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11 gen 2017

Enda iten : Una scarpa per il riscatto: il Kenya inizia a correre più forte



Il paese africano, fucina di campioni ma anche manifesto di povertà diffusa, dà una svolta nella produzione di attrezzature per l'atletica

Una scarpa per il riscatto della nazione. Una semplice scarpa da running che può diventare simbolo di un intero Paese. Si dice che poche altre cose dell'Africa incutano tanto rispetto, timore e ammirazione quanto un corridore keniano alla linea di partenza della maratona, ma il Kenya "fucina" dei campioni è anche il Paese della povertà diffusa, della disoccupazione al 40%, degli attentati terroristici. Lo stillicidio di attacchi dei fondamentalisti somali di Al-Shabaab, che ha raggiunto il suo apogeo più tragico nella primavera del 2015 con l'uccisione di oltre 150 persone nel campus di Garissa. Una strage di studenti dimenticata troppo presto dai media internazionali. Ed allora perché non trasformare il tesoro della Rift Valley, il "paradiso" dei runner dove sono nati tutti gli eccezionali atleti che dominano da decenni olimpiadi e gare mondiali (da lì, per dire, arrivano Eluid Kipchoge e Jemina Sumgong, vincitori delle maratone maschile e femminile ai Giochi di Rio), in un progetto di riscossa economica e sociale?

L'idea è venuta a Navalayo Osembo-Ombati, una donna keniana laureata alla London School of Economics, e Weldon Kennedy, un americano che ormai da molti anni vive a Nairobi: hanno fondato Enda ("Vai" in lingua swahili), un'impresa per la progettazione e la creazione della prima scarpa da running made in Kenya. Una vera sfida dove praticamente non esistono industrie, ad eccezione di poche fabbriche in mano a proprietari indopakistani o occidentali: "Puntiamo su una eccellenza del Paese, come è l'atletica, per farci conoscere sotto un'altra luce e migliorare le condizioni di vita del nostro popolo", ha spiegato Kennedy. La scarpa prenderà il nome da Iten, il villaggio emblema della Rift Valley, dove ogni giorno, all'alba, davanti all'ufficio postale chiunque può onorare il più incredibile degli appuntamenti e aggregarsi (polmoni e gambe permettendo) agli allenamenti del meraviglioso popolo dei runner keniani: poco dopo le sei cominciano a spuntare dalla penombra decine di corridori, fantasmi in calzamaglia sintetica e cappellino di lana, che leggeri come un soffio di vento si avviano veloci sulla strada sterrata. Il serbatoio di intere generazioni di campioni: i cinquanta migliori tempi sulla maratona, per intenderci, sono appannaggio di podisti keniani o etiopi. "Basta guardare la luce che ha negli occhi qualunque atleta di qui quando ti parla dei suoi allenamenti - ha scritto Adharanand Finn, giornalista e discreto podista inglese che ha trascorso sei mesi nel cuore del Kenya raccontati poi nel libro "Nati per correre" - anche il più lento di tutti parla dei suoi allenamenti con una devozione che rasenta il misticismo. Magari vive in una capanna senz'acqua corrente e ogni sera mangia "ugali" davanti ad una candela, ma quello che conta per lui è il tempo che ha fatto all'ultima maratona. La corsa è tutto per queste persone".

Una ricetta esistenziale senza eguali: l'infanzia dura all'insegna della fatica, l'altitudine, le corse a piedi nudi fino a scuola, l'alimentazione, tecniche di allenamento semplici, l'impegno e la dedizione, la disciplina, la mancanza di alternative. E soprattutto la voglia di cambiare la propria vita. Di fuggire dalla povertà. "Uno di questi atleti, Eliud, corre da dodici anni - racconta Finn - e in tutta la carriera ha guadagnato appena mille scellini keniani, pari a otto sterline (dieci euro). Basterebbe una sola corsa all'estero per fruttargli mille sterline".

