La tv che diventa hub multimediale, la tecnologia 3D, i computer sempre più piccoli e i cellulari sempre più grandi. Saranno tante le sorprese hi-tech del 2011 ma il nuovo anno sarà campo di battaglia per i tablet, i lettori digitali, con i big dell'informatica pronti all'assedio di Apple e del suo iPad. Qui si giocherà la sfida dei nuovi media
Se un anno fa avessimo dovuto prevedere cosa sarebbe successo nel mondo digitale nel 2010, ora ci troveremmo tutti qui a giustificare le misere figure rimediate. E quando uso il plurale, mi riferisco a noi che di mestiere cerchiamo di individuare prima degli altri i trend del mercato e i desideri degli utenti.
Nel mio caso, avevo trascorso buona parte del 2009 a studiare i lettori digitali portatili che usano l'inchiostro e la carta elettronici. Il mio obiettivo era sfruttarne le potenzialità anche per i giornali. Ero onestamente convinto che il 2010 sarebbe stato l'anno degli ebook.
Poi, la mattina del 28 gennaio, dopo aver visto la presentazione dell'iPad fatta da Steve Jobs nell'auditorio di Yerba Buena ho capito d'aver buttato via un sacco di tempo e di fatica: era evidente che il tablet che la Apple si accingeva a lanciare avrebbe ridicolizzato chi aveva creduto di convincere la gente a comprare attrezzi dallo schermo in bianco e nero, lentissimi a ricaricare le pagine e utili solo a leggere e studiare. E così è stato.
Possiamo dunque dire che il 2010 è stato l'anno dell'iPad? Più correttamente è stato l'anno del boom degli strumenti mobili "non pc" always-on, sempre in rete. I tablet e gli smart phone ci permettono infatti di informarci, navigare, giocare, comunicare, lavorare senza restare seduti davanti al computer di casa o dell'ufficio o senza dover trafficare dieci minuti per accendere, aggiornare, far funzionare la chiavetta web del portatile.
Ma il 2010 è anche stato l'anno del trionfo delle applicazioni al posto dei programmi, l'anno delle prime serie contestazioni al superpotere di Google, l'anno che ha visto la riscossa dei produttori di contenuti. Per il settimanale Time è stato l'anno della consacrazione mediatica e perfino cinematografica di Mark Zuckerberg di Facebook. Che ormai fa più traffico in rete di Google.
Per molti - me compreso - il 2010 è stato soprattutto l'anno di Wikileaks e del suo fondatore Julian Assange. Non solo per lo straordinario effetto culturale, sociale e storico della sua Operazione Verità, che da aprile ad oggi ha consentito di svelare misteri, miserie, eccidi in tutto il mondo.
Wikileaks ha di fatto imposto un modo nuovo di fare informazione, impossibile in passato perché strettamente connesso alla più recente tecnologia dei database. I miliardi di file che ogni giorno vengono raccolti e schedati da governi, istituzioni, aziende, servizi sono oggi trattabili e "leggibili", sempre che siano a disposizione, anche con il contributo di utenti e organi d'informazione. Questa tipologia di informazione ha un nome: data driven journalism.
Secondo Tim Berners-Lee, l'inventore del web, il futuro prossimo del giornalismo e delle democrazie sta proprio nell'analisi partecipativa di grandi masse di dati. Assange l'ha già dimostrato. Mettendo in mutande - nel senso del re nudo - leader politici, diplomazie e generali.
Se per Sarah Palin, leader dei Tea Party, Wikileaks «è come Al Qaida», se per il vicepresidente Usa Joe Biden «Assange è un terrorista hi-tech» e se per il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini «le rivelazioni sui rapporti tra paesi faranno più danni dell'11 settembre», vuole dire che la strada imboccata, con le necessarie cautele, è probabilmente quella giusta. Ed è una strada su cui si stanno incamminando, insieme, la capacità di critica degli umani e la formidabile potenza delle macchine.

Un grande quotidiano britannico, il Guardian, ha fatto altre esperienze di giornalismo dei dati, meno eclatanti a livello globale ma dirompenti localmente, come quello sulle false dichiarazioni di spesa dei parlamentari, per le quali ha ottenuto la collaborazione di quasi 28mila propri lettori/utenti che hanno analizzato 222mila pagine delle 459mila archiviate nei database. Nel 2011 avremo molte altre prove dell'importanza del data driven journalism.
Non farò ora l'errore di fare qualche altra previsione per il 2011. Piuttosto, si può dire fin d'ora che nell'anno che verrà la vita di noi umani digitalizzati non diventerà più semplice. Anzi. Mentre si va realizzando di fatto la tanto attesa convergenza - per esempio, il televisore di casa ha molte funzioni oltre la sua propria, così come il pc è ormai anche un televisore - la nostra dotazione tecnologica non si riduce affatto.
