30 lug 2009

La felicità? Basta avere un'altezza superiore alla media e contare il danaro


E c’è anche chi sostiene che contare i soldi riduca la sofferenza emotiva e fisica
Una ricerca americana rivela che per essere felici è sufficiente avere un altezza di poco superiore alla media



MILANO - Le persone alte sono più felici. Uno studio del National Bureau of Economic Research americano annuncia che basta essere poco più alti della media per avere più possibilità di essere felici. Niente panico per chi non è dotato di grandi leve. Le altezze medie, infatti, sono piuttosto contenute: poco più di 177 centimetri per gli uomini e 162 per le donne.

ALTEZZA E BUONUMORE - Chi dunque è convinto di vivere la peggior vita possibile, con tutte le probabilità ha qualche centimetro in meno rispetto all’altezza media. L’altezza, in realtà, è solo una prerogativa che porta ad avere i requisiti ritenuti necessari per il buonumore. Secondo gli esperti che hanno redatto lo studio, infatti, le persone più alte riceverebbero un miglior grado di istruzione che dovrebbe comportare un maggior reddito rispetto a chi a ricevuto una spanna in meno da madre natura. La chiave di volta è nuovamente rappresentata dai soldi. Ma è proprio vero che il denaro porta felicità?

SOLDI, SOLDI, SOLDI - Le tesi pare essere confermata da un secondo studio pubblicato questa volta su Psychological Science e riportato dalla rivista statunitense Time. Tuttavia, l’azione benefica dei quattrini in questo caso è dimostrata in un’accezione del tutto particolare. Secondo la ricerca infatti, basta far scorrere qualche banconota sotto il proprio pollice per ottenere una sorta di placebo naturale. Contare i soldi perciò può lenire uno stato di sofferenza emotiva e fisica, oltre ad aumentare la positiva percezione di se stessi. Il risultato, però, è sempre lo stesso: alti, ricchi e felici. Un’equazione che lascia a dir poco perplessi.
corriere

29 lug 2009

Google, ecco la mail anti gaffe



E' notte fonda, siete stanchi: l'ultima mail che avete letto pochi istanti prima proprio non vi è andata giù . Ecco allora che le dita scivolano veloci spinte dall'ira, una manciata di frasi di risposta alla "ti faccio vedere io" e poi il tasto INVIO schiacciato con rabbia.
Il mattino dopo, però, più lucidi, rivedete la posta, vi accorgete che avevate letto male la frase che vi aveva fatto reagire in quel modo e cadete nel panico totale.
Gaffe da mail, viene definita, e se anche mancano ancora precise statistiche non è poi così rara se Google ha creato nella gestione delle impostazioni del suo servizio di posta Gmail un apposito filtro.
In sintesi, il navigatore indica giorni e orari nei quali pensa potrebbe commettere errori e, al momento di inviare la mail, viene sottoposto a un test matematico (a scelta su cinque livelli di difficoltà). Se lo supera vuol dire che è ben lucido.
Altrimenti, consiglia nella nota di accompagnamento il big dei motori di ricerca, "fatti una bella dormita e riprova la mattina dopo, a mente fresca".
O, aggiungiamo noi, preparati a un inizio di giornata ad alta temperatura anche con l'aria condizionata a tutta forza.
sole24ore

27 lug 2009

Bill Gates chiude il profilo su Facebook



«Non riuscivo a stargli dietro»
La confessione: «I social network?
Bisogna stare attenti a come si usano»



LONDRA - Ha basato tutta la sua fortuna sulla rivoluzione informatica degli ultimi decenni e quindi anche su Internet ma, paradossalmente, non riesce a gestire il suo profilo personale su Facebook. Bill Gates ha ammesso di aver deciso di chiudere la sua pagina sul noto sito di social network perché non riusciva a stargli dietro. «Era troppo, ho rinunciato», ha detto.

SOCIAL NETWORK - Durante una conferenza a New Delhi, in India - dove Gates ha ricevuto il premio Indira Gandhi Prize per l'attività della sua fondazione - il fondatore di Microsoft si è lasciato andare a confessioni sulle sue abitudini informatiche, sfatando l'idea del capo della Microsoft espertissimo di qualsiasi tecnologia. Dei siti di social network, ha detto che nonostante i numerosi vantaggi della rivoluzione digitale, alcuni di essi possono essere una grossa perdita di tempo e bisognerebbe quindi stare attenti a come vengono usati. Su Facebook, Gates era inondato di messaggi e aveva migliaia richieste di nuovi contatti: troppo faticoso per lui. Meglio lasciare l'onere della rete di rapporti sociali digitali ai fan club a suo nome, alcuni dei quali contano addirittura 17.000 contatti.

corriere

26 lug 2009

Addio cassette della posta!



Blu, con la forma bombata che evoca il robot di Guerre Stellari, una dietro l'altra stanno lentamente scomparendo dalle strade. Il Servizio postale americano ha imposto un tetto alla «vita» di ciascuna casetta: quelle che non ricevono più di 25 pezzi di posta al giorno, saranno ritirate. Negli ultimi vent'anni ne sono scomparse 200 mila, più delle 175 mila che tuttora restano in piedi: nella sola area di Washington - ha scoperto il Washington Post - ne sono rimaste oggi la metà di quante ne esistevano nove anni fa. Le altre sono state mandate ad arrugginire in magazzino o vendute per riciclare il metallo. La situazione è così nera che il Servizio postale americano prevede perdite da sei miliardi di dollari per settembre, nonostante il recente aumento del prezzo dei francobolli.

25 lug 2009

Il delfino "tecnologico"


Un interessante gioiello acquatico



Stò parlando dello Seabreacher, il famoso delfino sottomarino, infatti come potrete vedere è la perfetta copia di un delfino, costruito in maniera di correre sopra e anche sotto l’acqua in brevi tratti.

Il suo funzionamento richiama la tecnologia delle conosciute moto d’acqua, infatti, si comporta come loro, rapidità, scatto, velocità e brevi immersioni sono il suo forte, il tutto controllato all’interno della sua cabina di pilotaggio.

Col computer superveloce alla conquista di Wall Street



Potentissimi calcolatori in grado di eseguire migliaia di operazioni al secondo. Un volume d'affari che l'anno scorso ha generato profitti per 21 miliardi di dollari. Ma per qualcuno si tratta di operazioni che manipolano la finanza globale



Col computer superveloce alla conquista di Wall Street
L'effetto deve essere stranianate. E non solo per chi vive al di fuori delle mura dorate di Wall Street. Com'è possibile, infatti, che hedge fund e banche come Goldman Sachs riescano a fare così tanti soldi mentre sia la finanza globale che l'economia reale - la cosiddetta Main Street - cercano ancora una soluzione per uscire dalle secche della crisi? La risposta si trova (anche) all'interno di velocissimi computer di nuova generazione, dotati di software di calcolo sui quali vige un segreto quasi militare.

Macchine che, racconta l'edizione on line del New York Times, riescono a fare operazioni ad alta frequenza di scambio. Ovvero: trasmettere milioni di ordini a velocità straordinarie. Il neologismo è già nato: high-frequency trade. Qualcuno esprime preoccupazione, parlando di strumenti nati per rastrellare milioni di dollari alle spalle di tutti gli altri.

Che la questione sia controversa è testimoniato d'altronde anche dall'accusa mossa a un ex programmatore della Goldman Sachs: l'uomo avrebbe rubato i segretissimi codici di questi computer che, secondo un procuratore federale, "potrebbero manipolare in modo ingiusto i mercati".

E sì che una volta le cose a Wall Street erano piuttosto semplici. Compratori e venditori si incontravano faccia a faccia e cercavano, magari con mezzi più o meno leciti, un accordo che soddisfacesse tutti. Dal 1998 non è più così: quell'anno, infatti, la Securities and Exchange Commission autorizzò gli scambi elettronici, con l'obiettivo di aprire i mercati a chiunque avesse un computer. Ma le macchine e i microprocessori, allora, non erano sufficientemente potenti per concludedere in fretta un buon affare.

