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11 gen 2011

Tunisia, chiuse scuole e università

Il governo blocca l'istruzione «fino a nuovo ordine». Il presidente Ben Ali: «Ingerenze straniere»


Una delle manifestazioni delle ultime settimane a Tunisi (Ansa)
Una delle manifestazioni delle ultime settimane a Tunisi (Ansa)
MILANO - Dopo gli scontri e le vittime il presidente tunisino Zine al-Abidine Ben Ali ha accusato in un discorso televisivo le persone coinvolte nei disordini degli ultimi giorni di aver commesso «atti di terrorismo» denunciando "ingerenze estere" che cavalcano il malcontento per la disoccupazione. E poi ha annunciato anche una misura clamorosa: la chiusura delle scuole e delle università in tutta la Tunisia «fino a nuovo ordine», in seguito alle proteste e ai disordini scoppiati nel Paese. 
Le fonti governative intanto parlano di almeno 14 morti negli scontri avvenuti negli ultimi giorni nelle città di Thala e Kasserine, nella zona centro-occidentale della Tunisia, a seguito delle proteste contro la disoccupazione e per chiedere nuove misure di sviluppo. 

DENUNCIA DEL PRESIDENTE - «Bande di persone a volto coperto e spinte dall'estero hanno attaccato la scorsa notte sedi istituzionali in diverse cittá del paese». È quanto ha affermato il presidente tunisino, Zin el-Abidin Ben Ali, nel corso di un discorso trasmesso dalla tv di stato di Tunisi sulle violenze di ieri dopo le proteste per il caro-vita. «Si tratta di bande pagate e comandate da entitá straniere - ha affermato - con l'obiettivo di colpire il paese. Esprimo le mie condoglianze a tutte le famiglie delle persone decedute ieri». Quanto alla politica del suo governo, ha spiegato di «aver fatto tutto il possibile per creare nuovi posti di lavoro» e di voler «continuare a portare avanti la politica nel settore dell'istruzione nonostante il prezzo pagato in questi giorni dal paese e le difficoltá nel creare nuovi posti di lavoro. La disoccupazione non è un problema nuovo per la Tunisia e non colpisce solo noi». Il presidente tunisino ha promesso un calo della disoccupazione nel 2012. «Abbiamo deciso di raddoppiare i nostri sforzi per dare maggiori opportunitá di lavoro e ci impegniamo a trovare un posto di lavoro a coloro che hanno conseguito una laurea da almeno due anni». Ben Ali ha inoltre annunciato la convocazione di una conferenza alla quale parteciperanno i rappresentanti dei partiti e della societá civile per trovare una soluzione alla crisi economica che investe il paese e ringraziato il leader libico Mouammar Gheddafi per essere intervenuto in aiuto del suo governo.

NUMERI DISCORDANTI - Ma l'opposizione denuncia già 20 vittime e lancia un appello al presidente Zine Abidine Ben Ali affinché dia l'ordine alla polizia di non sparare più sui manifestanti. Il sito web dell'emittente radiofonica Kalima arriva a stilare un bilancio ancora più pesante, parlando di 50 vittime ripartite tra le città di Thala (16 morti), Kasserine (22), Meknassi (2), Feriana (1) e Reguab (8). La radio riferisce inoltre testimonianze sul posto che parlano di un «massacro civile» e cita fonti secondo cui la polizia avrebbero aperto il fuoco anche contro il corteo funebre di un manifestante ucciso impedendo la cerimonia di inumazione e costringendo i presenti ad abbandonare il feretro sulla strada per il cimitero.

L'OPPOSIZIONE IN CAMPO - Circostanza, quella degli spari ad una cerimonia funebre, che trova riscontro anche nelle parole di Ahmed Nejib Chebbi, leader storico del Partito democratico progressista. Il quale ha, appunto, esortato il presidente Ben Ali a «fermare il fuoco» e a rispettare il diritto a manifestare. Secondo il governo, le forze dell'ordine hanno usato le armai per «legittima difesa», quando attaccate con ordigni incendiari, bastoni e pietre.

LE TAPPE DELLA PROTESTA - Tutto ha avuto inizio nella città di Sidi Bouzid, nel centro della Tunisia, con il gesto disperato di un ambulante che lo scorso 18 dicembre si è dato fuoco ed è morto il 5 gennaio per le ustioni dopo più di due settimane di agonia. Poi la protesta contro il carovita e la disoccupazione si è allargata al resto del Paese. Il 26 dicembre a Regueb (a 37 km a sudest di Sidi Bouzid) e a Souk Jedid (a 15 km a sud) durante le proteste scoppiate proprio sull'onda del tentato suicidio dell'ambulante vengono dati alle fiamme una banca ed edifici pubblici, la guardia nazionale reagisce sparando colpi in aria. A Sidi Bouzid proteste e manifestazioni si susseguono, degenerando in scontri con diversi feriti. La contestazione si propaga e arriva a toccare anche la capitale il 27 dicembre. Altri casi di lavoratori disperati assurgono alle cronache: il 6 gennaio un muratore disoccupato e malato, padre di due figli laureati e disoccupati, si impicca; l'8 gennaio un altro venditore ambulante si dà fuoco e finisce in ospedale in gravissime condizioni. Notizie, queste, che contribuiscono ad esasperare gli animi e a tenere alta la tensione.

LA CONDANNA DELLA UE - «Ferma condanna» degli episodi di violenza che stanno sconvolgendo in questi giorni la Tunisia e il rilascio immediato dei dissidenti detenuti: questa la posizione dell'Unione Europea sulla situazione in Tunisia espressa lunedì dall'Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell'Unione, Catherine Ashton
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