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17 feb 2017

La nuova impresa di Yuki Kawauchi, l'impiegato-runner eroe della domenica

Yuki Kawauchi domenica ha vinto la sua undicesima maratona in carriera sotto le 2h10'. Il podista giapponese, che è un impiegato pubblico e corre come dilettante, ha chiuso la gara di Ehime con il tempo di 2h09'54", confermandosi tra i migliori maratoneti non africani al mondo. Una storia straordinaria, quella del "citizen runner", raccontata nel testo che segue tratto dal libro "Popoli in corsa, storie di vittorie e di sconfitte" di Marco Patucchi (Edizioni Correre, 2016).


"CI PENSO spesso a quelle sere. Ero ancora un ragazzino e mio padre, anche se tornava tardi dal lavoro, mi massaggiava le gambe stanche per gli allenamenti del giorno. Lo faceva ogni sera. Papà è morto qualche anno fa e non ha potuto vedere i miei successi. E' una cosa che ancora mi pesa nel cuore". Quando Yuki parla del padre, il sorriso sul suo viso si spegne. Ma è solo un attimo. Nulla, ormai, sembra scalfire il mix di serenità e convinzione che traspare dagli occhi di questo ventottenne giapponese che da qualche anno stupisce (e spiazza) il mondo della maratona. Un "eretico", un "anti-eroe", un "ribelle", un "anti-conformista"...le definizioni fioccano quando si tratta di Yuki Kawauchi, ma forse la fotografia più nitida è quella del soprannome che si porta dietro: "Citizen runner", cittadino corridore. Il maratoneta della porta accanto, verrebbe da dire, perché Yuki prima di tutto è un impiegato dello Stato, un travet, che lavora quaranta ore a settimana e ogni giorno timbra il cartellino da mezzogiorno alle otto di sera.

Numeri che sembrano lontani anni luce da altre cifre, quelle dei suoi risultati sportivi. Ultime in ordine di tempo, le 2h13'29" che ha fatto segnare il primo novembre alla maratona di New York (l'edizione del 2015, ndr) dove si è classificato sesto assoluto e primo tra gli atleti non-africani; e poi, riavvolgendo il nastro, le undici maratone del 2013, quattro delle quali sotto le 2h10' (2h08'15" e 2h08'14" a soli quarantadue giorni di distanza tra una gara e l'altra, o addirittura 2h09'05" e 2h09'15" con un intervallo di appena quattordici giorni); le tredici maratone dello scorso anno, anche quelle con tempi di assoluto spessore; il terzo posto assoluto, primo tra i giapponesi, con 2h08'37" alla maratona di Tokyo del 2011, il giorno che ha svelato al mondo il "citizen runner".
Sono i numeri dell'"eresia" di Kawauchi, perché nessun altro runner di èlite mondiale corre così tante maratone nello stesso anno. I campioni di livello internazionale ne fanno al massimo tre, concentrandosi durante gli intervalli sulla preparazione e il potenziamento atletico.

"Di fatto molte competizioni mi servono da allenamento - spiega invece Yuki -. Partecipare ad una gara offre molti più vantaggi che allenarsi da soli, come il controllo del traffico, un buon cronometraggio, punti di ristoro e persone che ti incitano. Credo che correre la maratona sia soprattutto una questione di esperienza. Se non disputano delle vere maratone, i corridori non acquisiscono il senso della tattica e non sviluppano la capacità di capire quando è il momento giusto per accelerare e decelerare".
Non che Yuki tralasci gli allenamenti o il potenziamento (si è costruito a casa una sorta di palestra artigianale), incastrandoli nelle sue giornate di impiegato statale in una scuola a nord di Tokyo: nei giorni feriali si alza alle sette e si allena per almeno due ore, alle 12,45 va in ufficio dove lavora fino alle 21,30; durante le vacanze estive o invernali dei ragazzi della scuola, si alza alle cinque e trenta e si allena, sempre ogni giorno, per le solite due ore andando a lavorare in ufficio dalle 8,25 alle 16,55; nei fine settimana, poi, maratone e mezze maratone. Uno schema che alla fine di ogni mese gli fa segnare un massimo di 600 chilometri complessivi, contro gli 800 medi dei maratoneti professionisti.

"In Giappone l'allenamento ruota intorno a regole ferree. Molti coach sono convinti che solo un superallenamento, severo e faticoso, aiuti a forgiare una mentalità forte, necessaria per vincere. E' un'idea tipicamente nipponica, però secondo me non ha basi scientifiche: gli atleti non sono macchine".
Ma l' "eresia" di Kawauchi non è solo nei metodi di allenamento. La sua corsa ribelle rifiuta il modello giapponese delle squadre aziendali, i team dei grandi gruppi industriali nipponici (Toyota, Hitachi, etc.) che ingaggiano i migliori runner del Paese non appena escono dalle università e li trasformano in dipendenti dell'azienda, imponendo formule rigorosissime di allenamento e di condotta: "Preferisco correre liberamente - dice Yuki - senza allenatori o il peso di un team. Diversamente dai professionisti, non corro per vincere premi in denaro o per trovare degli sponsor. Corro per soddisfare il mio interesse personale e per sfidare me stesso. Non voglio perdere la mia libertà". Se sei in team aziendale, invece, prendi uno stipendio e devi fare quello che ti dicono.
Come non credergli vedendolo spuntare sorridente, prima di ogni gara, senza sfoggiare fantasmagoriche tenute, ma solo la tuta con il piccolo simbolo del dipartimento statale per il quale lavora. Il maratoneta della porta accanto, che si diverte con il karaoke e la sua collezione di fumetti manga.

Un anelito all'indipendenza che probabilmente affonda le radici negli anni dell'adolescenza di Yuki, quando la madre Mika lo allenava con metodi al limite della ferocia nel parco vicino casa, mentre gli altri bambini del quartiere pensavano solo a giocare, e in quelli dell'università, la Gakaushin di Tokyo, quando il tecnico Seiichi Tsuda lo trasformò in un vero atleta. Yuchi era ben instradato per diventare il tipico runner giapponese, votato al rigore e all'obbedienza. Ma un giorno, ascoltando un compagno del college che parlava del semplice piacere di correre, capì che era arrivato il momento di voltare pagina: "Mi sono reso conto che fino ad allora avevo corso per gli altri. Per mia madre, per l'allenatore, per la scuola, per l'università...Insomma, correvo con la paura di non soddisfare le aspettative di qualcun altro. Da quel giorno ho iniziato a correre solo per il mio piacere. Quando ero un ragazzino avevo represso le mie emozioni. Ora finalmente mi diverto".

Così il "cittadino corridore" è diventato un simbolo, una fonte di ispirazione per tanti giapponesi. "La straordinarietà di Yuchi - spiega il suo vecchio allenatore Tsuda - non è nel talento, ma nella forza di volontà. Quando le cose si fanno difficili, tira dritto". Kawauchi dimostra a tutti che ci si può affrancare dal conformismo e dalle verità supposte. Anche un impiegato può essere un campione: prima di lui, se qualcuno avesse detto che un "citizen runner" poteva puntare alle Olimpiadi, sarebbe stato preso per pazzo. Ora non è più utopia. Basti vedere la normalità di Yuchi che prende le ferie per andare a gareggiare e che il lunedì, dopo la maratona, timbra il
cartellino in ufficio. Come se niente fosse.
"Il mio sogno è correre la martona di Parigi, come uno dei miei personaggi preferiti dei manga. Voglio vedere l'Arc de Triomphe e la Torre Eiffel", dice Yuchi. Il sogno del "citizen runner".

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