Oggi non è più così. Con questi misteriosi supercomputer è possibile fare milioni di ordini al secondo, intercettare tendenze finanziarie prima degli altri e cambiare strategie molto più velocemente che in passato. L'aumento degli scambi ad alta frequenza è impressionante: il volume medio giornaliero è cresciuto dal 2005 del 164 per cento, secondo i dati forniti dal New York Stock Exchange.

Software di questo tipo possono determinare, attraverso operazioni realizzate in pochi millisecondi, quanto i compratori tradizionali - quelli che, per intenderci, non usufruiscono di questi computer - sono disposti a pagare per una determinata azione societaria. In modo da poter vendere, una volta stabilito il prezzo, centinaia di migliaia di azioni. Una ricerca ha calcolato che lo scambio ad alta frequenza ha generato lo scorso anno profitti per 21 miliardi di dollari. Che per qualcuno sono una cifra sufficiente per generare sospetti sulla liceità di queste operazioni.

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24 lug 2009

La valigia dispersa... e la tecnologia


un programma leggerà l'etichetta del biglietto e poi aggiornerà il cliente via sms. Bagagli smarriti in aeroporto, arriva il software per ritrovarli da soli
Entro l'anno la Sita metterà negli scali dei chioschi con cui rintracciare le valigie perse



MILANO - Dopo il check-in, il «fai da te» arriva anche per i bagagli smarriti: entro l’anno Sita (la società formata da compagnie aeree di tutto il mondo per fornire servizi di telecomunicazione ed informatica alle compagnie stesse ed agli aeroporti) renderà disponibili i chioschi con l’applicativo World Tracer, il programma che già 440 compagnie aeree hanno adottato per rintracciare e restituire i bagagli «disguidati».

COME FUNZIONA - Così, se la valigia non arriva, sarà sufficiente inserire i dati personali e avvicinare allo scanner di lettura l’etichetta del bagaglio rilasciata al momento del check-in. I passeggeri avranno così la possibilità di «tracciare» via web i bagagli, che saranno contrassegnati come «missing bag». Il chiosco genererà automaticamente un reclamo contrassegnato da un codice identificativo, evitando di dover affrontare lo stress di lunghe code agli sportelli per i reclami. Il passeggero, poi, semplicemente digitando il codice emesso dal chiosco su un sito dedicato o contattando telefonicamente il servizio clienti WorldTracer, potrà continuare ad essere informato sulla «posizione» del proprio bagaglio. Il chiosco, infatti, sarà collegato via web al software WorldTracer di SITA. Nel 2008 il «baggage report» di Sita ha mostrato che, grazie a questo genere di programma, il bagagli smarriti sono scesi dai 42,4 milioni del 2007 a 32,8 milioni, con un risparmio di circa 800 milioni di dollari: dei 32,8 milioni di bagagli «disguidati», la maggior parte è stata riconsegnata comunque entro 48 ore. Ora, con il «chiosco fai da te», sarà possibile seguire attraverso il palmare il proprio bagaglio, oppure ricevere un sms con gli aggiornamenti. «Volevamo qualcosa che contribuisse a rendere più facile la vita in caso di ritardo o smarrimento del bagaglio», ha sottolineato Eraldo Baluci, Vice President Sales & Relationship Management per il Sud Europa di SITA.
corriere

23 lug 2009

Il nuovo Briatore: Politi Fabrizio


PASSIONE E DETERMINAZIONE



Imprenditore milanese di nascita e toscano di adozione, giovane, brillante ed intraprendente, Fabrizio Politi fonda nel 2001 Fashion Yachts. Grazie alla sua intraprendenza in solo sette anni crea un'azienda che - nella nautica - si attesta, oggi, tra i primi 5 Cantieri italiani, per indici di crescita, fatturato e dimensioni. Raddoppiando nel 2008 il brand e creando Politi Navi, dedicato alla produzione dei Super Yachts. Tra i numerosi premi ricevuti da Fashion Yachts, anche il prestigioso Oscar dei Porti, lo scorso ottobre, riconoscimento all'azienda più dinamica e innovativa nella categoria yacht per il 2008.

La passione per il mare, nata in giovane età, grazie agli indimenticabili momenti che Fabrizio trascorre con lo zio in barca durante l'infanzia e l'adolescenza, abbinata ad un innato gusto e stile per la moda e il design, lo aiutano a costruirsi una nuova professione, quella di stilista del mare.

Fin dall'inizio l'ambizione è grande e cresce la voglia di renderla concreta. Fabrizio Politi, inizialmente decide di interprendere la professione di yacht broker, dedicandosi principalmente al mercato degli yacht, oltre i 30 metri, lavorando soprattutto a Monte Carlo e in Costa Azzurra.

Come imprenditore e come persona, il continuo stimolo arriva dal suo desiderio di creare qualcosa che duri nel tempo, un marchio, un prodotto talmente innovativo e sensazionale che possa vivere oltre il suo fondatore. La visione è chiara e, prima ancora di avere i capitali necessari, nella sua mente è già evidente il progetto e le sue linee guida: creare imbarcazioni senza compromessi, ovvero che siano di qualità e uniscano il prestigio e il lusso dei mega yacht. Oggi Fabrizio con il Cantiere Navale Fashion Yachts arrivato a produrre imbarcazioni fino a 85 metri.

Da questa mission nasce nel 2001 Fashion Yachts.

Fabrizio è da sempre osservatore attento della realtà e quindi dei mercati.Dopo aver maturato una significativa esperienza nella consulenza e nel brokeraggio nel mondo della nautica da diporto, si accorge che proprio in questo settore - da sempre fatto di grande tradizione e 'consuetudo' - possono trovare spazio anche le nuove generazioni, attraverso contributi innovativi, ed in linea con i 'desiderata' degli armatori italiani e stranieri più esigenti.

È proprio qui che Fabrizio Politi trasferisce le sue percezioni ed emozioni per trasformarle in barche, affidandosi ad un team di professionisti, che sviluppa e realizza ciò che lui pensa, inventa e crea.

EMOZIONI CHE DIVENTANO BARCHE

Già il prototipo, che prende forma a seguito dalle precise indicazioni di Fabrizio, è caratterizzato da elementi distintivi di altissima qualità.

Ogni opera è unica, creata per una nicchia che ricerca la riconoscibilità assoluta di uno stile nuovo, che conduce a Fashion Yacht: nasce lo stile di Fabrizio Politi. Raffinatamente minimalista, Politi unisce sapientemente le tipiche armonie marinare, dalle linee performanti e estremamente pulite con elementi lussuosi e talvolta volutamente 'eccessivi'.

Quando il modello si fa barca, Politi plasma la sua creazione sulle esigenze del cliente, creando un esemplare unico - limited edition - assolutamente 'taylor made'. Nulla viene lasciato al caso: ogni dettaglio, rifinitura, particolare è curato all'estremo. Talvolta l'utilizzo di materiali inconsueti alla nautica, tipo le lamelle d'oro o d'argento, insieme ad abbinamenti a volte anche insoliti come la pelle di coccodrillo, contribuiscono a creare ambienti caldi e d'atmosfera tipici di una preziosa abitazione di lusso.

La forma diventa parte integrante dello stile e l'elemento distintivo, ogni volta scelto con grande approfondimento dei gusti del cliente, contribuisce a caratterizzare e conferire personalità alla barca stessa così fortemente, tanto da poterne riconoscere - quasi al primo sguardo - il suo armatore.

FABRIZIO POLITI: LO 'STILISTA DEL MARE'

Fabrizio Politi, grande osservatore e conoscitore della società che lo circonda, si pone come obiettivo quello di tradurre nei suoi prodotti le ispirazioni che sorgono durante i viaggi e nel quotidiano.

Amante del bello e attento precursore delle Tendenze, Fabrizio Politi si qualifica nel mercato del diporto come Stilista del Mare. Il suo obiettivo: declinare il concetto di Fashion in tutto ciò che lo circonda.Fashion è un termine diventato sinonimo di moderno, accattivante, prodotto prestigioso, look emozionante. Per le barche di Fashion Yachts, quindi, Fashion non significa solo Moda, ma è anche stile di vita e tutto ciò che circonda la barca e l'armatore.

