A spiegarlo è Adharanand Finn, giornalista inglese e discreto podista, che si è trasferito per sei mesi nel cuore del Kenya con l'obiettivo di preparare la maratona più dura della sua vita e per studiare il segreto di Iten, villaggio ai piedi della Rift Valley, vera fabbrica di campioni. Finn ha raccontato la propria esperienza in un libro ("Nati per correre", Sperling & Kupfer), giungendo ad una personale sintesi dei fattori che spiegano come mai ad Iten quasi tutti i maratoneti hanno un tempo inferiore alle 2 ore e 15 minuti: l'infanzia dura all'insegna della fatica, l'altitudine, le corse a piedi nudi fino a scuola, l'alimentazione, tecniche d'allenamento semplici, l'impegno e la dedizione, la disciplina, la mancanza di alternative, una cultura della corsa radicata e pervasiva. E soprattutto la voglia di cambiare la propria vita. Di fuggire dalla povertà. "Uno di questi atleti, Eliud, corre da dodici anni - dice Flinn - e in tutta la carriera ha guadagnato appena 1000 scellini keniani, pari a 8 sterline (10 euro). Basterebbe una sola corsa all'estero per fruttargli 1000 sterline".
Ma proprio in quei fattori si nasconde anche un limite che, talvolta, emerge e cambia le carte in tavola. Come ha raccontato Luciano Gigliotti, il "Professor fatica" coach, tra gli altri, di Bordin e Baldini: "I keniani hanno un giro mentale tutto loro", sostiene Gigliotti ricordando la sua esperienza di fine anni Ottanta con Wilfred Kirochi, un atleta che lui iniziò ad allenare a Verona quando aveva già vinto da juniores due campionati del mondo di corsa campestre e due volte i 1500 ai mondiali su pista. Nel '91 Kirochi conquista l'argento dei 1500 ai mondiali di Tokyo e Gigliotti ci punta forte: "Guarda che il prossimo anno facciamo il record del mondo dei 1500, poi passiamo ai 5000 e tu diventi il numero uno al mondo". Ma non finirà esattamente così: "Wilfred andò in Kenya, non lo rividi mai più. Con il gruzzolo guadagnato, aprì un noleggio auto e non corse mai più: smise che non aveva ancora ventitré anni".
Un universo lontano dalla nostra cultura, però in grado di insegnarci molto. A Flinn sono bastati sei mesi nella Rift Valley per capire anche cos'è che sprona a correre noi occidentali: "Il bisogno di sentirci umani, di andare oltre la stratificazione di ruoli e responsabilità

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