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27 nov 2019

Da Tiffany al Cipriani: l’incredibile portafoglio di Bernard Arnault (che vale 206 miliardi)


La corsa del magnate del lusso (con i figli in azienda)

L’americana Tiffany, uno dei simboli mondiali dei gioielli, 182 anni di storia e 300 boutique nel mondo, è appena entrata nell’incredibile portafoglio del miliardario Bernard Arnault , il magnate del lusso: c’è l’accordo per rilevarla a 14,7 miliardi di euro, un mattone lucente nell’espansione dei francesi sul mercato americano dell’alta gioielleria. Ma l’incredibile portafoglio del presidente del gruppo Lvmh (il cui figlio Antoine, anche presidente di Loro Piana, è diventato il volto della comunicazione, mentre la figlia Delphine è vicedirettore generale di Louis Vuitton) è ormai uno scrigno di preziosi.

Contiene oggi 75 aziende, tra le quali Christian Dior e Givenchy, Louis Vuitton e molte italiane, da Loro Piana a Bulgari e Fendi. Va ben al di là dell’acronimo iniziale Louis Vuitton Moët Hennessy. Non stupisce che nel mondo della finanza la si chiami «la portarei»






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La gara con Pinault e l’espansione americana

«Tiffany è un’icona degli Stati Uniti che ora si avvicina alla Francia — ha dichiarato Arnault alla radio francese Europe 1 — . È un mito per gli Usa e per il mondo. È l’unico marchio al mondo proprietario di un colore: il blu Tiffany. Eravamo già vicini 182 anni fa perché il fondatore», Charles Lewis Tiffany, «aveva comprato i gioielli della corona francese». E ancora: «Il settore della gioielleria ha un forte traino negli Usa, ma anche in Asia. Con noi l’azienda può migliorare nel lungo termine. Deve diventare più desiderabile». È la stessa strategia seguita con le altre acquisizioni, anche italiane. «Lvmh sa come preservare la forza e l’identità dei suoi marchi, molto importante perché nel settore del lusso, dietro il prodotto stesso, ciò che conta è l’immagine», ha detto all’agenzia Ap Aude Latouche, analista di fusioni e acquisizioni di AL Corporate Advice. E la gioielleria di lusso sta lievitando nel mondo: +7% a 20 miliardi di dollari l’anno scorso le vendite rispetto al 2017, dice Ap.




I ricavi di Tiffany nel 2018 sono stati di 4,4 miliardi di dollari, incremento in linea col mercato (+7%). Mentre Lvmh ha raggiunto i 46,8 miliardi di euro di ricavi (+10% in un anno), con profitti per 6,3 miliardi (5,1 miliardi l’utile netto nel 2017). Galoppa, insomma. Sempre in lotta con il rivale storico, François-Henri Pinault, presidente e amministratore delegato di Kering: il gruppo che quando si chiamava ancora Ppr conquistò Gucci, lasciando ad Arnault un po’ di amaro in bocca.



I marchi da Sephora a Les Èchos e il primato europeo in Borsa

L’Italia è per Lvmh non solo un mercato importante, ma anche la culla di alcuni suoi top manager. A cominciare da Antonio Belloni, detto Toni, direttore generale del gruppo: il numero due dopo Bernard Arnault, che è presidente e amministratore delegato. Fondata nel 1987 con la fusione di Louis Vuitton (borse) e Moët Hennessy (champagne), ora spazia dalla moda (fra gli altri marchi anche Kenzo, Dkny, Céline) all’editoria (Les Èchos, Le Parisien, Radio Classique), dalla cosmesi (Sephora) agli orologi (Tag Heuer, Hublot, Zenith, Chaumet), dalle catene alimentari (Le Bon Marché) ai profumi (Acqua di Parma, Guerlain), dallo champagne (Moët & Chandon, «la vedova» Veuve Clicquot, Dom Pérignon, Krug) al cognac (Hennessy), dall’alberghiero (dall’anno scorso la Belmond, che aveva rilevato l’Hotel Cipriani a Venezia, lo Splendido a Portofino, il Villa Sant’Andrea di Taormina) ai grandi magazzini di lusso. Come La Samaritaine, luogo storico di Parigi, una specie di super Rinascente con mega hotel Cheval Blanc e Caffè Cova inclusi che, ora ristrutturata da Arnault , dovrebbe riaprire nella primavera dell’anno prossimo, dopo 14 anni di chiusura.




L’azienda Lvmh, che conta 156 mila dipendenti, è quotata in Borsa in Francia e fa parte dell’indice di blue chip Cac 40: quota 407 euro per azione ( +60% in un anno il titolo) e capitalizza (cioè vale sul mercato azionario) la bella cifra di 206 miliardi di euro, la maggiore cifra sulle piazze europee, seconda nel mondo solo a Royal Dutch Shell. È quasi il triplo dell’Enel che è la maggiore società per capitalizzazione in Italia.









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Le firme italiane da Loro Piana a Bulgari, da Acqua di Parma a Bulgari

Il portafoglio italiano di Arnault è ricco e diversificato. Se il rivale Pinault (69 miliardi la capitalizzazione di Kering sulla Borsa francese, quasi un terzo di Lvmh), oltre a Gucci, ha conquistato Bottega Veneta, Brioni, Pomellato, il gruppo Lvmh in 30 anni ha inanellato una serie di conquiste notevoli fra le grandi aziende del made in Italy. L’elenco? Acqua di Parma e Bulgari, Fendi e Loro Piana, Emilio Pucci e il Caffè Cova di via Montenapoleone a Milano: E poi gli hotel: il Cipriani, lo Splendido a Portofino, il Villa Sant’Andrea e il Timeo a Taormina. «Il nostro modello di business si fonda su una visione a lungo termine, valorizza l’eredità delle nostre Maison e stimola la creatività e l’eccellenza — scrive Arnault sul sito di Lvmh —. Esso è il motore del successo del nostro gruppo, il viatico per un futuro promettente».


Per l’Italia dalla campagna di Arnault, in linea generale, poche sconfitte sul piano occupazionale e industriale, insomma: se non quella di avere perso dei marchi importanti, valorizzati da un gruppo (d’Oltralpe) che ha, obiettivamente, saputo costruire i poli d’impresa e fare squadra.

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