NON SOLO MARE

Istrionico ed eclettico, Fabrizio Politi è un imprenditore versatile capace di plasmare la proprie expertise verso molti settori. La sua passione per il cinema lo ha portato di recente a un'esperienza come producer di una pellicola italiana. E nel suo curriculum non mancano le esperienze nel settore dell'abbigliamento, dell'immobiliare e l'apertura, a Livorno, del primo Fashion Yachts Club.

Sono ancora tanti i progetti che Fabrizio Politi tiene chiusi nel cassetto...

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20 lug 2009

Mozah, la nuova signora della Porsche


Plurilaureata, dopo la visita alla Scala di Milano ha fondato una Philarmonica.
Sette figli e gli affari: è il volto del potere
La moglie preferita dello sceicco del Qatar. Dall’arte
alla musica, così modernizza Doha



MILANO — Prossima conquista: la Porsche, di cui il fondo sovrano Qatar Investment Authority (forte di una do­tazione pari a 62 miliardi di dollari) an­drà a rilevare fra il 20 e il 25% del capita­le, ampliando un portafoglio di parteci­pazioni internazionali che già compren­de il 5,8% della banca inglese Barclays, l’8,16% del Crédit Suisse, il 15,37% della Borsa di Londra, il 6% del gruppo fran­cese Lagardere.

Passa sempre più attraverso i gioielli dell’industria e delle finanza europee la strategia d’integrazione del piccolo pae­se del Golfo nel mondo globalizzato av­viata quasi quindici anni fa dallo sceic­co Hamad bin Khalifa Al Thani, con la forte influenza della sua seconda mo­glie, la favorita, Sheikha Mozah bint Nasser Al Missned. Ma quello del Qatar non è un progetto limitato all’econo­mia e alla finanza. Proprio la «sceicca» Mozah appare in­fatti come la grande ispiratrice di quei cambiamenti sociali e culturali che han­no cominciato a manifestarsi a partire dal 1995, quando lo sceicco Hamad ha preso il potere deponendo il padre men­tre era in vacanza in Svizzera, e che stan­no trasformando il piccolo emirato in un «laboratorio» senza confronti in tut­ta l’area, lontano sia dall’esperienza «conservatrice» saudita sia dalle tenta­zioni «occidentaliste» di Dubai e Abu Dhabi. È lei che ha voluto a tutti i costi l’apertura di Al Jazeera, la più liberal del­le emittenti mediorientali. È lei che gui­da Education City, il polo di studi uni­versitari e di centri di ricerche dove ten­gono corsi prestigiosi atenei internazio­nali come le americane Mellon Carne­gie e Cornell. Ed è lei l’anima di quella Qatar Foundation che in pochi anni è diventata un magnete in grado di attira­re progetti e iniziative da tutto il mon­do nel campo della cultura, delle arti, dell’architettura.

Così, sorretto dagli introiti assicurati dai maggiori giacimenti di gas del pia­neta, il Qatar mostra oggi i segni di un inedito equilibrio: è una monarchia as­soluta poco indulgente verso il dissen­so, con tutto il potere nelle mani di una famiglia che si è fatta Stato, con la legge coranica che regola la sfera privata, do­ve però il milione e mezzo di sudditi go­de del più alto reddito pro capite al mondo (circa 85 mila dollari l’anno, te­sta a testa con il Lussemburgo). I ricchi qatari non rinunciano a piantare la tra­dizionale tenda beduina nel giardino della villa, ma in tv seguono le news di Al Jazeera, viaggiano su potenti Suv eu­ropei, affollano sale cinematografiche dove proiettano film di Hollywood co­me del festival di Cannes o del Sundan­ce Festival di Robert Redford, che pro­prio nella capitale Doha ha ormai una sede fissa. «Cosa intende per democra­zia? — si è chiesta la «sceicca» Mozah intervistata di recente da un inviato del­la Bbc —. Se lei pensa solo ai modelli applicati in Occidente, io rispondo di no. Se lei pensa invece a un processo di modernizzazione, allora dico di sì».

Sposata con lo sceicco Hamad nel 1977 quand’era solo 18enne, plurilaure­ata, madre di sette figli (fra cui l’erede della dinastia), la principessa Mozah s’è ormai ritagliata un ruolo da protagonista sul palcoscenico mon­diale. Il mese scorso a Parigi, durante la ceri­monia in cui è stata ac­colta come membro permanente dell’Aca­démie des Beaux Arts, ha fatto scalpore il suo intervento in cui cita­va l’esempio dell’arti­sta arabo Zinyad, sim­bolo «del dialogo fra le diverse civiltà», che seppe diffondere nella Cordoba ca­pitale occidentale dell’Islam «una sinte­si di culture araba, persiana, indiana e greca» che ha prodotto «una straordina­ria fioritura di attività artistiche». Due anni fa, invece, a Milano per la prima della Scala, ha gettato le basi per realiz­zare il suo sogno di appassionata d’ope­ra: l’istituzione della Qatar Philarmonic Orchestra. L’ha realizzata appena torna­ta in patria. «Sua Altezza desidera solo artisti arabi?», ricorda ancora di averle chiesto Kurt Meister appena incaricato di trovare i musicisti. Ma ricorda soprat­tutto la risposta: «Non mi interessa la provenienza, scelga pure i migliori del mondo».

corriere

18 lug 2009

La spiaggia diventa tecnologica


Mare hi-tech: ci sono pure gli occhiali da sole che trasmettono film
Costume carica iPod e maglietta wifi
Dagli ombrelloni fotovoltaici ai lettini refrigeranti, le novità dell’estate



MILANO — Appena svegli un clic e via webcam appare l’immagine dello spicchio di mare più vicino. Certo bastereb­be aprire la finestra per scopri­re che tempo fa. Ma un sms con i dati incrociati di temperatura, pressione atmosferica, umidità e forza dei venti è molto più al passo dei tempi. Se poi il qua­dro complessivo risulta convin­cente, non resta che raggiunge­re la spiaggia. Ma non una qual­siasi, qui parliamo di cy­ber- spiagge, dotate di ombrello­ni fotovoltaici, lettini refrige­ranti, occhiali che proiettano film e costumi da bagno che ri­caricano l’iPod. La marcia implacabile della tecnologia colma ogni spazio vuoto nella vita di un uomo. A maggior ragione il tempo libe­ro, e nella fattispecie quello pre­ziosissimo che si spende in va­canza. Le aziende si stanno spe­cializzando in prodotti balneari hi-tech. E gli operatori turistici cercano di cogliere qualche no­vità per rivitalizzare la routine castelli di sabbia-tuffo-pattino. Il mercatino delle vacanze hi­gh- tech comincia con l’ombrel­lone che monta cellule fotovol­taiche e ruota seguendo il sole per alimentare un circuito elet­trico da cui è possibile attinge­re energia per gli usi più svaria­ti. L’idea, escogitata dal desi­gner Greg Freer, viene commer­cializzata da quest’estate in due diversi modelli. A Rimini inve­ce è già in corso la rivoluzione tecnologica degli stabilimenti balneari. Alcuni hanno messo in bella mostra i lettini refrige­ranti, che vaporizzano sul ba­gnante al girarrosto ventate di acqua gelida. Altri hanno punta­to sulla sdraio con pannelli ri­flettenti, che assicura (parola del produttore) un’abbronzatu­ra fronte retro. Altri ancora fino a poco tempo fa pubblicizzava­no i divanetti automassaggian­ti, dotati di manopole vibranti e cuscinetti mobili. Caduti in di­sgrazia, pare, a causa dei mas­saggiatori in carne e ossa, in special modo quelli abusivi.

