18 feb 2011

Biglietti Atac falsi, truffa milionaria clonato software per produrre originali



Emissioni «parallele» in corso forse dal 2003: verifiche della Finanza sui computer dell'azienda che stampa i tagliandi veri. Forse manomesso il sistema di controllo


Emettitrice di biglietti Atac in una tabaccheria a Roma
ROMA - A molti romani, prendendo l'autobus o la metropolitana, può essere capitato: viaggiare con un biglietto falso, ma regolarmente acquistato dalle biglietterie. Il sospetto degli inquirenti è infatti quello che nelle tasche dei cittadini siano finiti titoli di viaggio apparentemente «perfetti» e in grado di essere considerati validi dal software aziendale. Dopo Parentopoli, c'è un'altra inchiesta che scuote l'Atac: quella su una possibile biglietteria alternativa, un sistema che - secondo l'ipotesi accusatoria - si trascina da anni.

Il fascicolo, a piazzale Clodio, è stato aperto dal sostituto procuratore Pietro Giordano, che procede per due capi d'accusa: falso e truffa. Inchiesta contro ignoti, per il momento, che nasce dall'esposto di un sindacalista dei tabaccai. Due i filoni principali: la biglietteria «parallela» e la vicenda denominata «tornelli bus», cioè il progetto di installare sugli autobus un meccanismo simile a quello che si trova all'ingresso delle fermate della metro. Il secondo aspetto è più circoscritto nel tempo, e databile intorno alla seconda metà del 2008.

Quello sui biglietti, invece, potrebbe avere proporzioni vastissime: le richieste di riscontro da parte della Guardia di Finanza partono dal 2003 e arrivano fino al 2009. Ma sono in corso ulteriori approfondimenti per capire se la vendita «parallela» sia continuata anche l'anno scorso. Una truffa potenzialmente milionaria, insomma.

Gli inquirenti lavorano sugli ultimi sette anni di bigliettazione, da quando cioè Atac ha riportato in azienda questo settore, dopo il bando del 1998 attraverso il quale era stato appaltato ad una società con sede in Australia, la Erg Ltd. Per la Procura, l'Atac è «parte lesa» e ovviamente sono in corso verifiche sui sistemi di controllo interni. Perché un biglietto sia «buono», infatti, serve una doppia validità: il codice a barre e il numero di serie. Da qualche mese, se n'è aggiunto un terzo: quello dell'ologramma, inserito a metà 2010. Di questi codici, quello a barre è il più facile da «taroccare» ed è quello che potrebbe non essere riconosciuto come fasullo dalle macchinette di Atac.

La Guardia di Finanza, per vederci chiaro, si presenta in azienda parecchie volte nel corso del 2010. I finanzieri hanno bussato alle porte dell'Atac il 20 gennaio. Tornano il 4 marzo, poi il 14 maggio e ancora il 12 agosto. Nel lungo elenco di «ordini di esibizione» firmati dal magistrato, la Finanza chiede di acquisire tutta una serie di materiale, dai contratti alla documentazione contabile-amministrativa. E tra le richieste dei finanzieri c'è anche la black list «dei titoli di viaggio». Informazione, quest'ultima, che però l'Atac - per come è configurato il suo sistema informatico - non è in grado di fornire. Per questo è anche difficile quantificare il giro d'affari della truffa: potenzialmente, potrebbe trattarsi di una «partita» da milioni di euro.

L'ad di Atac Maurizio Basile (Imagoeconomica)
Ad agosto, l'Atac istituisce una commissione d'inchiesta, interroga alcuni dipendenti e si accorge che il sistema ha delle falle. Primo: secondo le risultanze dell'indagine interna, in base ad alcune testimonianze acquisite, i biglietti «fasulli» passavano ai tornelli elettronici come fossero buoni perché il sistema centrale era tarato sul livello di controllo più tollerante. Ipotesi, però, che deve essere ancora verificata dalla Procura. Secondo: in alcune biglietterie, i dipendenti erano in grado di stampare titoli di viaggio autentici senza che l'informazione della vendita arrivasse ai terminali dell'Atac: in base a quanto appurato finora, era sufficiente staccare il cavo di rete al momento dell'emissione del biglietto.

Per questo, due dipendenti sono già stati licenziati. L'altro problema riscontrato dagli uomini dell'ad Maurizio Basile è che il sistema della bigliettazione aziendale non metterebbe a confronto i dati dei titoli venduti con quelli obliterati. Di certo, l'Atac quantifica in 230 milioni la somma che ogni anno incassa dalla vendita dei biglietti. E l'evasione, sempre secondo i calcoli aziendali, sarebbe del 20-30 per cento. La domanda che a via Prenestina si pongono in questi giorni è: qual è la quota di questa perdita imputabile alla cosiddetta «biglietteria parallela»? 

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