Tre anni e 3 mesi di reclusione al capo ultrà serbo Ivan Bogdanov, alla sbarra dopo l'arresto per gli scontri e i disordini scoppiati in occasione della partita Italia-Serbia, sospesa lo scorso 12 ottobre al Ferraris. Confermate le pene come richieste dal pm agli altri tre ultrà serbi incarcerati. L'avvocato della difesa: "Se non fossero serbi sarebbero già usciti"
"Ivan il terribile", l'hanno subito chiamato così quell'omone con felpa e cappuccio nero che, a cavalcioni della vetrata dello stadio che separa la "gabbia" riservata agli ospiti serbi, inneggiava alla violenza durante Italia-Serbia, sospesa lo scorso 12 ottobre al Ferraris. Il giudice oggi l'ha condannato: tre anni e 3 mesi di carcere per gli scontri e i disordini scoppiati in campo.
Le immagini dei disordini
Il video della vergogna
Confermate le pene come richieste dal pm anche agli altri tre ultrà serbi arrestati 5 mesi fa: tre anni per Nicola Klicovic, 2 anni e 8 mesi per Daniel Janjic e 2 anni e 6 mesi per Srdan Jovetic.
L'udienza, che si è svolta davanti al giudice per le udienze preliminari, era a porte chiuse. I reati contestati, a vario titolo, erano resistenza aggravata a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. "Non fossero stati serbi, sarebbero già usciti", è il commento di Riccardo Di Rella, legale degli ultrà: "Sono in carcere da quel giorno, da più di cinque mesi, e mostrano un comportamento ineccepibile. Diciamoci la verità: abbiamo visto fatti peggiori, ma tutti sono stati scarcerati poco tempo dopo".
"Comportamento ineccepibile" in carcere, dice il suo avvocato. Ma quel 12 ottobre, "Ivan il terribile" inneggiava alla violenza, scaldava i suoi seguaci, alzava in alto le braccia, si girava, quasi che lo stadio fosse solo un utile proscenio per uno spettacolo di violenza, con lui protagonista e buona parte degli altri ultras serbi, 1.600 in tutto, arrivati a Genova, per la partita della loro nazionale contro l'Italia, come spettatori o co-protagonisti.
E così la violenza di Ivan il Terribile si è realizzata, senza che nessuno potesse fermarla. Non la polizia, in assetto anti sommossa, ma attenta a bloccare gli ultras in quella parte dello stadio per impedire violenze ulteriori, né tanto meno gli altri tifosi che potevano solo cercare di isolarlo.
Ivan è l'uomo che, durante quei i sei minuti, prima della decisione dell'artbitro scozzese Thomson di interrompere la partita, scatena paura che diventa terrore e fa capire che la gara non si farà. Invano i giocatori serbi si avvicinano alla gabbia, con le dita della mano alzate con le dita a formare il "tre", simbolo della Grande Serbia, la serbia nazionalista che agli ultras come Ivan piace molto.
Non serve a niente, se non a acuire ancora di più il senso di vittoria che Ivan e gli altri dimostrano. Così è ancora lui, Ivan Bogdanovic, sempre a cavalcioni della paratia in vetro, che con un tronchese in mano, taglia uno a uno le maglie di quella leggera protazione, e poi agita in alto il braccio con i fumogeni colorati che lancia in campo, incoraggiato, applaudito, esaltato, dagli altri.
Alla fine, mentre quella che doveva essere una bella sfida di calcio Italia- Serbia non si è potuta giocare, mentre Genova, intorno allo stadio, assiste a una guerriglia, ecco, alla fine Ivan si arrende. In questura senza la maglia nera con il teschio dipinto sopra e senza la felpa, resta un omone rapato e pieno di tatuaggi, che prova a minimizzare "chiedo scusa agli italiani", dice.
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