Da Djenné, Mali, la voce di un malessere che tocca tante città della lista del Patrimonio mondiale. "Ci costringono a vivere congelati nel tempo, come pezzi da museo"
E' un dissidio culturale avvertito anche in altri siti patrimonio dell'umanità in Africa e nel resto del mondo. I residenti lamentano il fatto di essere congelati nel tempo come pezzi da museo a beneficio dei turisti. "Il problema a Djenné è garantire i moderni comfort usando materiali appropriati senza compromettere i beni culturali" dice Lazare Eloundou Assomo, responsabile per l'Africa del World Heritage Center Unesco. Assomo elenca una serie di siti dove ci sono tensioni analoghe, tra cui l'isola di St. Louis in Senegal, l'isola di Lamu in Kenya, l'intera isola di Mozambico e città asiatiche ed europee come Lione, in Francia.
A guadagnare a Djenné il titolo di Patrimonio dell'umanità è la straordinaria Moschea. Si tratta della più grande costruzione del mondo in pietra cruda, una sorta di castello di sabbia che sembra atterrato qui da un altro pianeta. Lo stile architettonico, denominato Sudanese, è originario del Sahel. La facciata è dominata da tre minareti a base squadrata sormontati da pinnacoli su cui poggiano uova di struzzo. Fasci di rami di palma conficcati come stuzzicadenti all'interno dei muri creano una sorta di ponteggio permanente che consente la manutenzione periodica dell'intonaco dell'edificio: in febbraio questa operazione coinvolge gli abitanti dell'intera città. Djenné è la città gemella di Timbuktu, meno famosa ma meglio conservata. Entrambi i centri conobbero il massimo dello splendore nel 16simo secolo, come snodo delle vie che attraversavano il Sahara per il commercio dell'oro, dell'avorio e degli schiavi. Djenné fu anche importante centro di diffusione della religione islamica nella regione. Quando il re si convertì all'Islam nel 13simo secolo, rase al suolo il suo palazzo e costruì una moschea. I colonizzatori francesi del Mali ne supervisionarono la ricostruzione nel 1907.
La Grande Moschea era nuovamente sul punto di crollare quando è intervenuta la Fondazione Agha Khan avviando un progetto di ristrutturazione del costo di 900mila. Il tradizionale rivestimento annuale dei muri con nuovi strati di intonaco aveva più che raddoppiato lo spessore delle pareti e appesantito il tetto, troppo anche per la foresta di colonne interne a sostegno dell'alto soffitto, una per ciascuno dei 99 nomi di Dio. Nel 2006, i primi rilevamenti per il restauro innescarono disordini che portarono a saccheggi all'interno della moschea, assalti ad edifici cittadini e distruzione di automobili. Apparentemente la radice delle violenze andava individuata nelle tensioni sviluppatesi tra i 12mila abitanti, in particolare tra i giovani, costretti a vivere nella miseria mentre l'Imam e le famiglie in vista accumulavano ricchezze grazie al turismo. La frustrazione sembra ancora viva tra i residenti, che si mostrano assai più ostili ai turisti rispetto alla popolazione di altre città del Mali. Invece di sorridere lanciano sguardi torvi, e evitano di essere fotografati o chiedono denaro in cambio.
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