20 nov 2011

«Società e posti di lavoro ai figli: così pagavano i politici» Le accuse: con la valigetta nell'ufficio dei centristi. Matteoli, Brancher e Tremonti referenti dell'ad

«Società e posti di lavoro ai figli:
così pagavano i politici»

Le accuse: con la valigetta nell'ufficio dei centristi. Matteoli, Brancher e Tremonti referenti dell'ad

ROMA - Posti di lavoro e consulenze affidate ai figli e ad altri familiari di politici. Quote di società private intestate a parlamentari oppure a loro parenti che ottengono appalti dalle aziende pubbliche. Eccolo il «sistema di illegalità» illustrato dal giudice Anna Maria Fattori che porta all'Enav e ad aziende del Gruppo Finmeccanica. Ecco come «il potere politico, distratto dalla cura della res pubblica, esige di trarre dall'esercizio del potere economico di cui individua i detentori, utilità per i singoli e per i partiti che li sostengono». Sono le rivelazioni del consulente Lorenzo Cola, dell'imprenditore Tommaso Di Lernia, del commercialista Marco Ianilli a delineare «con dichiarazioni ripetute e concordanti la serie di rapporti, relazioni, cointeressenze e conflitti di interessi personali e imprenditoriali». E così a descrivere il meccanismo delle «frodi fiscali da cui generano risorse extracontabili utilizzate per erogare somme non dovute a infedeli apparati e uomini dello Stato e delle imprese per ottenere appalti e nomine».

I politici di riferimento
Nell'ordinanza vengono citati come politici di riferimento di Guido Pugliesi, l'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti, il senatore Giulio Andreotti, l'ex ministro dei Trasporti Altero Matteoli. Ma la lettura delle carte processuali fa ben comprendere come gli «omissis» nei verbali dello stesso Cola, apposti dal pubblico ministero Paolo Ielo, nascondano un quadro ben più ampio nel quale sono inserite personalità tuttora al centro di verifiche e accertamenti. Una ricerca che, dice il giudice, è invece già terminata in maniera positiva per ricostruire quanto accadde il 2 febbraio 2010 nella sede dell'Udc in via Due Macelli a Roma.

È Di Lernia a raccontare di aver versato 200 mila euro al tesoriere Giuseppe Naro alla presenza di Pugliesi. Scrive il giudice: «Nell'interrogatorio del 25 maggio 2011 l'imprenditore afferma che Pugliesi aveva sempre rifiutato le offerte di denaro, tuttavia "nell'ultimo periodo" gli aveva sollecitato un'offerta di denaro presso l'ufficio dell'onorevole Casini; che a tale richiesta aveva aderito prelevando 200 mila euro da un conto acceso presso un istituto della Repubblica di San Marino dove si era recato accompagnato dalla segretaria Marta Fincato; che la consegna era avvenuta negli uffici dell'Udc dove era potuto accedere solo dopo che il Pugliesi, che ivi già si trovava, era sceso e lo aveva con sé sopra condotto; che a ricevere il denaro era stata una persona che gli veniva presentata come tesoriere dell'Udc, "forse un parlamentare"; che a questi Di Lernia era stato presentato dal Pugliese come "uno che lavora con Selex". Tali dichiarazioni sono state ribadite e circostanziate nel corso dell'interrogatorio del 13 luglio 2011 durante il quale Di Lernia riconosceva nell'effige fotografica di Naro Giuseppe la persona alla quale aveva consegnato il denaro e che non lo fece accedere nello studio personale in quanto vi era in corso una "bonifica"».

Date e incontri nell'agenda di Pugliesi
Questa versione viene confermata da Cola, che aggiunge un dettaglio: della tangente si parlò durante un incontro avvenuto a casa sua proprio con Pugliesi e Di Lernia. La segretaria di quest'ultimo conferma di averlo accompagnato in via Due Macelli «e in quell'occasione aveva con sé la valigetta solitamente utilizzata per il trasporto di documenti e denaro». Secondo le verifiche effettuate dai carabinieri del Ros «il 29 gennaio 2010 Di Lernia ha effettuato un prelievo per 206 mila euro dal conto corrente "Ciclamino" acceso in San Marino presso la banca commerciale Sammarinese».

