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14 gen 2017

Bekele punta al primato



ROMA - Quattro anni di esilio dall'atletica che conta, poi la rinascita a Berlino. Ora c'è un intero 2017 per provare a riprendersi il tetto del mondo. Diventando il primo uomo nella storia a detenere contemporaneamente i primati mondiali dei 5.000, dei 10.000 e della maratona. Kenenisa Bekele ha aperto la stagione annunciando che sarà a Dubai il 20 gennaio e a Londra il 23 aprile. È già stato a entrambe le maratone, in passato: quella di Dubai del 2015 non l'ha terminata; a quella di Londra l'anno scorso è finito terzo. Ma stavolta il fuoriclasse etiope, che a giugno compirà 35 anni, alza il tiro. Il suo obiettivo non è un mistero: quel record che ha mancato l'anno scorso, quando vinse sui 42,195 chilometri di Berlino finendo in 2:03'03'' ad appena sei secondi dal miglior tempo di Dennis Kipruto Kimetto. "Per me è stato fantastico ottenere un primato personale, ma sono ancora deluso per aver mancato il record mondiale", ammette a mesi di distanza.

Il 2017 si annuncia come un anno a forte rischio per il record di Kimetto. Adidas e Nike  hanno avviato due progetti per scendere, in questi dodici mesi, sotto le due ore. Una corsa agli armamenti tra i due colossi delle calzature sportive, con Bekele nel mezzo: quasi come il Clint Eastwood di Per un pugno di dollari tra i Rojo e i Baxter. L'etiope è sponsorizzato Nike, ma la casa del baffo nel suo progetto Breaking 2 ha messo il campione olimpico kenyano Eliud Kipchoge, l'etiope Lelisa Desisa e l'eritreo Zersenay Tadese. Saranno loro a tentare di sfondare il muro. Due sono vecchie conoscenze di Bekele: Kipchoge lo sconfisse nei 5.000 ai Mondiali di Parigi 2003, Tadese ai Mondiali di campestre del 2007. Due delle pochissime sconfitte in carriera dell'etiope.
Sei secondi separano uno dei migliori corridori di tutti i tempi da un'impresa epocale: se riuscisse a farcela, Kenenisa Bekele diventerebbe il primo atleta nella storia a detenere contemporaneamente i record mondiali delle due gare più lunghe su pista e quello della maratona. Nessuno ci è mai riuscito finora: non il mitico finlandese Paavo Nurmi, che fu squalificato per professionismo mentre preparava la maratona olimpica di Los Angeles 1932; non l'immenso cecoslovacco Emil Zàtopek, che nel 1952 a Helsinki riuscì in una tripletta olimpica storica e ineguagliata ma che non riuscì mai a mettere le mani sul record della maratona. C'è solo una persona che ha avuto il miglior tempo del mondo in ciascuna di queste tre gare, finora. E quel qualcuno è etiope come Bekele: si tratta di Haile Gebrselassie. Ma quando fece due volte il record a Berlino, il suo erede l'aveva già spodestato da anni dal trono di 5.000 e 10.000.

Per certi versi, se ci riuscisse, quella di Bekele sarebbe una rivincita. Tra i due, il più vincente è stato lui: più vittorie olimpiche (tre a due), più Mondiali (cinque a quattro), più Mondiali di campestre (sedici a zero). Eppure, non è mai diventato un mito come Gebrselassie. Nessuno mette in discussione la sua classe. Ma a lui è sempre mancato l'ultimo gradino per diventare un'icona come Gebre. Influisce l'atteggiamento molto meno espansivo e sorridente, ma influisce soprattutto l'essere arrivato subito dopo uno che aveva già riscritto le regole del mezzofondo prolungato e che, per un decennio, era stato l'eroe incontrastato d'Etiopia. Sarebbe come se qualcuno, domani, migliorasse di un centesimo i record di Usain Bolt: una grande impresa, certo, ma nell'immaginario collettivo il più grande resterebbe probabilmente il Fulmine, che ha fatto fare un salto di qualità allo sprint. Va detto poi che le gare di Gebrselassie erano spesso più emozionanti, perché lui ha corso contro una generazione di kenyani fortissimi: gente come Daniel Komen, tuttora primatista mondiale dei 3.000 metri, e Paul Tergat, con cui ingaggiò una volata che risolse con soli nove centesimi di vantaggio nei 10.000 di Sydney 2000. Bekele ha dovuto confrontarsi a sua volta con dei grandissimi: oltre a Kipchoge e Tadese, una volta - nei 5.000 di Atene 2004 - riuscì a batterlo pure il marocchino Hicham El Guerrouj, forse il miglior "miler" di sempre. Ma, tranne questi casi sporadici, le gare di Bekele hanno sempre avuto un canovaccio prevedibile, in cui la sua vittoria è sembrata raramente in discussione.