La Iten dovrebbe essere commercializzata tra la fine del 2016 e l'inizio del prossimo anno, anche fuori dall'Africa e, in particolare, negli Stati Uniti dove verrà importata senza dazi come prevede l'accordo Agoa tra gli Usa e quaranta nazioni africane. Enda, che finora si è finanziata raccogliendo oltre 100mila dollari attraverso il crowdfunding, investirà parte dei profitti nel miglioramento della diffusione di acqua potabile, educazione e servizi igienico-sanitari in Kenya: i progetti da finanziare saranno selezionati ogni sei mesi con la collaborazione di un pool di esperti e coinvolgendo nella scelta anche chi acquisterà le scarpe. Ma la vera scommessa, quasi una mission impossible, è quella di creare lavoro nel settore manifatturiero keniano, magari in concorrenza con il sud-est asiatico: così, mentre al momento le componenti della scarpa verranno acquistate in Cina per poi assemblarle in Kenia, l'obiettivo di medio termine è di comprare i macchinari per la produzione in loco anche dei materiali.

La Iten, che è stata ideata facendo testare i vari prototipi da maratoneti professionisti come Joan Cherop Massah e Justin Lagat, sarà prodotta in tre colori (rosso, verde e nero, quelli della bandiera keniana), avrà come logo la punta di una lancia (altro emblema del Paese) e sfoggerà anche una scritta con il motto nazionale ("Harambee", ovvero "Tutti insieme") e dodici righe laterali in riferimento al 12 dicembre, il "Jamhuri day" festa nazionale della Repubblica. Insomma, una vera e propria scarpa-simbolo. Come lo è stata, a suo modo, quella che calzò Shigeki Tanaka nel 1951 vincendo la maratona di Boston: praticamente piatta, con l'alluce separato dalle altre dita, la "split-toe" si ispirava ai sandali tradizionali giapponesi (i Tabi) ed era prodotta dalla Onitsuka, l'azienda che poi si chiamerà Asics. Tanaka era un sopravvissuto della bomba di Hiroshima e la sua vittoria a Boston fu il riscatto di un intero Paese messo in ginocchio dalla sconfitta bellica. L'inizio della lunga ricostruzione del Giappone e della sua dignità.

Un simbolo anche le scarpe di Jesse Owens, quattro medaglie d'oro sulla pista delle Olimpiadi di Berlino del 1936. Simbolo paradossale, visto che a produrle furono i fratelli Adidas iscritti al partito nazista, contribuendo così al trionfo del grande atleta di colore che scatenò l'ira di Adolf Hitler. E, ancora, le scarpe-simbolo di Abebe Bikila o, meglio, la loro assenza: perché il campione etiope svelò al mondo la sua straordinaria classe correndo e vincendo scalzo la maratona alle Olimpiadi di Roma del 1960. Sul perché di questa scelta da allora circolano mille retroscena, anche se quello più plausibile vuole che Bikila abbia deciso di non usare le scarpe dopo aver ispezionato insieme al suo allenatore il tratto finale del tracciato alla vigilia della gara: l'Appia antica in buona parte sterrata, così come gli altopiani etiopi dove lui correva, da sempre, scalzo. Quattro anni dopo, Bikila vincerà l'oro alle Olimpiadi di Tokyo calzando un paio di candide scarpe da corsa.

Ma le scarpe-simbolo più vicine al progetto Enda sono quelle di Toby Tanser, l'ex atleta americano ideatore di "Shoes 4 Africa", organizzazione umanitaria che raccoglie scarpe da corsa in ogni angolo del pianeta per donarle ai ragazzi e alle ragazze africani, coinvolgendoli in gare e manifestazioni educative. In quasi vent'anni Tanser, ricavando fondi in giro per il mondo, ha raggiunto obiettivi straordinari, come la costruzione di alcune scuole e di uno dei più grandi ospedali pediatrici pubblici dell'Africa sub-sahariana, ad Eldoret (ancora la Rift Valley). "Io non credo nella carità - ha spiegato Tanser - quando avevo



diciassette anni se mi avessero regalato un assegno ogni settimana sarei semplicemente rimasto a casa ad aspettare i soldi. Lo stesso discorso vale per gli aiuti e l'idea delle scarpe da running. Le doniamo ai ragazzi al termine delle corse, come un premio per quello che hanno fatto: così li vedi camminare almeno due centimetri più in alto, spinti dall'orgoglio". Un orgoglio che ora si cercherà di far correre con la prima scarpa made in Kenya.

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