Ma l'ultimo e più importante riscontro, secondo il giudice, è arrivato dall'agenda di Pugliesi perché «le annotazioni danno contezza sia di un pregresso appuntamento del 19 gennaio 2010 con Naro e altri due soggetti l'uno dei quali Di Lernia (come può agevolmente dedursi dal nominativo Naro collegato con due barre l'una al nome Di Lernia l'altro a nominativo che sembra indicare "Optimatica"), sia di un appuntamento il giorno 2 febbraio 2010 alle ore 9.30 con Naro, e alle 12.30 dello stesso giorno ancora con il Di Lernia e il Cola presso l'abitazione di quest'ultimo».

Nella «rete» Matteoli e Tremonti 
Per misurare «il grado di potere di Pugliesi» il giudice evidenzia «il numero di appuntamenti riportati sulla sua agenda, nonché lo spessore dei politici di riferimento dall'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti al senatore Andreotti nel cui studio effettua incontri, oltre che da annotate frequentazioni con i deputati Brancher e Naro». Poi si sofferma sul ruolo dell'ex ministro dei Trasporti Altero Matteoli: «Giova osservare, sebbene potrà essere oggetto di approfondimento investigativo, che secondo quanto dichiarato da Di Lernia nel corso dell'interrogatorio del 26 luglio 2010 nella vicenda "Optimatica" vi era l'interesse del ministro Matteoli in quanto tale società avrebbe finanziato una fondazione che a quello faceva capo, così come di interesse investigativo potranno essere gli altri emersi riferimenti sui rapporti tra società collegate a Enav da elargizioni a partiti attraverso rapporti personali dei quali Pugliesi si rendeva promotore».

In questo quadro Di Lernia e Cola, in due diversi interrogatori, indicano «i vantaggiosi incarichi a parenti di uomini politici, nonché la titolarità di quote». E che altri nomi altisonanti possano essere contenuti negli atti ancora segreti si capisce quando il giudice afferma: «Se è vero che i rapporti, gli incontri, gli appuntamenti tra Pugliesi e Naro sono di per sé privi di valenza indiziaria, tuttavia proprio in considerazione delle modalità di influenza politica delle quali Pugliesi deriva la propria nomina, tali rapporti - calati come si deve in un contesto ambientale che denuncia continui interessi privati nelle scelte imprenditoriali dell'Enav e delle società da essa controllate, perdono siffatta neutralità significando piuttosto atti preparatori di concrete forme di "ringraziamento" di Pugliesi a coloro i quali, a ragione del ruolo politico parlamentare ricoperto, doveva il permanere del suo potere in Enav».

«Borgogni è un ladro di polli»
Altre tangenti, dunque, un fiume di denaro. Un meccanismo che, dice l'accusa, aveva tra i suoi snodi la Selex Sistemi Integrati amministrata dall'ingegner Marina Grossi. «Braccio operativo» per il sistema di false fatturazioni che avrebbero consentito di creare "fondi neri" sarebbe stato Manlio Fiore, direttore commerciale di Selex. È stato Cola, durante l'interrogatorio del primo settembre scorso, a indicare in Lorenzo Borgogni, responsabile delle relazioni istituzionali di Finmeccanica, «colui che conferì a Manlio Fiore il sistema delle sovrafatturazioni». E al termine delle verifiche effettuate dal pubblico ministero il giudice sottolinea come «Fiore costituisse lo snodo operativo in Selex per la costituzione del "sistema Enav" inteso come meccanismo di attribuzione di commesse che attraverso sottesi illeciti rapporti personali con sviamento dei poteri pubblici e privati garantiva illecite contribuzioni di denaro a singoli e a partiti». E quando motiva la scelta di detenzione in carcere sottolinea come fosse proprio lui «a indicare i soggetti a cui corrispondere utilità senza giusta causa».

Un sistema che anche Borgogni avrebbe gestito. In questo filone gli viene contestato di aver convinto gli imprenditori Di Lernia e De Cesare a pagare le rate della barca del parlamentare Pdl Marco Milanese, allora stretto collaboratore del ministro Tremonti. Si tratta di 224 mila euro per cui Milanese sarà processato con rito immediato a febbraio per illecito finanziamento. Il giudice non crede che Borgogni sia coinvolto nell'affare illecito e per questo ha negato il suo arresto. Tra gli elementi a discarico cita un verbale di Cola durante il quale il consulente indagato «riferisce, sia pure incidentalmente, della disistima di Milanese verso Borgogni, definito dal primo "un ladro di polli"». Del resto già le intercettazioni allegate al fascicolo processuale sull'operazione Digint avevano rivelato i contrasti tra i due con lo stesso Borgogni, che dopo aver accusato il ministro Tremonti di essere l'ispiratore delle inchieste contro Finmeccanica, citava Milanese tra «i suoi scagnozzi». 

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