31 gen 2012

Le big dell'hi-tech e la fuga dal fisco

GOOGLE, MICROSOFT, APPLE E I MODI PER PAGARE MENO IMPOSTE FUORI DAGLI USA

L'escamotage di fatturare in paesi con una minore imposizione tributaria. L'indagine della Sec e i paradisi fiscali

Il logo di Google e la traduzione in cinese (Epa)Il logo di Google e la traduzione in cinese (Epa)
MILANO - Chiariamo subito, per evitare fraintendimenti: tutto perfettamente legittimo. Macinano profitti a ogni giro di orologio, sono le multinazionali dell'hi-tech, la rappresentazione più calzante del progresso tecnologico degli Stati Uniti. Dalla Silicon Valley - il loro incubatore originario - ne hanno tratto linfa vitale per conquistare i mercati globali. Marginalizzano più di tutti nell'era digitale, capitalizzano miliardi di dollari, si sono giovati della visionaria follia dei loro fondatori per assurgere al ruolo di pionieri dell'economia dei bit, e della successiva internet economy di cui soprattutto Google ha finito per esserne l'incarnazione. Definire le loro attività circoscritte a precisi confini territoriali è però un tentativo quanto mai ardito, eppure è lo schema su cui hanno investito le loro fichès per ridurre al minimo l'imposizione tributaria. Utilizzano complicati meccanismi di triangolazione (attraverso le decine di paradisi fiscali sparsi per il mondo) o si giovano di una legislazione che varia da paese a paese individuando tra le pieghe del fisco globale i santuari di un erario più snello, leggero, meno impositivo.

L'INFORMATIVA - Scrive l'edizione elettronica del quotidiano spagnolo «El Paìs» che proprio qualche giorno fa la Sec (l'authority americana di regolamentazione della borsa-valori) ha obbligato le aziende quotate sulle piazze Usa a chiarire quali sono i benefici fiscali di cui godono negli Stati Uniti e negli altri paesi. E la sensazione che se ne ricava è che Google, Apple e Microsoft risparmiano milioni di dollari all'anno di tasse grazie a operazioni di ingegneria finanziaria. Ciò è evidente soprattutto per Google, che sarebbe riuscita a risparmiare circa 7,6 miliardi di dollari di cosiddetti benefici fiscali per le sue attività oltre i confini Usa. Il modello utilizzato da Google è lo schema già utilizzato con successo da Microsoft di fatturare all'estero nei paesi con bassa imposizione fiscale, tanto che l'azienda fondata da Bill Gates (che ha appena fatto sapere al mondo di aver destinato circa 750 milioni di dollari in iniziative filantropiche) ha riconosciuto di canalizzare i suoi proventi attraverso Porto Rico, Singapore e Irlanda. Ma Google ha estremizzato il concetto, tanto che l'azienda fondata da Larry Page ha riconosciuto che tutti i benefici fiscali ottenuti dal gruppo sono stati conseguiti attraverso la controllata irlandese.

LE RAGIONI - Il motivo è presto detto: la legge irlandese permette di trasferire i benefici fiscali ottenuti in società con ragione sociale estera, fuggendo anche dall'aliquota (già molto bassa) del 12,5% richiesta dal legislatore per le società irlandesi. Ecco quindi che quei proventi finiscono in società radicate in paradisi fiscali in modo che non gravino sui profitti. Ma i modi per bypassare le maglie allargate del fisco mondiale sono molti. Un esempio: Google e altre imprese hi-tech vendono le loro licenze, la tecnologia, i diritti di proprietà intellettuale a paesi "lassisti" sul fronte del fisco. Nel caso del principale motore di ricerca del mondo i diritti li riceve una società alle Bermuda a cui la controllata irlandese destina milioni di dollari attraverso un veicolo societario olandese. Il risultato è un capolavoro di maquillage finanziario: Google così pagherebbe solo il 3% delle tasse sui benefici fiscali fuori dagli Usa, Apple il 2,5%, Microsoft l'8%, secondo quanto registra la Sec. E anche Facebook, che ha meno obblighi di trasparenza sui conti almeno fino alla prossima ipo in Borsa, adotterebbe uno schema simile con società alle isole Cayman. Google - interrogata dalla Sec - avrebbe risposto in maniera caustica chiamando in causa i piccoli azionisti: «Abbiamo un obbligo nei loro confronti - ha detto recentemente un portavoce di Google -. Quello di tenere una struttura fiscale efficiente». Lo farebbero per i risparmiatori e per i piccoli investitori in vista di ricchi dividendi, ma negli Stati Uniti tutto ciò comincia a essere fonte di polemica, perché quei soldi sfuggiti all'erario a stelle e strisce non verrebbero comunque reinvestiti in patria.

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