Accuse che rigetta in toto e che sostiene essere parte di un complotto per mettere a tacere Wikileaks. Il suo avvocato, Mark Stephens da questa mattina non risponde al telefono impegnato com'è a rintuzzare un'estradizione che potrebbe avere conseguenze diverse da quelle immediatamente evidenti. Assange, infatti, si è sempre detto pronto a rispondere (anche se in modi e tempi suoi ) alle contestazioni dei giudici svedesi, ma teme che il suo eventuale trasferimento a Stoccolma possa essere preludio all'estradizione negli Stati Uniti. Negli Usa l'accusa contro di lui potrebbe essere di spionaggio con la prospettiva di una lunga carcerazione.
Londra ha fama, storicamente, di pilastro nella tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, e la decisione di Julian Assange di attendere nel sud est britannico la notifica del provvedimento svedese va letta in questa logica. La partita che Assange e Stephens intendono giocare non è agevole nè, per certi versi, facilmente sostenibile. Il paese che ne sollecita l'arresto è, infatti, consolidata democrazia come, inutile precisarlo, gli Usa. I giudici non si trovano, quindi, davanti alle richieste di un regime illiberale, ma a due sistemi istituzionali oliatissimi e da sempre amici della Gran Bretagna. Il verdetto sul destino del fondatore di Wikileaks promette quindi di essere comunque controverso. Un portavoce del sito che sta mettendo in rete i files segreti dell'amministrazione Usa ha definito l'arresto del biondo australiano un "attacco alla libertà di stampa che non impedirà la diffusione di molti altri documenti".
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