Così, per quanto grande, Bekele è rimasto a un passo da Gebrselassie. E probabilmente ci resterà per sempre. Ma il delfino ha un'occasione che il re non ha mai saputo o potuto sfruttare: quella di essere, per la seconda volta in carriera, dominatore incontrastato di una specialità. Quando Gebrselassie ha ottenuto i suoi record in maratona, nel 2007 e nel 2008, ha sempre evitato di correre Mondiali e Olimpiadi. A Pechino scese in pista solo nei 10.000 metri (arrivando sesto a 35 anni), ma non partecipò alla maratona: "Troppo smog", spiegò. Nel 2009 non corse i Mondiali di Berlino, preferendo vincere, un mese dopo, la maratona della capitale per la quarta volta consecutiva ma mancando l'assalto al primato. Nemmeno a Daegu c'era. Alle Olimpiadi di Londra, ormai, il mondo e l'Etiopia correvano troppo forte per lui.
Bekele ci ha messo molto più di Gebre per farsi spazio nella maratona. Dopo il biennio magico delle doppiette 5.000-10.000 di Pechino 2008 e Berlino 2009, è sparito per due anni. Al ritorno, ai Mondiali di Daegu, si è ritirato dai 10.000: per la prima volta in carriera ha perso una gara su questa distanza. Ma la sconfitta più bruciante è arrivata un anno dopo, a Londra 2012, quando ha visto il britannico Mo Farah andare a vincere l'oro olimpico mentre lui arrivava quarto. Lì, probabilmente, ha capito che la sua carriera in pista era finita. La prima maratona è arrivata nel 2014: un inizio incoraggiante, la vittoria a Parigi in 2:05'04''. Ma il resto non è stato altrettanto convincente: pochi mesi dopo, a Boston, si è dovuto accontentare di un quarto posto mentre la nemesi Kipchoge andava a vincere. Nel 2015 non ha completato la maratona di Dubai. Sembrava che il 2016 dovesse mettere la parola fine alla speranza di fare su strada quanto aveva già ottenuto in pista: è arrivato terzo a Londra, a tre minuti e mezzo di Kipchoge e, colmo dell'umiliazione, la federazione etiope l'ha escluso dalla maratona olimpica di Rio. "Processo di selezione ingiusto, sono molto deluso", il suo commento.

Ma a quel punto è arrivata la svolta che, probabilmente, ha dato inizio a una seconda fase di carriera: il 25 settembre, alla maratona di Berlino. Bekele, dopo un testa a testa durato più di quaranta chilometri con il kenyano Wilson Kipsang Kiprotich, l'ha spuntata per pochi secondi, con una progressione imperiale partita a un chilometro e mezzo dalla fine. Ha ottenuto il secondo miglior tempo di sempre. Soprattutto ha chiarito che, quando è in forma, può fare paura a tutti. Compreso il ristretto gruppo che prova ad abbattere il muro delle due ore. Una sfida a cui nemmeno Bekele è del tutto estraneo: nel progetto Sub2, che il professore dell'Università di Brighton Yannis Pitsiladis porta avanti dal 2014, è coinvolto pure lui. I due collaborano già da tempo: Pitsiladis, d'altra parte, è spesso a Bekoji, la città da 17mila abitanti dove sono nati fenomeni come i fratelli Bekele, Derartu Tulu e le sorelle Dibaba. L'obiettivo di Pitsiladis è trovare il corridore che nel 2019 dovrebbe scendere sotto le due ore. Non pensa che sarà Bekele e anche l'etiope sostiene di essere troppo vecchio per farcela. Ma fare un pezzo di strada insieme conveniva a entrambi. Quel pezzo di strada lo racconta anche un bel servizio del New York Times, nella seconda parte di un approfondimento in due parti di Jeré Longman dedicato tutto al sogno di Pitsiladis. Così Longman descrive l'incontro tra i due, avvenuto nel 2015: "In luglio, Bekele arrivò al laboratorio di Pitsiladis in Inghilterra sovrappeso di circa 25 libbre sul suo peso-gara di 123 (cioè sovrappeso di circa 11 chili sui 56 del peso forma, ndr). Zoppicava camminando. Il suo polpaccio destro era più piccolo del polpaccio sinistro di quasi un pollice". Era un atleta devastato dagli infortuni e dalle sconfitte. Ma dentro quel corpo c'era uno dei più grandi talenti mai esistiti nella corsa su lunga distanza.