All’avanguardia della spiag­gia digitale si propongono gli stabilimenti di Imperia, che si sono consorziati per assicurare ai propri clienti servizi web-cam ed sms, mentre il wifi sulla sabbia che consente di navigare in Internet a due passi dal mare è ormai una real­tà in moltissime località balnea­ri. A Venezia il web senza fili è stato attivato da poco in città. Ma anche a Sanremo ci si può connettere liberamente, così co­me sul litorale di Paola in Cala­bria, in Versilia, a San Benedet­to del Tronto e a Civitanova Marche, ovviamente in Roma­gna, e in generale la moda di diffonde po’ ovunque, persino nella spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro.A questo proposito può tor­nare utile l’invenzione america­na della wifi detector shirt, una maglietta che s’illumina quan­do aggancia l’hot spot di una porta wireless (costa solo 19,99 dollari sul sito Thinkgeek). Sfi­lata questa, si resta in costume, ma non uno qualsiasi, bensì il pezzo intero a cellule fotovoltai­che disegnato dalla Triumph in grado di ricaricare cellulari e iPod.

Per i cinemaniaci ci sono gli occhiali da sole MyVu con cuf­fiette incorporate, con cui è pos­sibile gustarsi un film durante la mezz’ora di tintarella. Ci fac­ciamo una nuotata a ritmo rock? L’ideale è l’mp3 subac­queo della Dolphin e se poi vie­ne sete c’è l’apposito raffredda lattine, così come il ventilatore con porta usb da collegare al no­tebook, i braccialetti altoparlan­ti e l’applicazione dell’iPhone che mette in fuga le zanzare emettendo ultrasuoni.Ora, tutta questa iperattività tecnologica alla lunga può an­che stressare. In tal caso non re­sta che spegnere tutto, staccare fili, scollegare computer, letto­ri, radioline e ogni altra diavole­ria. Chiudete gli occhi e dormi­te. La pennichella digitale non l’hanno ancora inventata.

16 lug 2009

Generazione «né-né»


I dati del dipartimento della Gioventù
settecentomila giovani «inattivi convinti»
Hanno da 15 a 35 anni: niente lavoro, niente studio



MILANO — «Mi chiamo Maria Elena Crespi, Malena per i miei quattro amici, ho 23 anni, vivo alle porte di Milano, non studio e non lavoro. Provo vergogna per questo? Io no». Malena è un nome e cognome, un viso acqua e sapone, e una storia di disillusioni e non impegno convinto che gli spagnoli catalogano sotto l'insegna Generación «ni-ni»: ni estudia ni trabaja: generazione «né» studio «né» lavoro. Adolescenti e giovani. Spagnoli e italiani, inglesi e americani. Tanti. Sempre di più. Anche se non la maggioranza. In Italia il fenomeno non ha un'etichetta, non ancora, ma sociologi e psicologi lo conoscono bene. E i dati inediti del Rapporto Giovani 2008, elaborati dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma per conto del ministro della Gioventù Gorgia Meloni, sembrano certificarlo. Ancor più quando vengono incrociati con le anticipazioni dell'indagine Istat sulla Forza lavoro 2008. Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano (il 9%): la maggior parte perché un lavoro non lo trova; 50 mila perché della loro inattività ne fanno una scelta; 11 mila, poi, proprio perché di lavorare o studiare non ne vogliono sapere («non mi interessa», «non ne ho bisogno»).

Stessa tendenza nei dati relativi ai giovani tra i 25 e 35 anni: un milione e 900 non studia e non lavora. Vale a dire: quasi uno su quattro (il 75%). Un milione e 200 mila di questi gravitano nella disoccupazione (ma tra loro c'è chi dice di non cercare bene perché è «scoraggiato» o perché «tanto il lavoro non c'è»). Settecentomila sono invece gli «inattivi convinti»: non cercano un lavoro e non sono disposti a cercarlo. È stato calcolato che se avessimo tassi occupazionali pari a quelli dei Paesi bassi (capolista nella classifica Ue, 81,3% nella fascia d'età tra i 15 e i 39 anni), il nostro Pil guadagnerebbe 1-2 punti in percentuale. Ma il fenomeno «né-né» è qualcosa che va oltre i numeri. In Spagna, dice una recente indagine di Metroscopia pubblicata su El País in occasione del battesimo massmediatico della Generación «ni-ni», il 54% dei giovani tra i 18 e i 35 anni dichiara di «non avere un progetto su cui riversare il proprio interesse o le proprie illusioni».

Il leitmotiv: «Lo studio? tempo perso, non mi apre le porte al futuro. Il lavoro? Non lo cerco perché tanto non lo trovo». E la crisi sembra aver accentuato la rinuncia a qualsiasi impegno. Soddisfatti della loro vita privata (lo è l'80%), i giovani spagnoli si sentono in preda a una «devastazione lavorativa». E anche chi alla fine sceglie di studiare, lo fa senza prospettive. «Appena si rendono conto di cosa li aspetta continuano a formarsi, viaggiano, lavorano magari come camerieri per pagarsi un master mentre mamma e papà a casa li aspettano». Stesse tonalità per la fotografia scattata ai giovani «né-né» nostrani: coccolati dalla società e iperprotetti in famiglia come i «bamboccioni» ma troppo consapevoli delle loro scelte per finire sotto l'etichetta; apatici e un po' disarmati come i figli della «generazione x» ma anagraficamente troppo giovani per essere loro apparentati; circondati da fratelli e amici icona della «generazione mille euro» ma troppo disillusi per provare a loro volta a infilarsi, prima o dopo, nella stessa realtà. «Non lavorano perché la famiglia li mantiene e un impiego non si trova; non studiano o studiano meno di una volta per i programmi più leggeri, la mancanza di selezione», dice la psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris. «Se poi il modello è quello alla Grande Fratello (basta andare in tv per guadagnare) passa il concetto che per riuscire non serve impegnarsi. E ci si lascia vivere fino a 30 anni senza un progetto. Le motivazioni, invece, si coltivano fin dall'infanzia. Insieme al concetto che la realtà è anche lotta e sacrificio. E per questo è bella».

Malena, nella sua stanza tappezzata di libri, annuisce: «Vero. Ma io lotto per quello che va a me. E per ora sto bene così. Forse un po' meno i miei genitori, la mia vecchia prof di lettere che ha sempre visto per me un futuro "promettente" (che parolaccia). E forse anche la società che non accetta quelli che cercano una strada diversa dai mille e 120 euro al mese di mia sorella laureata-dottorata». «Ci fosse però quella strada — aggiunge Daniele, dietro un nome di fantasia — me l'hanno rubata. Mio fratello ha fatto di tutto per fare contento il mondo e s'è trovato senza un lavoro e senza se stesso. Io a me non rinuncio, ma così sto male». Enrico B., 26 anni, non studia, non lavora, ma ha una compagna e un figlioletto a cui badare: «Il mio lavoro? Per mesi è stato cercare un lavoro. Adesso prendo quello che viene». E al bimbo chi pensa? «Mia madre e mio padre. Per ora viviamo con loro, poi si vedrà».

corriere

15 lug 2009

Zopa....


Il Tesoro cancella Zopa dall'albo
"Sospese tutte le attività"



Bankitalia: "Emerse gravi irregolarità gestionali e modalità operative del tutto divergenti dallo schema approvato". La protesta sul blog: "Andiamo alla Corte di Giustizia Europea"

ROMA - Zopa.it, la prima community di social lending in Italia, attiva dal 2008, ha annunciato "la sospensione delle attività in seguito alla cancellazione dall'albo degli intermediari finanziari". La cancellazione è stata disposta il 10 luglio, fa sapere un portavoce di Zopa, in seguito "a un decreto del ministero dell'Economia e delle Finanze", emanato "su indicazione della Banca d'Italia". Secondo via Nazionale infatti "gli accertamenti ispettivi condotti per verificare la corretta conduzione dell'attività di social lending hanno fatto emergere gravi irregolarità gestionali e modalità operative del tutto divergenti dallo schema operativo sottoposto alla Banca d'Italia". Zopa ha pertanto sospeso la trattazione di nuovi prestiti e l'ingresso di nuovi prestatori.

