A ROMA
- Nel 2004 Demnig ha ottenuto il Max Brauer Price e la Herbert Wehner Medal, l’anno successivo il German Jewish History Award. A Roma si è visibilmente commosso a Monteverde, dove insieme alla curatrice dell’iniziativa Adsachiara Zevi doveva sistemare le sette pietre d’inciampo per i Terracina in piazza Rosolino Pilo 17. «Mi ha commosso Piero, l’unico soopravvissuto della famiglia. Quando ha detto rivolto ai negazionisti: ecco, sono rimasto in vita solo io, non vi basta, che altro volete da me…».