E così, una collaborazione non semplice è andata avanti anche oltre la delusione della mancata convocazione di Rio. Una collaborazione ben vista anche dagli sponsor del progetto, probabilmente: a Berlino Bekele ha utilizzato come integratore una bibita prodotta da un'azienda svedese insieme ai ricercatori di Sub2. L'azienda, che aveva intenzione di mettere quel prodotto in vendita da quest'anno, non si è certo lasciata scappare l'occasione per sottolinearlo.
Ma quella collaborazione, che sembrava nata con l'obiettivo di fare strada a un erede dell'etiope, rischia nel frattempo di portare anche qualche record mondiale. D'altra parte, se qualcuno pensasse all'atleta in grado di abbattere davvero il grande muro, penserebbe al Bekele di qualche anno fa. Quel Bekele non esiste più e, probabilmente, le due ore resteranno una chimera ancora per qualche anno. Ma nel frattempo, pure questo vecchio campione non è male e vale un record. Chiaramente non è detto che uno dei due tentativi vada a buon fine, perché le variabili della maratona, come di qualunque gara, sono tante. Ma se ce la facesse, l'etiope diventerebbe anche il primo a fare un primato mondiale fuori da Berlino dal 2003 a oggi: l'ultimo fu Khalid Khannouchi, a Londra nel 2002. Dubai potrebbe non essere il terreno di caccia ottimale: il primato della corsa, che ha il vantaggio di avere pochissime curve, è di 2:04'23''. Non male, ma nemmeno vicinissimo al tempo che serve. A Londra, la storia è diversa: qui l'anno scorso Kipchoge ha corso la terza maratona più veloce di sempre, in 2:03'05''. E quel giorno contro Bekele ci sarà un cast stellare, sette atleti capaci di stare sotto le 2:06'.

Comunque vada, da fine aprile Bekele dovrà programmare il resto della stagione. Soprattutto, ci sarà da sciogliere il nodo dei Mondiali. Molti maratoneti di punta li snobbano, attirati più dalle grandi classiche che garantiscono maggiori guadagni. Anche quando partecipano, spesso non è quello l'appuntamento su cui imperniano la preparazione. Ma lui assicura: "Se la Federazione mi seleziona, correrò". Sarebbe la terza fatica in meno di sette mesi. Nel frattempo, a distanza, andrà avanti anche il confronto con Kipchoge. La loro cosa al record sarà l'ennesimo capitolo di una rivalità lunghissima, passata per tre superfici di gara: pista, campestre, ora strada. Meno preoccupante sembra Tadese, che però proprio quando non si nota rischia di giocare brutte sorprese all'etiope. Intanto, Mo Farah prepara la sua ultima stagione in pista. Poi anche lui si darà esclusivamente alla maratona, che ha già corso in 2:08'21''. Dopo il declino di Bekele, è toccato al britannico diventare il dittatore dei 5.000 e dei 10.000. È un fenomeno mediatico secondo, nell'atletica maschile, forse al solo Bolt. Ha vinto la bellezza di quattro ori olimpici e cinque mondiali su pista, più
ancora di Bekele. Ma in questi anni non ha quasi mai trovato l'etiope sulla sua strada. L'anno prossimo, se il 2017 andrà come spera Bekele, sì. E a quel punto, contro Mo Farah, l'etiope potrà dedicarsi all'ultima resa dei conti della sua carriera.

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