All'amministratore delegato si è ristretto il compenso. Stiamo parlando di grandi società, quelle del Ftse Mib, il più significativo indice azionario della Borsa italiana, il paniere che racchiude le azioni delle 40 maggiori società italiane ed estere quotate sui mercati gestiti da Borsa Italiana. Chi è al vertice delle società di questo paniere negli ultimi anni non ha visto più replicarsi quello che accadeva fino all'inizio degli anni 2000. Con o senza eccellenti risultati ci sono stati anni in cui i compensi degli ad crescevano al ritmo di quelle due cifre che ormai sembrano un lontano ricordo. Il compenso fisso del 2005 sul 2004, se prendiamo la mediana (valore centrale della distribuzione con il 50% delle osservazioni al di sopra e al di sotto di questo valore) è cresciuto dell'11%, l'anno successivo del 3,6%, poi 8,3 per cento. Nel 2008 i valori della crescita cambiano notevolmente: +0,6 per cento. Poi nel 2009 la variazione si ferma all'1,8% e nel 2010 all'1,6 per cento. Dall'analisi con cui HayGroup ha ricostruito l'andamento della busta paga degli ad delle quotate di Borsa italiana il compenso fisso nel 2010, in mediana, è stato pari a 1,417 milioni di euro, con una crescita rispetto all'anno precedente dell'1,6%, come si legge nelle tabelle a fianco.
Alle crescite vertiginose del fisso e del bonus che ci sono state fino al 2005, «si è sostituita una fase di stabilizzazione come testimonia il fatto che negli ultimi tre anni le retribuzioni, fisse, praticamente non sono cresciute», spiega Matteo Fiocchi, di HayGroup, a meno di considerare crescita una percentuale tra lo 0,6 e l'1,6 per cento. Diverso il discorso per i compensi totali che hanno continuato a crescere fino al 2009 per poi avere un momento di blocco nel 2010. Se analizziamo il loro andamento in mediana si passa dal 19% del 2005-2004, al 10,2% del 2006-2005 fino ad arrivare agli ultimi tre anni in cui l'andamento è stato il seguente: +3,6% nel 2008-2007, +12,8% nel 2009-2008 e infine +1,1% nel 2010-2009. Effetto della crisi? In parte sì. Ma certamente anche «le regole dettate dal Financial stability board hanno calmierato la crescita delle retribuzioni fisse, come di quelle variabili», continua Fiocchi. Per l'amministratore delegato, in mediana, nel 2010 il compenso totale è stato infatti pari a 2 milioni e 39.875 euro. Il valore del bonus di 850mila euro, pari a circa il 75% del compenso fisso. Analizzando la crescita dei bonus, è evidente che nel 2010 è stata praticamente nulla. «I bonus erogati nel 2010 a fronte delle performance del 2009 sono stati esattamente in linea con quelli erogati l'anno precedente e questo riassume l'andamento degli ultimi anni, quando la crescita dei bonus è stata più stabile, più piatta», dice Fiocchi.
In Italia diversamente da altri paesi europei le stock option rimangono lo strumento più utilizzato anche se come emerge dall'analisi di HayGroup sono molto vicine ai piani monetari per l'uso che le aziende quotate ne hanno fatto nei compensi del vertice, mentre stanno crescendo le stock grant che «hanno il pregio di stabilizzare il rischio per il manager», interpreta Fiocchi. Infatti, quando il valore del titolo va sotto il valore di esercizio, chi le riceve si ritrova azzerato il valore delle stock option. Con il mercato volatile le stock option, pur rimanendo lo strumento più usato, incutono un certo timore nei manager. Nel nostro paese, comunque, sono molto diffusi i piani monetari perché si valorizza di più la performance industriale piuttosto che la performance di Borsa. Un approccio che si deve anche al fatto che nelle grandi imprese il nucleo di azionisti di riferimento è ancora piuttosto ristretto.
Persino per una multinazionale come HayGroup che ha chiara visibilità sul panorama internazionale, quando si tratta di fare un confronto a livello europeo e non, la risposta si complica. Le aziende italiane, anche le quotate, sono difficilmente confrontabili, per capitalizzazione di mercato e fatturato, a quelle dei paesi anglosassoni ma anche di Francia e Germania. Solo le prime 4 o 5 possono entrare in un confronto internazionale. L'inchiesta di HayGroup ha messo in luce che nel 2010 il 68% delle società aveva un piano di incentivazione a lungo termine, mentre solo il 22% ne aveva più di uno. L'introduzione di più piani è un trend crescente ma poter dire esattamente su quale mix si basi in percentuale è difficile.
In questo contesto di diffusa stabilità, risultano stabili anche i compensi dei presidenti non esecutivi: gli emolumenti rispetto al 2010 si attestano, in mediana, a 660mila euro e quello che ci si può aspettare è che non vi siano grandi crescite nel tempo. Anche per i consiglieri non esecutivi i compensi sono in linea con lo scorso anno. Il compenso in questo caso però è destinato a cambiare in prospettiva, perché alcune aziende hanno inserito la logica del gettone di presenza: la tendenza è a variabilizzare la retribuzione collegandola alla reale partecipazione.
E per il futuro? Per il futuro chi guida le grandi aziende non deve aspettarsi una crescita del compenso ai ritmi del passato. Una prospettiva che è parzialmente influenzata dal mercato, ma soprattutto dalla maggiore attenzione da parte degli enti regolatori che ha portato a più regolamentazione dei compensi variabili. Una regolamentazione che però non è avvenuta mettendo tetti, ma attraverso un maggior allineamento alle performance relative.
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