30 giu 2008

Spagna...non solo calcio!


MILANO - Come paese, siamo stretti fra un presente antipatico e un futuro (forse lontano) un po’ migliore. Per stare al presente, in questo momento l’Italia vive una realtà deludente e preoccupante (un anno di crescita di fatto uguale a zero, dopo le buone performance del 2006 e del 2007), più una serie di problemi terribili: dalla immondizia di Napoli alla buste paga che si rivelano di mese in mese sempre più insufficienti. La speranza (il futuro migliore) è che forse è cominciata la semplificazione della politica.

Dico forse perché bisognerà vedere se la fantasia dei nostri politici saprà trovare un trucco o se si farà davvero questa semplificazione (anche il finanziamento pubblico era stato abolito a mezzo referendum, ma i soldi pubblici continuano a andare, copiosi, alla politica). Inoltre, quello che serve è non solo una semplificazione della politica, ma anche un suo arretramento. Oggi, la politica è ovunque. Se esci dal ristorante, inciampi e ti rompi un piede, il medico che poi ti curerà non è detto che sia il più bravo: magari (anzi, quasi certamente) è solo il più raccomandato dal boss politico della zona. La stessa cosa si può dire del professore universitario che dovrebbe fare di tuo figlio un bravo ingegnere, un medico o un commercialista. Siamo proprio sfortunati?

In questi giorni mi è capitato fra le mani un report di Goldman Sachs sulla Spagna, un paese a noi vicino, un po’ piccolo del nostro (solo 45 milioni di abitanti) e che siamo abituati a considerare un po’ più indietro di noi. Ebbene, la tabella delle sue performance è impressionante.

A partire dal 1996 la sua crescita media annuale è stata sopra il 3,5 per cento. E ci sono previsioni (di Bruxelles) che parlano di una crescita sopra il 4 per cento nel 2010. Sempre dal 1996 in avanti sono stati creati milioni e milioni di posti di lavoro, e l’occupazione è cresciuta in media del 4 per cento all’anno.

Ma il dato più impressionante (soprattutto pensando alla nostra triste situazione) è quello relativo al debito pubblico. Nel 2000 la Spagna aveva un debito pubblico accumulato pari al 66 per cento del Pil. Adesso lo ha ridotto al 36 per cento e entro il 2010 andrà probabilmente sotto il 30 per cento. E questo nonostante un indebitamento intorno al 60 per cento del Pil sia accettato da Bruxelles. Gli spagnoli, insomma, hanno voluto fare di più. E tutto questo è avvenuto senza obbligare gli spagnoli a tirare la cinghia e senza deprimere l’economia, che infatti è andata quattro o cinque volte più forte della nostra.

Ho chiesto a vari amici economisti come sia stato possibile que­sto “miracolo”. E ognuno mi ha fornito la sua spiegazione: è un paese ancora giovane, è un paese che ha saputo far buon uso degli aiuti di Bruxelles, è un paese ben amministrato e che ha saputo fare le scelte giuste, ha aziende piccole, ma brave, ecc.

Tutte cose vere. Ma, alla fine, uno mi ha detto quello che considero il cuore del problema: “Hanno avuto una classe politica meno avida e meno pasticcione della nostra”. E poi ha aggiunto qualche spiegazione. Anche noi, mi ha detto, negli anni Settanta avevamo il 30 per cento di debiti sul Pil. E il paese funzionava benissimo. Poi siamo saliti fino al 125 per cento. Ma questo mica a fronte di una rivoluzione infrastrutturale (case, porti, ospedali, scuole, ecc.) o di altro. No, niente di tutto questo. Tutti quei soldi sono stati spesi in clientelismo e in cose superflue...


Uomini e business

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