Zopa, Zone of Possible Agreement, (in italiano Zona di Possibile Accordo), è nato in Gran Bretagna nella primavera del 2005, per iniziativa di tre manager della banca online Egg. In pratica il sito fa da intermediario ai prestiti tra privati: le condizioni vengono stabilite di volta in volta, in base a un accordo tra le parti. A Zopa, in quanto intermediario, viene garantita una percentuale dell'1 per cento da parte dei prestatori, e da parte di chi prende il denaro in prestito in misura variabile a seconda della propria "affidabilità". Infatti gli aspiranti al prestito vengono suddivisi in varie classi, a seconda delle informazioni reperite da Zopa su di loro: più si è affidabili e meno si paga, e dunque la classe A+ paga lo 0,5 per cento, la A l'1 per cento, la B l'1,5 per cento e la C il 2 per cento.

Un meccanismo che aveva trovato parecchi risparmatori interessati: infatti Zopa, che nel Regno Unito conta 300.000 iscritti, in Italia ne ha oltre 40.000. In un anno e mezzo 5.000 persone si sono prestate online più di 7 milioni di euro. Cifre di tutto rispetto, che hanno permesso a Zopa di attestarsi al terzo posto della classifica europea delle community di social lending, dietro Zopa britannico e i tedeschi di Smava.de.

L'amministratore delegato di Zopa.it, Maurizio Sella, si dichiara molto sorpreso "da questa decisione che ci sembra dovuta unicamente a valutazioni di carattere tecnico-giuridico sul funzionamento della piattaforma, a fronte delle quali peraltro avevamo proposto una soluzione definitiva".

"Abbiamo sempre collaborato con la Banca d'Italia - prosegue Sella - fin dalla fase di progettazione di un'iniziativa sicuramente non codificata. Nel gennaio del 2008 abbiamo iniziato ad operare dopo avere ricevuto l'ok dell'Ufficio Italiano Cambi e da quel momento Zopa è stata un grande successo, soprattutto in un momento storico in cui il credit crunch escludeva intere fasce sociali dall'accesso al credito. Ci siamo attivati per tutelare la nostra posizione e la community in tutte le sedi e in tutti i modi che ci saranno consentiti, confido in un rapido rientro alla normalità".

Ma dalle valutazioni della Banca d'Italia sembra difficile che questo avvenga, perlomeno in tempi stretti: "La società acquisiva la titolarità e la disponibilità dei fondi conferiti dai prestatori, violando l'obbligo di separatezza delle disponibilità di terzi da quelle della società; in tal modo si realizza una abusiva attività di raccolta del risparmio, con rischio per i terzi i cui fondi non vengono più scambiati immediatamente tra creditore e debitore come dovrebbe essere nello schema di social lending ma rimangono nella disponibilità della Zopa. Di fatto il creditore si trova inconsapevolmente in una posizione analoga a quella di un depositante senza le tutele previste dall'ordinamento per i risparmiatori".

"Le modifiche operative proposte da Zopa per risolvere il problema - conclude la Banca d'Italia - non sono risultate sufficienti a garantire la rimozione delle irregolarità, manifestando una strutturale difficoltà nell'assicurare il rispetto della disciplina in materia bancaria e finanziaria posta a tutela dei terzi e del mercato".

Nel frattempo, i vecchi prestatori e richiedenti possono consultare il sito per sapere come verranno man mano fermate le attività. Infatti, se non verranno avviati nuovi prestiti, quelli già in atto seguiranno in linea di massima le scadenze già previste.

Gli aderenti alla community sul blog di Zopa stanno contestando duramente quella che considerano una sorta di vendetta della "lobby bancaria": "Ti pareva che l'associazione a delinquere bancaria non si sarebbe mossa a mettere i bastoni tra le ruote ad un sistema onesto e trasparente come questo. Siamo in Italia, benvenuti!", scrive per esempio Andrea. In molti però vogliono vederci chiaro e, in nome della trasparenza, chiedono la pubblicazione del decreto ministeriale. Augurandosi che magari si tratti "di un malinteso". Qualcuno avanza addirittura la proposta che si possa proseguire senza l'autorizzazione della banca centrale. E qualcun altro propone addirittura il lancio di uova marce contro le istituzioni. Mentre i più razionali si schierano per un ricorso alla Corte di Giustizia Europea, considerato che i "cugini" inglesi non sono mai incorsi in alcuna contestazione da parte delle autorità britanniche.
repubblica

14 lug 2009

Office va online



Bum, bang e, ovviamente, Bing. Prosegue la guerra, fatta di battaglie piccole e grandi, tra i due colossi dell'informatica, Microsoft e Google, ormai binomio quasi esclusivo delle nostre attività digitali.



E l'ultimo colpo, questa volta sferrato da Redmond, è di quelli grossi: con
l'arrivo nella prima metà del prossimo anno del nuovo Office 2010, una versione del software per la produttività più diffuso al mondo sarà messa a disposizione online. Gratuitamente. Esattamente - ebbene sì - come il pacchetto Google Docs, proposto dalla società di Mountain View ben tre anni fa.

microsoft-office-2007.jpgLa parziale evoluzione verso il "cloud computing" anche di Word e soci arriva dopo una successione fenomenale di attacchi e parate tra i due big. Dal lancio del browser Chrome per passare al contrattacco con il motore di ricerca Bing, fino al colpo dell'annuncio di un sistema operativo da parte di Google. Microsoft dunque offrirà applicativi per l'elaborazione dei testi, fogli elettronici, presentazioni e blocco note, con lo stesso aspetto e le stesse funzioni dei software per pc venduti nel pacchetto Office: Word, Excel, Power Point e OneNote.

La versione gratuita di Office potrebbe, come è facilmente immaginabile, avere un impatto negativo sulle vendite dell'unità di business più redditizia di Microsoft: 9,3 miliardi di dollari dei 14,3 miliardi di ricavi dei primi nove mesi dell'anno fiscale. Ma la mossa non è certo insensata. Data la diffusione di Office, è facile immaginare come centinaia di milioni di utenti che ogni giorno lavorano con il pacchetto per pc si butteranno a provare la versione web. La casa di Redmond potrà così facilmente dirottare sulle proprie pagine online gli utenti che ora invece usano i prodotti analoghi di Google. E dunque cercherà di aumentare le proprie entrate con l'advertising online, sottraendole al concorrente, indirizzando questi utenti verso i suoi altri siti web. Tra cui, ovviamente, il motore di ricerca Bing, su cui Microsoft ripone grandi speranze di mercato.
corriere

10 lug 2009

Tutti sulla Luna con Google Moon


Il nuovo servizio sarà inaugurato, in occasione del 40esimo anniversario del lancio dell'Apollo 11, il 20 luglio



MILANO - La Luna non è mai stata così vicina da quando Google ha deciso di collaborare con la Nasa realizzando Google Moon, un servizio che sarà del tutto simile a Google Earth ma dedicato al satellite terrestre.

PRESENTAZIONE - L’azienda della grande G ufficializzerà la presentazione delle ultime novità sul progetto in occasione del 40esimo anniversario del lancio dell'Apollo 11, il prossimo 20 luglio a Washinghton D.C., con «un annuncio davvero speciale sulle nuove implementazioni di Google Earth». Per ora non sono state diffuse informazioni più specifiche ma è facile immaginare, non senza una certa emozione, come funzionerà il software che permetterà di librarci virtualmente a pochi chilometri dall’argenteo suolo lunare, esplorandone la superficie nei minimi dettagli.

PASSO PER L'UMANITÀ - Da qualche anno era già a disposizione degli utenti una versione sperimentale e molto parziale di Google Moon, che grazie alle foto satellitari e alle mappe fornite dalla Nasa rendeva possibile sbirciare tra i crateri lunari e immedesimarsi nel primo allunaggio di Neil Armstrong e compagni avvenuto nel 1969. Allo stesso modo era stato lanciato Google Mars, successivamente implementato fino ad essere visibile anche in 3D come funzionalità aggiuntiva di Google Earth 5.0. Ora, dopo il lancio del satellite della Nasa Lunar Reconnaissance Orbiter, incaricato di raccogliere nuovi scatti della superficie lunare, anche le immagini offerte in precedenza da Google Moon potranno essere aggiornate con rappresentazioni tridimensionali e complete di tutto il satellite.