Molti di noi hanno due cellulari, un tablet, un portatile, un desktop in ufficio e uno a casa, più altre diavolerie come la Wii, la Playstation e la webtv. Insomma, più convergono le funzioni negli strumenti, più li vediamo moltiplicarsi nelle nostre tasche, borse e case. Un paradosso. Di cui magari parleremo l'anno prossimo.
(*) Direttore dello Sviluppo e dell'Innovazione
Nel mio caso, avevo trascorso buona parte del 2009 a studiare i lettori digitali portatili che usano l'inchiostro e la carta elettronici. Il mio obiettivo era sfruttarne le potenzialità anche per i giornali. Ero onestamente convinto che il 2010 sarebbe stato l'anno degli ebook.
Poi, la mattina del 28 gennaio, dopo aver visto la presentazione dell'iPad fatta da Steve Jobs nell'auditorio di Yerba Buena ho capito d'aver buttato via un sacco di tempo e di fatica: era evidente che il tablet che la Apple si accingeva a lanciare avrebbe ridicolizzato chi aveva creduto di convincere la gente a comprare attrezzi dallo schermo in bianco e nero, lentissimi a ricaricare le pagine e utili solo a leggere e studiare. E così è stato.
Possiamo dunque dire che il 2010 è stato l'anno dell'iPad? Più correttamente è stato l'anno del boom degli strumenti mobili "non pc" always-on, sempre in rete. I tablet e gli smart phone ci permettono infatti di informarci, navigare, giocare, comunicare, lavorare senza restare seduti davanti al computer di casa o dell'ufficio o senza dover trafficare dieci minuti per accendere, aggiornare, far funzionare la chiavetta web del portatile.
Ma il 2010 è anche stato l'anno del trionfo delle applicazioni al posto dei programmi, l'anno delle prime serie contestazioni al superpotere di Google, l'anno che ha visto la riscossa dei produttori di contenuti. Per il settimanale Time è stato l'anno della consacrazione mediatica e perfino cinematografica di Mark Zuckerberg di Facebook. Che ormai fa più traffico in rete di Google.
Per molti - me compreso - il 2010 è stato soprattutto l'anno di Wikileaks e del suo fondatore Julian Assange. Non solo per lo straordinario effetto culturale, sociale e storico della sua Operazione Verità, che da aprile ad oggi ha consentito di svelare misteri, miserie, eccidi in tutto il mondo.
Wikileaks ha di fatto imposto un modo nuovo di fare informazione, impossibile in passato perché strettamente connesso alla più recente tecnologia dei database. I miliardi di file che ogni giorno vengono raccolti e schedati da governi, istituzioni, aziende, servizi sono oggi trattabili e "leggibili", sempre che siano a disposizione, anche con il contributo di utenti e organi d'informazione. Questa tipologia di informazione ha un nome: data driven journalism.
Secondo Tim Berners-Lee, l'inventore del web, il futuro prossimo del giornalismo e delle democrazie sta proprio nell'analisi partecipativa di grandi masse di dati. Assange l'ha già dimostrato. Mettendo in mutande - nel senso del re nudo - leader politici, diplomazie e generali.
Se per Sarah Palin, leader dei Tea Party, Wikileaks «è come Al Qaida», se per il vicepresidente Usa Joe Biden «Assange è un terrorista hi-tech» e se per il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini «le rivelazioni sui rapporti tra paesi faranno più danni dell'11 settembre», vuole dire che la strada imboccata, con le necessarie cautele, è probabilmente quella giusta. Ed è una strada su cui si stanno incamminando, insieme, la capacità di critica degli umani e la formidabile potenza delle macchine.
Un grande quotidiano britannico, il Guardian, ha fatto altre esperienze di giornalismo dei dati, meno eclatanti a livello globale ma dirompenti localmente, come quello sulle false dichiarazioni di spesa dei parlamentari, per le quali ha ottenuto la collaborazione di quasi 28mila propri lettori/utenti che hanno analizzato 222mila pagine delle 459mila archiviate nei database. Nel 2011 avremo molte altre prove dell'importanza del data driven journalism.
Non farò ora l'errore di fare qualche altra previsione per il 2011. Piuttosto, si può dire fin d'ora che nell'anno che verrà la vita di noi umani digitalizzati non diventerà più semplice. Anzi. Mentre si va realizzando di fatto la tanto attesa convergenza - per esempio, il televisore di casa ha molte funzioni oltre la sua propria, così come il pc è ormai anche un televisore - la nostra dotazione tecnologica non si riduce affatto.
Molti di noi hanno due cellulari, un tablet, un portatile, un desktop in ufficio e uno a casa, più altre diavolerie come la Wii, la Playstation e la webtv. Insomma, più convergono le funzioni negli strumenti, più li vediamo moltiplicarsi nelle nostre tasche, borse e case. Un paradosso. Di cui magari parleremo l'anno prossimo.
(*) Direttore dello Sviluppo e dell'Innovazione
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