di Martino Cavalli
La sera ha cenato con Al-Waleed Bin Talal, il principe saudita con la passione per la finanza che con il suo jumbo personale occupa metà dell'aeroporto di Olbia. La mattina dopo, sulla terrazza dell'hotel Romazzino, non perde l'occasione di stringere la mano ad Andres Iniesta, il calciatore del Barcellona che con un gol ai supplementari ha regalato il Mondiale alla Spagna. Camicia di lino e pantaloni corti, abbronzatissimo, fisico palestrato, l'atleta sembra lui. Iniesta, piccolo, gracile e pallidissimo, lo saluta un po' spaesato. Sicuramente non sa che quel signore con gli occhi da mercante del suq è Tom Barrack, 63 anni, miliardario californiano proprietario, fra le altre cose, del Paris Saint-Germain, la squadra di calcio della capitale francese. Ma non è grave, questo non è il momento di fare calciomercato.
Barrack, figlio di un verduraio libanese che ha lavorato giorno e notte nella sua piccola bottega per consentirgli di studiare, prima dai gesuiti e poi all'università, incarna il sogno americano. Il suo fondo di private equity, Colony Capital, controlla attività di ogni tipo nei cinque continenti per un valore stimato in 30 miliardi di dollari. E lui si sposta in continuazione da un paese all'altro, dall'America all'Europa, all'Asia, freneticamente, inseguendo il business e fuggendo la noia.
Il 16 luglio è a Porto Cervo, il suo buen retiro. Nel 2003 ha comprato gli alberghi di lusso che furono dell'Aga Khan (compreso il Romazzino) e da allora, stregato dalla bellezza della Sardegna, ci torna ogni volta che può. Ma, siccome si annoia anche qui, ama passare il tempo facendo gli onori di casa alle celebrità e approfitta dei suoi soggiorni per tenere i rapporti con i miliardari che sono di passaggio. Oggi un principe arabo, domani un oligarca russo… Non si può mai dire, per un cacciatore di capitali: gli incontri possono sempre tornare utili.
Signor Barrack, vuole Iniesta nel Paris Saint-Germain?
Ah sì, stavo giusto cercando la carta di credito…
Lei che cosa sa di calcio?
In effetti poco. Qualche volta allo stadio ci vado, ma non seguo direttamente la squadra.
E perché l'ha comprata?
Per lo stesso motivo per cui abbiamo una squadra di baseball in Giappone: real estate.
Cioè?
Intorno allo stadio di Parigi c'è un'area molto interessante per uno sviluppo immobiliare. Solo così si possono fare soldi con il calcio.
E con Al-Waleed di che cosa avete parlato? Della casa cinematografica Miramax, la sua prossima acquisizione?
Al-Waleed è un mio amico, una persona di grande valore, abbiamo già fatto ottimi affari assieme. Per Miramax, vedremo.
Ma il centro delle sue attività non era l'immobiliare?
Non più. Noi cerchiamo inefficienze.
Inefficienze?
Il settore immobiliare una volta era gestito male e anche per questo i fondi di private equity se ne stavano alla larga. Colony è arrivato per primo e ha fatto ottimi profitti.
E ora?
Non è più così, oggi il settore è ben gestito e quindi io devo cercare nuove inefficienze.
Per esempio il cinema, con la Miramax della Disney?
Miramax è sostanzialmente una videolibrary con 600 film in catalogo, non del tutto omogeneo alle attività della Disney.
E lei quale idea ha?
Lì il problema sta nella distribuzione, è quello il nodo da sciogliere. È come stare al mercato con diversi banconi per la
frutta e la verdura, non si deve sbagliare il posizionamento. Come figlio di un fruttivendolo me ne intendo.
Nel portafoglio del Colony c'è di tutto: alberghi, palazzi, una banca, il ranch di Michael Jackson, ha perfino acquistato le case di Annie Leibovitz, la fotografa dei divi. Qual è il filo conduttore?
La ricerca di business mal gestiti da cui ricavare valore.
Le celebrities sono mal gestite?
Molto male, è un settore che genera enormi quantità di cash: si potrebbero ricavare grandi profitti.
Che cosa farà di Neverland, il ranch di Jackson?
Michael aveva bisogno di aiuto, era sommerso dai debiti. Io gli ho detto: ti compro il ranch, ma a prezzo basso, e tu devi tornare a lavorare, ti aiuterò a sfruttare meglio le tue entrate. Non c'è stato il tempo.
E si è ritrovato con il ranch.
Un ottimo affare, l'ho pagato quanto una casa (24 milioni di dollari, ndr).
Ne farà un parco dei divertimenti?
Assolutamente no. Potrei anche venderlo alla California, può valere 100 milioni, però non ha soldi. Vedremo. E comunque è un posto stupendo.
Due anni fa ha dichiarato che «il debito è il nuovo capitale ». Dopo questa fase di crisi e recessione, gli Usa si ritrovano sul gobbo 37 miliardi di dollari di attività da vendere, che erano di proprietà delle banche fallite. Lo direbbe ancora?
Certo, comprare i debiti a sconto è sempre un ottimo affare, ristrutturare è sempre un business, la leva finanziaria resta fondamentale.
Nel 1982 lei è stato sottosegretario nell'amministrazione Reagan. Tornerebbe a fare politica?
Mai. È stata un'esperienza fantastica, ma va bene così. Gli uomini d'affari non sono adatti. Ero entrato con grande entusiasmo per la politica e molto disprezzo per i burocrati…
E invece?
Sono venuto via con un certo disprezzo per la politica e molta ammirazione per i burocrati.
Allora torniamo agli affari. Negli ultimi 10 anni ha assicurato un rendimento annuo superiore al 20 per cento ai suoi investitori. Qual è stato il migliore affare della sua vita?
Probabilmente uno degli ultimi, una banca, la First Republic Bank di San Francisco. Penso che sia l'unica banca americana non assistita dal governo.
Lei non ha mai perso soldi?
Sì, al casinò.
Ah, e quanto?
Un miliardo di dollari.
Complimenti, ha giocato tutto sul numero sbagliato?
No, avevamo acquistato gli Station Casinos di Las Vegas. E sono falliti.
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