LUNA SUL DESKTOP - Se, come già succede per la Terra e per Marte, anche la Luna sarà a nostra completa disposizione, visibile da ogni angolazione, sul desktop del computer, avremo la possibilità di visualizzare informazioni supplementari e ulteriori scatti da satellite e al suolo, soprattutto in corrispondenza delle zone interessate dalle sonde. Saranno inoltre disponibili i dati già visualizzabili attraverso la vecchia versione di Google Moon, come le informazioni e la geolocalizzazione esatta degli sbarchi delle sei missioni Apollo avvenute tra il 1963 e il 1972. Ma anche, probabilmente, i nomi dei luoghi, dei suoi crateri, delle sue montagne, i link ipertestuali alle schede dedicate della Nasa e altre funzioni a disposizione degli utenti. Alla presentazione del nuovo progetto di Google sarà presente anche Buzz Aldrin, pilota dell’Apollo 11 e secondo uomo ad aver posato i piedi sulla Luna dopo Armstrong. In quanto testimone diretto, Aldrin sarà l’unico a poter comparare l’allunaggio reale a quello virtuale.
corriere

Very Millionaire



Storie e segreti di 22 conquistatori di miliardi
Da Roman Abramovich a Mark Zuckerberg (Facebook). Come hanno fatto a diventare così incredibilmente ricchi? Potreste essere voi i prossimi? Ecco le chiavi per scoprire i segreti della loro ricchezza. Nel segno dell'intraprendenza e della motivazione.




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Apple e la Sec


Problema etico o finanziario?



Roma - Gli investigatori della U.S. Securities and Exchange Commission (SEC), equivalente dell'italiana CONSOB, starebbero indagando sull'operato di Apple negli ultimi sei mesi, quelli in cui il fondatore e CEO Steve Jobs si era ritirato dall'attività per sottoporsi ad un trapianto di fegato.

Ciò che non convince il governo statunitense è la condotta tenuta dalla board di Apple in questi mesi: lo scorso gennaio Jobs aveva detto che si sarebbe preso un periodo di pausa per consentire ai medici di analizzare il suo quadro clinico, senza però dichiarare espressamente in quale malanno fisico fosse incappato.

Secondo Robert Hillman, professore di legge all'Università della California, è da chiarire se Apple abbia deliberatamente taciuto sulla salute di Jobs: "Ogni dichiarazione in merito può essere fuorviante se veritiera solo in parte".
Alcuni analisti finanziari sostengono che figure come quella di Jobs siano fondamentali per le aziende, perciò il loro stato di salute costituirebbe un dato necessario per gli investitori: "Se uno sta talmente male - sostiene Allah Howich di Schiff Hardin LLP - da finire in cima alla lista dei candidati per ricevere un trapianto è un fatto significativo anche sotto il profilo finanziario".

Già lo scorso anno la salute di Jobs era balzata al centro dell'attenzione e nonostante le continue smentite il fondatore di Apple alla fine aveva lasciato temporaneamente il timone dell'azienda a Tim Cook per riprendersi.

Tuttavia proprio sotto la reggenza di Cook è stata lanciata la nuova linea di laptop e desktop made in Cupertino e neanche un mese fa è stato presentato il nuovo iPhone: una serie di operazioni svolte senza Jobs in plancia ma che hanno contribuito ad innalzare il valore delle azioni a forma di mela di circa il 61 per cento nel 2009.
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I più ricchi Under 30


Beyoncè Knowles è più ricca star under 30



La cantante statunitense Beyoncè Knowles, secondo la classifica di Forbes, è la star under 30 più ricca del mondo. Tra il primo giugno 2008 e la stessa data del 2009, la giovane artista (27 anni) ha guadagnato la bellezza di 87 milioni di dollari. Nella sua carriera, oltre alla musica, c’è pure il cinema, anche qui con ottimi risultati, almeno dal punto di vista economico.

Dietro di lei il pilota della Ferrari Kimi Raikkonen (29 anni e 45 milioni), che ha fatto meglio di LeBron James (24 anni e 40 milioni), Britney Spears (27 anni e 35 milioni) e Roger Federer (27 anni e 33 milioni).

Sesto posto per Ronaldinho (29 anni e 30 milioni), seguito da Miley Cyrus (16 anni e 25 milioni), Jonas Brothers (16, 19 e 21 anni e 25 milioni), Daniel Radcliffe (19 anni e 25 milioni), Gisele Bundchen (28 anni e 25 milioni), Maria Sharapova (22 anni e 22 milioni) e Taylor Swift (19 anni e 18 milioni). Nessuno di loro può lamentarsi del conto in banca.

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9 lug 2009

Le prime 500 società al mondo


Ecco le prime 500 società al mondo secondo Fortune



Royal Dutch Shell è la prima azienda del mondo secondo la classifica di Fortune sulle maggiori società del mondo. Il colosso olandese ha registrato ricavi in crescita del 28% rispetto all'anno scorso grazie ai forti rialzi messi a segno dal petrolio. Questo le ha permesso di superare la rivale americana Exxon Mobil (che resta al secondo gradino del podio) e Wal-Mart, che nel 2008 era prima ma arretra al terzo posto. il colosso della grande distribuzione organizzata

Prima tra le italiane si conferma Eni. Il cane a sei zampe si piazza al 17esimo posto in classifica, recuperando ben dieci posizioni. Conferma anche per Generali che però perde posizioni passando dalla 34esima posizione del 2008 alla 47esima del 2009. Il gruppo UniCredit, nonostante la crisi finanziaria, ha visto i suoi ricavi aumentare del 22% nel 2008. Grazie a questa performance ha scalato diverse posizioni, passando dalla 77esima alla 58esima.

Ricavi in crescita e migliori piazzamenti anche per Enel e Fiat. Il gruppo guidato da Fulvio Conti passa dalla 109esimo posto al 62esimo, mentre l'azienda torinese ha raggiunto il 64esimo gradino dal 71esimo del 2008. Avanza anche Intesa San Paolo (dalla 144esima posizione del 2008 passa alla 137esima). Arretra di sei punti invece Telecom Italia (al 166esimo posto). Le altre tre società italiane in classifica sono Poste Italiane (che sale dalla 348esima posizione alla 339esima), Finmeccanica (dalla 428esima alla 399esima) e Premafin Finanziaria (che scende al 492esimo posto dal 467esimo del 2008).

Sulla classifica 2009 di Fortune è forte l'impatto della crisi globale. Un impatto che si percepisce scorrendo la top 20 delle aziende che hanno perso di più. A guidare questa poco lusinghiera classifica è l'americana Fannie Mae. Il colosso parastatale dei mutui immobiliari, salvata dal crac grazie ai soldi dei contribuenti americani governo americano, nel 2008 ha fatto registrare perdite colossali (intorno ai 58 miliardi di dollari) a causa della crisi dei mutui subprime. Al secondo posto c'è la britannica Royal Bank of Scotland che nel 2008 ha registrato la peggior perdita nei 300 anni della sua storia (43miliardi di dollari). La conseguenza più pesante del crollo dei mercati sofferta dall'economia reale si è fatta sentire soprattutto nell'industria automobilistica, che oggi deve affrontare una pesante ristrutturazione. Non è quindi una sorpresa se la terza società a perdere di più sia l'americana General Motors. Il colosso di Detroit, finita in chapter 11 (la procedura di amministrazione controllata) è oggi alle prese con la vendita di pezzi della sua collezione come la tedesca Opel. Nel 2008 ha perso oltre 30 miliardi di dollari. facendola scendere dal nono posto nella classifica 2008 all'attuale 18esima posizione.

Per l'industria dell'auto è un vero terremoto. La crisi ne ha cambiato la geografia economica. Toyota, che guida la classifica settoriale, è al decimo posto assoluto, seguita da Volkswagen (al 14esimo), Ford (al 18esimo), mentre al 23.esimo un'altra grande tedesca: Daimler. Honda è alla posizione 51 mentre, come accennato, 64.esimo posto c'è l'italiana Fiat.

