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26 apr 2009

Giovani..... che fine avete fatto !?


Leggo questo articolo e mi viene la pelle d'oca....
non perché dei giovani prendano un magro stipendio, no, non perché siano in crisi, no di certo, non perché il futuro sia incerto tra precariato e disoccupazione, nulla di tutto questo.

Sono preoccupato e impaurito per questa generazione "Ho paura di tutto", ho bisogno che qualcuno mi tenda la mano e mi traghetti verso un futuro deciso.

Sono terrorizzato dalla generazione dei bamboccioni, dei giovani senza ideali e speranze, che hanno come unico e (purtroppo) misero desiderio di comprarsi una casa e stare al sicuro in famiglia.
Una generazione che non ha nulla da vendere, nulla da creare, nulla da inventarsi che non sia già stato inventato dalle vecchie generazioni.

Nulla da conoscere e quindi.... solo da lamentarsi.
Non voglio più sentire un solo giovani (o presunto tale) che si lamenta, non voglio vedere più lo sguardo ingenuo e terrorizzato negli occhi di un trentenne che guarda il telegiornale, non voglio vedere più persone che alle 17.00 smettono di lavorare e vanno a casa a guardare la televisione.

Non voglio più vedere persone infelici perché non hanno soldi da dedicare a se stessi e che nello stesso tempo non vogliono lavorare.

Ora leggete l'articolo e ditemi che ne pensate.



Mille euro al mese, meta lontana dei trentenni alle prese con la crisi
Se potessi avere 1000 euro al mese. Diario di una generazione in crisi




«Ah, se potessi avere mille euro al mese!» L'antico - ma aggiornato - adagio risuona beffardo. «Milleuristi? Magari» sembrano, dire i trentenni, interrogati circa il fenomeno mediatico che fra film, saggi, romanzi, cartoons spot e quant'altro li sta rendendo protagonisti del momento (Generazione 1000 euroGiovani e belli. Un anno fra i trentenni italiani all'epoca di Berlusconi). «Siamo l'unica generazione che starà peggio dei propri padri» afferma, malinconica, Cristina. Trentatreenne, team builder in un call center. A fine giornata avrebbe bisogno lei d'esser tirata su e per questo, dice, «mi sono messa con un matematico». Già, perché le statistiche, specie quelle sui cicli economici dovrebbero «rassicurare l'animo». Del tipo che «deve passare la nottata» o cose simili. Ovvero, anche la crisi passerà. Intanto, però, il potere d'acquisto dei milleuristi è stato drasticamente eroso dalla crisi in atto. Come in un dibattito critico ci si ritrova a domandarsi se ha ancora senso l'ottimistica definizione data e, come tale, accettata: "Milleuristi". Perché? «Sicuramente non andrò a vederlo, il film - dice Nicola, una laurea in psicologia utile solo ad ornare la modesta parete dell'appartamento che condivide con altri suoi simili e tanto tempo libero a disposizione – se spenderò quei 7 euro per il cinema, non sarò più un milleurista, poiché il mio budget, a quel punto, consisterà in soli 993 euros!» Una generazione che ama ridere di sé, parrebbe di capire. Del resto, non dimentichiamolo, è stata cresciuta a pane, cartoons e sitcom.
. «Perché se ne parla? Forse perché si sono esauriti gli argomenti» dice Dario, ingegnere precario che per racimolare i fatidici mille euro con cui pagare a malapena affitto e bollette, è obbligato ad arrotondare come apprendista fabbro a domicilio. «Sono i primi effetti della rivoluzione tecnologica in atto. Il web.2 ha sdoganato la comunicazione universale e i principali artefici nonché fruitori ne siamo noi trentenni» è il lucido commento di Federico, tuttologo laureato al DAMS («che equivale a senza una laurea», sottolinea) sempre connesso grazie alla bonaria rete wireless del vicino, la quale non solo è sempre più verde, ma va pure a venti mega. Andrea invece fa lo psichiatra, «specializzando a vita». Una sostituzione qua e la, con la gente che «con la crisi di noi ha sempre più bisogno». E ancora, «mi capitano sempre più spesso pazienti stressate da shopping compulsivo». Problema che «non posso certo pormi a livello personale, con il mutuo che non arriva mai e la casa da comprare che resta un sogno, ho rimandato il matrimonio per la seconda volta. E' anche paura delle responsabilità» ammette poi senza tanti giri. Una generazione (auto)critica? «Preferisco fare il dog sitter a Londra, si guadagna di più e si vive meglio» sostiene Massimo, veterinario romano che è diventato un'istituzione tra gli intrattenitori di quadrupedi del jet set di Chelsea, sfoderando la dignità del professionista. Segue le vicende italiane e le commenta con un distacco – per noi – impensabile. «So solo che a Roma, per guadagnare quello che qui realizzo in un week end, ci volevano quattro settimane da stakanovista, risucchiato nel traffico capitolino e senza più tempo per me.» Coi denari messi da parte durante il suo quadriennio britannico, Massimo vorrebbe aprire un ristorante italiano in Messico - in riva al mare - e portarci sua madre. Questo prima della crisi. E adesso?
Sogni spezzati di una generazione che, comunque, non deve smettere di crederci.
Lui si definisce "libero professionista". E non si tratta solo di ostentazione di gusto per l'estetica della nomenclatura. Piuttosto è una presa di coscienza, critica.
sole24ore

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