13 mag 2008

Una storia di successo...


A un certo punto la gente che lo conosceva come abile professionista, i manager che magari lui stesso aveva selezionato nella sua carriera di cacciatore di teste, vedendolo pulire tavoli e servire hamburger in corso Vercelli si fece l’idea che a Mario Resca la fortuna avesse girato le spalle : «Poveretto, è finito a fare il cameriere da McDonald’s», dicevano, e lo stupore si mescolava con la commiserazione ma anche chi lo sa con la soddisfazione che spesso accompagna l’assistere alla caduta di un personaggio baciato dal successo più di noi.
Era il 1992 e Mario Resca era pur sempre presidente di alcune società certo in crisi e da tirar fuori dalle peste, d’altra parte era proprio quello il suo lavoro : ma non bastava guidare, per esempio, un marchio storico come Sambonet per far smettere i ‘rumors’ secondo i quali "Resca da McDonald’s probabilmente arrotonda". Ieri, come oggi, lui ride di gusto raccontando questo aneddoto che in fondo non fa che confermare una carriera e una storia personale di successo e tenacia. Perché era vero che il sabato e la domenica faceva il cameriere, e se è per quello in sala e in cucina c’erano anche la moglie e i quattro figli, ma il ristorante l’aveva comprato per 850 milioni, "molto di più di quello che oggi costa ai miei licenziatari", sottolinea. Per capire perché l’avesse fatto, e come abbia poi saputo trasformare un’avventura economica zoppicante come era in quegli anni McDonald’s in Italia in un grandissimo successo, bisogna qualche passo indietro e raccontare lui.
Mario Resca è di Ferrara, ci è nato nel ’46. Suo padre faceva l’operaio, sua madre stava in casa, con pochi soldi e una regola ferrea : chi va bene a scuola va avanti, chi no, va a lavorare. Mario ha quasi la media del 9, quindi va avanti, anche se aiutare la famiglia gli tocca comunque : a 12 anni dà ripetizioni, poi fa il macellaio. La mamma lo vorrebbe ragioniere e poi impiegato in banca, posto sicuro.
Il ragazzo invece ha in testa dell’altro, e grazie ai voti eccellenti ottiene una borsa di studio alla Bocconi di Milano, dove offrono vitto e alloggio. Compra all’Upim una valigia di cartone, gli amici lo accompagnano alla stazione e va. In tasca ha 10.000 lire. Appena sceso dal treno si fa spennare come un pollo da uno che fa foto ricordo : 2.000 lire se ne vanno subito, e lui si dà del cretino perché ci è cascato, in mano gli resta solo una ricevuta stropicciata. Ma Milano non è Roma, o Napoli , e anche chi tira bidoni ha una sua etica : se è vero che ha pagato oro quello scatto in Stazione, è anche vero che la foto dopo un po’ arriva.
Alla Bocconi gli studenti si danno un sacco di arie, gli unici davvero amichevoli sono i meridionali. Nel pensionato ci sono 180 ragazzi e altrettante ragazze, c’è molta goliardia ma anche molta durezza di studi. Compagni di università sono Claudio Demattè, Mario Monti, l’editore Alessandro Dalai. Mario Resca è uno che brucia le tappe : al secondo anno si sposa e ha il primo figlio, quando ha 22 anni ha la seconda, che chiama Alessandra Giordana in omaggio a Giordano Dell’Amore, il mitico rettore che è anche relatore della tesi e che l’ha in simpatia, «Forse perché anche lui, come me, da ragazzo aveva fatto il macellaio». Per inciso, nel corso di Resca erano partiti in 600, ma alla laurea in quattro anni arrivano in quattro, e uno di quelli è lui.
A Milano l’ex ragazzo ferrarese è gratissimo: «Mi ha dato la possibilità di provare e trovare me stesso». Lo spirito dell’uomo è questo : sfidarsi continuamente. «Non volevo paracadute», racconta. Per questo, dopo un anno troppo facile a fare il giornalista, decide di andare a lavorare in banca. Non una banca qualsiasi, come avrebbe voluto la sua mamma, bensì il tempio dell’imperialismo americano, la Chase Manhattan Bank di David Rockfeller, dove tra parentesi gli offrono uno stipendio più basso del giornale dove lavora. Non basta : la Chase è «Un posto dove per fare carriera ci volevano due requisiti, sapere perfettamente l’inglese e avere un sacco di buone relazioni».
Naturalmente lui non sa l’inglese e poiché nasce povero non conosce nessuno. Ma ce la fa : in un anno e mezzo ha bruciato tutte le tappe e torna a Milano. In città lavora per una finanziaria del gruppo Fiat come merchant banker , ma non dura a lungo. Diventa cacciatore di teste per la Egon Zehnder. Il mestiere è nuovo, Resca pensa che lo farà per sei mesi : rimane 15 anni, «Perché non c’è niente di più definitivo del provvisorio». È un lavoro che appaga il gusto della sfida : non solo di trovare manager si tratta, ma di fare il consulente aziendale, ovvero di essere per le imprese quello che il medico è per il malato. «Il principio è che le aziende durano quando, oltre ad avere un buon prodotto, hanno un’etica», dice.
E’ a questo punto, a cavallo tra il ’91 e il ’92, che entra in scena McDonald’s : il colosso del panino in Italia vivacchia , i ristoranti sono pochi, lo sviluppo procede a rilento, gli americani si sono fatti l’idea che l’Italia, tra burocrazia e tangenti, non sia affidabile. «Si viveva di luoghi comuni : gli americani pensavano che gli italiani con cui avevano a che fare fossero pizzaioli disonesti. Erano ricambiati dalla convinzione che gli americani fossero dei coglioni coi soldi». McDonald’s chiede aiuto a Resca. «Erano molto delusi, in 8 anni avevano aperto solo 12 ristoranti, volevano lasciare l’Italia». Il marchio era perdente. Musica per le sue orecchie.
«Volevano che facessi io il licenziatario. Io risposi che avevo ben altro da fare. Loro hanno fatto una cosa furbissima, mi hanno sfidato : mettendomi in mano dal sabato al lunedì il ristorante di corso Vercelli». Così è cominciata. Certo Resca ha pulito i tavoli, ma evidentemente li ha puliti bene, se in due anni il fatturato del locale di corso Vercelli è passato da 2,6 a 4,5 miliardi di lire. Da quel successo, gli americani hanno capito che avevano fatto bene a sfidarlo, e hanno rilanciato, proponendogli di prendere la guida di McDonald’s Italia. Oggi i ristoranti sono 280, 108 dei quali nel Sud, i dipendenti sono 12.000, e altri 10.000 se ne aggiungeranno nei prossimi tre anni. Come dicono da McDonald’s per sentirsi bravi, «Mica male, per aver cominciato 15 anni fa con un panino».


ilsole24ore

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