Anche l'assetto dell'industria tecnologia è stato modificato dalla crisi: la classifica fortune 500 vede sempre al primo posto General Electric stabile al 12.esimo posto assoluto. Al terzo posto nel settore spicca Siemens (che passa dalla 37esima alla 30esima posizione). Al secondo (primo in quello relativo all'Information technolgy) c'è Hp che però da quota 41 balza al 32esimo posto. Samsung arretra passando dal 38.esimo posto al 40esimo mentre la rivale Sony. Scende da 75 a 81. Nokia è invece salita: dall'88 posto all'85.esimo. Microsoft scala posizioni passando da quota 136 a quota 107. Apple segna un notevole incremento passando da una quota 337 a 253. Google è invece al 423.esimo posto

Le top 10 ITALIANE


Società Posizione Ricavi (milioni $) Sede pos. 2008
1 ENI 17 159.348 Roma 27
2 Assicurazioni Generali 47 103.103 Trieste 34
3 UniCredit Group 58 94.036 Milano 77
4 Enel 62 90.005 Roma 109
5 Fiat 64 86.914 Torino 71
6 Intesa Sanpaolo 137 52.947 Torino 144
7 Telecom Italia 166 45.118 Milano 160
8 Poste Italiane 339 26.129 Roma 348
9 Finmeccanica 399 23.037 Roma 428
10 Premafin Finanziaria 492 18.766 Milano 467



ilsole24ore

7 lug 2009

Tokyo è la città più costosa del mondo


analizza i prezzi di circa 200 articoli in 143 metropoli
La capitale giapponese supera Mosca nella classifica di Mercer, Milano undicesima. Meno cara: Johannesburg



MILANO - Tokyo supera Mosca e diventa la città più cara del mondo. Lo rivela l'annuale studio condotto dalla società di consulenza Mercer che ha analizzato il costo della vita in 143 città del pianeta. Nonostante la recessione abbia colpito l'intero globo e la disoccupazione sia aumentata in tutte le metropoli, la vita in tante città internazionali continua a essere molto costosa. L'indagine, ideata per fornire indicazioni sui costi alle aziende che hanno dipendenti all'estero, analizza i prezzi di circa 200 articoli in ogni città, tra cui alloggi, cibo, abbigliamento, trasporti e tempo libero e prende come punto di riferimento New York alla quale sono conferiti cento punti. L'analisi conferma che la vita nel 2009 è molto più costosa nelle città europee e asiatiche rispetto a quelle americane, nonostante che quest'ultime, a causa delle forti oscillazioni dei cambi e del rafforzamento del dollaro, abbiano guadagnato posizioni in classifica rispetto all'anno scorso.

TOP TEN - Se si esclude New York, piazzatasi ottava, nella top ten vi sono solo città asiatiche e europee. Tokyo primeggia su tutte le metropoli con 143,7 punti, quasi il triplo rispetto a Johannesburg (49,6 punti), la città sudafricana che quest'anno è ultima in classifica e toglie ad Asunción il primato di centro più economico del mondo. La vita nella capitale giapponese è davvero cara visto che un biglietto di metropolitana costa 2,30 euro mentre per prendere un caffè e leggere un giornale bisogna sborsare quasi 9 euro. Tokyo è seguita da un'altra grande metropoli del Sol Levante, Osaka, che si piazza seconda con 119,2 punti mentre sul gradino più basso del podio si ferma Mosca, primatista l'anno scorso, che perde rispetto al 2008 ben 27 punti. Seguono in successione Ginevra, Hong Kong, Zurigo, Copenaghen e New York. Chiudono la top ten Pechino e Singapore.

ITALIANE - Rispetto all'anno scorso le città europee in generale hanno perso diversi posti in classifica. Oltre alla già citata Mosca passata dal primo al terzo posto, possiamo notare che Londra e Oslo, che nel 2008 erano entrambe nella top ten, nella classifica di quest'anno si piazzano al sedicesimo e al quattordicesimo posto, perdendo rispettivamente 13 e 10 posizioni. Anche le città italiane scendono in classifica: Milano, che l'anno scorso era l'ultima della top ten, quest'anno perde una posizione e si piazza undicesima. Roma invece, che era sedicesima, nel 2009 si ferma al diciottesimo posto. Discorso opposto per le città americane e del Medio Oriente che in generale guadagnano posizioni: Los Angeles passa dal cinquantacinquesimo posto al ventitreesimo, Chicago dall'ottantaquattresimo al cinquantesimo, mentre Dubai balda dal cinquantaduesimo al ventesimo posto. Nathalie Constantin-Métral, senior researcher di Mercer, commenta: «Tra le principali conseguenze della recessione dello scorso anno abbiamo osservato delle fluttuazioni significative nella maggior parte delle valute mondiali, il che ha segnato profondamente la classifica di quest’anno. Molte monete, tra cui l’euro e la sterlina, si sono fortemente indebolite rispetto al dollaro, facendo perdere molte posizioni alle città europee».

Se i passeggeri a bordo stessero in piedi...


Ryanair: più posti e meno costi
La compagnia calcola un aumento del traffico del 30 per cento e una forte riduzione dei costi



Prima l'annuncio di voler introdurre una tassa per usare il bagno a bordo. Poi l'idea che ognuno si carichi il proprio bagaglio sull'aereo. E adesso una nuova pensata: passeggeri in piedi durante i voli. È la politica di Ryanair. O almeno quella che vorrebbe attuare. La compagnia low-cost sta facendo di tutto per ridurre i costi e aumentare i passeggeri. Ecco quindi anche l'idea di far viaggiare i passeggeri, o una parte di loror, in piedi come su un bus. «Ci sarebbe un incremento di persone fino al 30 per cento su ogni volo. E allo stesso tempo il biglietto costerebbe il 20 per cento di meno», spiega il portavoce Stephen McNamara.

LA PROPOSTA- Un'idea non nuova: già un paio di anni fa era stata avanzata, come ipotesi, dai costruttori. Ma le perplessità, anche riguardo la sicurezza, erano numerose. In ogni caso, Ryanair ci pensa e la cosa certamente farà discutere. In un articolo il Daily Mail spiega che la compagnia irlandese ha preso spunto dalla comagnia cinese Spring che ha già avviato il progetto. I passeggeri dovrebbero stare (quasi) seduti su una panchina con una cintura per l'atteraggio e il decollo. E poi in piedi per la durata del volo. «Sarebbe tutto in regola», spiegano dalla compagnia. La proposta è al vaglio dalle autorità aeroportuali irlandesi. Ma, sempre secondo il quotidiano inglese, Micael O'Leary avrebbe già preso contatti con la Boeing per disegnare un aereo con le nuove caratteristiche. Anche l'Airbus si starebbe muovendo in questa direzione.

I COSTI- Le nuove procedure farebbero risparmiare alla compagnia quasi 26 milioni di sterline, cioè quasi 38 milioni di euro. Ed entrano in una politica di abbattimento dei costi portata avanti da O'Leary. Da ottobre, per esempio, il check-in sugli aerei sarà solo online. Tagliando così tutto il personale di terra. Allo studio anche la possibilità che ogni passeggero si carichi da solo il proprio bagaglio. E per questa nuova proposta si attende il via libero dell'ente aeroportuale.

corriere

4 lug 2009

Le 10 donne di Hollywood che guadagnano di più


Angelina Jolie in testa



Forbes ha stilato la lista delle 10 donne che sono state in grado di guadagnare più denaro a Hollywood nell’ultimo anno, da giugno 2008 a oggi. In testa Angelina Jolie, con 27 milioni di dollari.

Fa scalpore che Angelina sia sopra di due milioni rispetto a Jennifer Aniston, che ne ha guadagnati “solo” 25. Saranno quei due milioni di scarto che Angelina e Brad hanno donato in beneficienza qualche settimana fa.

Seguono nella lista: Meryl Streep con 24 milioni, Sarah Jessica Parker con 23 milioni, Cameron Diaz con 20 milioni, Sandra Bullock e Reese Witherspoon a parimerito con 15 milioni, Nicole Kidman e Drew Barrymore di nuovo a parimerito con 12 milioni e infine Renée Zellweger con 10 milioni.

Fonte

2 lug 2009

CLASSIFICA : I cento manager e dirigenti pubblici più pagati



Ecco gli stipendi di 20mila dirigenti di società pubbliche



E' Francesco Guarguaglini, presidente e ad di Finmeccanica a guidare la classifica degli stipendi delle società pubbliche spa privatizzate con retribuzioni di alcuni milioni di euro. È quanto emerge dall'elenco dei compensi dei top manager delle societá a parziale o totale partecipazione pubblica consultabile sul sito del ministero per la Pubblica amministrazione guidato da Renato Brunetta. Guarguaglini, guida la classifica con 5 milioni e 560mila euro, di cui 2 milioni si riferiscono a precedenti mandati. Subito dopo, troviamo i manager dell'energia. Il numero uno di Enel Fulvio Conti tocca i 3 milioni 236mila euro, appena sotto quello dell'ad e dg dell'Eni Paolo Scaroni con 3,077 milioni. Oltre mille pagine da sfogliare, molte le caselle in bianco, di chi non ha comunicato l'entità degli stipendi.

Si tratta di oltre 5.000 tra aziende e consorzi che spaziano dai servizi pubblici locali, trasporto, acqua, elettricitá, alle grandi societá come Ferrovie dello Stato, Rai, Poste. Compensi milionari, aggiornati al primo semestre 2009, spettano anche al presidente dell'Eni Roberto Poli intorno a 1 milione di euro (1.131.000) e al presidente di Enel, Pietro Gnudi (923.348). Anche Massimo Sarmi, l'ad e direttore generale di Poste Italiane, viaggia intorno ai 900mila euro all'anno di fisso, 886 mila per la precisione, ai quali può essere aggiunta una parte variabile annuale fino a 694.294 euro.

Un pò meno ma sempre sopra il mezzo milione di euro per il numero uno di Fs Mauro Moretti che percepisce 680mila euro di fisso più 190mila di parte variabile, mezzo milione di euro più 250mila di variabile per il presidente di Fs Innocenzo Cipolletta. Anche il presidente e dg di Anas Pietro Ciucci percepisce 500mila fissi elevabili del 50% subordinatamente al raggiungimento degli obiettivi. E non è di molto inferiore il compenso del presidente della Rai Paolo Garimberti pari a 448mila euro.

ilsole24ore

1 lug 2009

Uomini più audaci, ma solo sotto stress


Una ricerca condotta da un'università americana rivela le diverse reazioni
Le donne, invece, si rivelano caute e fredde


MILANO - In situazioni di tensione uomini e donne reagiscono con comportamenti praticamente opposti: mentre il gentil sesso tende ad adottare un atteggiamento più cauto e freddo, la loro controparte maschile cerca sollievo attraverso azioni rischiose e più irrazionali come il gioco d’azzardo, il sesso non protetto e l’uso di droghe illegali.

UN GIOCO PER STUDIARE LE REAZIONI - Una ricerca (http://www.telegraph.co.uk/scienceandtechnology/science/sciencenews/5700954/Women-show-grace-under-pressure-while-men-gamble.html) condotta dalla Università della Southern California ha analizzato il diverso comportamento sotto stress di uomini e donne e la loro predisposizione al rischio. Ai volontari, divisi in gruppi, è stato chiesto di prendere parte a un gioco in cui, per vincere un montepremi in denaro, dovevano riuscire a gonfiare un palloncino il più possibile senza farlo scoppiare. Quanti più soffi riuscivano a usare, tanti più soldi venivano aggiunti al montepremi, stimolando i partecipanti a spingersi fino al limite di resistenza del pallone. A una parte dei partecipanti è stato chiesto di immergere le mani nell’acqua ghiacciata, in modo da riprodurre sintomi simili a quelli derivati da stress. Le donne in queste condizioni, e quindi sotto stress, hanno soffiato nel palloncino in media 32 volte, mentre gli uomini si sono spinti in media fino a 48 soffi per cercare di innalzare il proprio montepremi. Il divario tra i due generi si è appiattito completamente nei soggetti non sottoposti a fattori stressanti: entrambi i sessi hanno gonfiato il palloncino con una media di 40 soffi.

LO STRESS FA LA DIFFERENZA - I risultati dello studio mostrano come le donne sotto stress diventino via via più calme e prudenti, quanto più la pressione a cui sono sottoposte è forte. Esattamente il contrario di quello che succede agli uomini. «Rispetto alle donne - spiega Nichole Lighthall a capo della ricerca - gli uomini sembrano farsi coinvolgere da situazioni finanziarie più rischiose, e questo è stato l’input per la nostra ricerca. Ma abbiamo verificato come le differenze statistiche tra uomini e donne nel comportamento azzardato si siano verificate solo in presenza di stress». Evolutivamente parlando – ha concluso la ricercatrice – forse è più vantaggioso per gli uomini essere aggressivi nelle situazioni di stress, altamente eccitanti, che implicano rischio e una ricompensa.
corriere

I pirati (condannati) diventano ricchi


Venduto per 5,5 milioni il sito web per lo scambio illegale di file
L'acquirente è una società svedese: «Tuteleremo anche gli autori». L'esperimento fallito di Napster



MILANO — Il sito per lo scambio di file musicali The Pirate Bay, condannato a Stoccolma per violazione di copyright, è stato acquistato dalla software house svedese proprietaria di Internet Café Global Gaming Factor X per 60 milioni di corone, circa 5,5 milioni di euro. Gli acquirenti intendono riportare la nave corsara in acque legali, usando un modello di business «che consentirà — secondo una prima nota dell'azienda — di soddisfare sia i fornitori di contenuti che i detentori dei diritti d'autore». In che modo, lo si vedrà. I soldi della vendita di Pirate Bay, intanto, andranno nelle tasche dei tre fondatori, Fredrik Neij, Gottfrid Svartholm e Peter Sunde, che nell'aprile scorso erano stati condannati in primo grado a un anno di carcere e a una multa corrispondente a 2,7 milioni di euro per «complicità nella violazione della legge sul diritto d'autore».

Gli avvocati difensori avevano presentato ricorso per conflitto d'interessi di uno dei giudici (iscritto a due associazioni svedesi per la tutela del copyright) ma il ricorso è stato respinto la settimana scorsa. L'amministratore delegato di Ggfx Hans Pandeya non ha detto chiaramente come intende chiudere i conti con il passato. Major musicali e cinematografiche — tra cui i colossi Warner, Columbia, 20th Century Fox Films, Sony Bmg, Universal ed Emi — hanno infatti chiesto un risarcimento pari a circa 9 milioni di euro. Chi lo pagherà? I fondatori con i soldi incassati dalla vendita? Probabilmente sì. E sicuramente ci sarà nuovo lavoro per gli avvocati. Ma come sarà la baia dei pirati senza più pirati? The Pirate Bay, tra i primi cento siti Internet del mondo, è oggi uno dei maggiori luoghi virtuali per lo scambio di musica, con oltre venti milioni di utenti. Non è ancora ben chiaro da dove arriveranno i ricavi che sosterranno il nuovo modello di business. E infatti le prime osservazioni degli esperti sono improntate a un certo scetticismo.

Molto positivi sono invece i commenti dei discografici, i quali osservano che in ogni caso la notizia va letta come il passaggio a una logica di legalità e normalità. «L'era del tutto gratis e dell'illegale sta finendo — ha dichiarato il presidente della Federazione dell'industria musicale italiana Enzo Mazza — e la rete si avvia a diventare elemento fondamentale nella distribuzione di contenuti». Di segno diametralmente opposto i commenti dei sostenitori della gratuità a oltranza. Il passaggio di fase non sarà comunque facile. Come non lo è stato per Napster, il padre di tutti i pirati, comprato nel 2002 da Bertelsmann. Il gruppo tedesco acquisì sessanta milioni di utenti ma non riuscì a trasformare il sito nella macchina da soldi iTunes di Apple. E in quella vicenda tutti capirono che trasformare l'utente non pagante in utente pagante è impresa alquanto ardua. Forse fu colpa della formula di pagamento scelta dai tedeschi (l'abbonamento) ma il marchio forte nella musica libera non è diventato un marchio forte nella musica a pagamento. La Baia dei Pirati ha oggi un problema molto simile, per di più amplificato dal nome: un nome che è un programma...

corriere