"Silvio Forever", 100% di puro Berlusconi "Ci dispiace ma non è un film militante..."
IN USCITA
Il docufilm di Faenza scritto da Rizzo e Stella: biografia non autorizzata in cui la vera voce del Cavaliere racconta la sua avventura. Immagini quasi tutte molto note, a parte qualche momento raro o inedito. E i realizzatori difendono la loro ottica bipartisan: "Non volevamo essere 'anti', sarebbe stato troppo facile"
ROMA - Forse in pochi sanno che il primo giornale a pubblicare in prima pagina un elenco di domande scomode a Berlusconi fu La Padania: erano gli anni della rottura tra il Cavaliere e Umberto Bossi, e il quotidiano leghista mise nero su bianco undici quesiti sui suoi rapporti con la mafia. Così come, probabilmente, non tutti ricordano che all'epoca della prima discesa in campo, nel 1994, i conduttori Mediaset al completo - dalla Ambra radiocomandata di Non è la Rai a Mike Buongiorno, passando per Antonella Elia e Raimondo Vianello - fecero aperta propaganda pro-Forza Italia. Queste due brevi istantanee di un Paese segnato, nel bene e nel male, dalla leadership dall'attuale premier, sono tra i momenti più interessanti di Forever Silvio, l'attesissimo docufilm (preventivamente censurato dalla Rai) diretto da Roberto Faenza con Filippo Macelloni, scritto da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, in uscita venerdì 25 in oltre cento sale.
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Ma la visione in anteprima per la stampa suscita perplessità, in una buona fetta di pubblico: chi si aspettava un'opera decisamente anti-berlusconiana, o comunque una lettura esplicitamente critica del berlusconismo, resta deluso. Ma quest'assenza di "cattiveria" viene rivendicata con forza dai realizzatori:"Ci dispiace, ma il nostro non è un film militante- spiega Rizzo - è invece la storia di un personaggio formidabile, da commedia dell'arte, raccontato da un punto di vista obiettivo". "A noi non interessava andare a massaggiare le convinzioni di nessuno - gli fa eco Stella - rassodando le convinzioni antiberlusconiane di tanti: fare una cosa perfida sarebbe stato facile". Da qui la scelta della struttura della narrazione: l'unica voce che sentiamo è quella del "vero" Silvio, sostituito - nelle parti in cui si utilizzano testimonianze scritte - dall'imitazione vocale di Neri Marcoré. Ma le parole sono tutte, rigorosamente, quelle del Cavaliere. "La nostra è solo un'autobiografia, per quanto non autorizzata - sottolinea Faenza - non si può cancellare quella parte di Paese che adora il suo leader: sarebbe veterocomunismo".
Forse però il vero difetto di Silvio forever non è nel suo voler essere bipartisan, quanto nel mostrare, nella maggior parte dei suoi ottanta minuti, immagini e situazioni che il pubblico conosce a memoria: dall'epoca della discesa in campo fino a oggi - i giorni del bunga bunga e dei giornali stranieri che infieriscono sul nostro premier sessuomane - abbiamo già visto e ascoltato tutto. Poco ci sorprende, poco ci provoca un'emozione che non sentivamo già, buona o cattiva che sia. Più interessante, almeno sul piano del colore, la prima parte, in cui, attraverso gli spezzoni di racconti berlusconiani in prima persona, sentiamo rievocare la sua infanzia ("alle medie facevo lezioni a quelli delle elementari, venivo pagato con uova o burro, ma se non prendevano almeno sei meno restituivo il compenso"); in cui si rievoca la carriera giovanile di chansonnier ("cantavo con la paglietta francese i brani di Maurice Chevalier"); in cui si tace dell''iscrizione alla P2, ma si parla dei nebulosi inizi della sua fortuna e del boom delle sue tv.
Poi arriva la politica, la discesa in campo. Ma anche questa parte viene raccontata sottolineando l'aspetto "umano, troppo umano" del premier: la sua personalità, non la sua attività di governo. Emerge dunque il miglior piazzista del mondo, come lo definì Indro Montanelli; la sua straordinaria fiducia in se stesso. Il tutto infarcito, come prevedibile, da un lungo elenco di frasi celebri: "La sinistra dice che sono un nano, ma sono alto più della media" (a inizio film); "sono in collegamento con lassù, mi aiuta il circuito delle mie cinque zie suore"; "Il Milan è un affare di cuore da qualche miliardo, ma anche le donne costano molto"; "se fossi nato in Arabia sarei stato uno sceicco". E via citando. Con la conclusione che conosciamo: Noemi, la rivolta di Veronica, la D'Addario (con brani delle registrazioni fatte dalla escort), Ruby...
Per il resto, al di là delle parole di Silvio, sullo schermo ci sono poche altre voci, quase tutte di comici: Roberto Benigni, Paolo Rossi, Daniele Luttazzi, Antonio Cornacchione, Dario Fo. Poi Indro Montanelli, Marco Travaglio, Umberto Bossi, l'architetto del famoso Mausoleo di Arcore Pietro Cascella (intervistato in maniera esilarante da Ugo Gregoretti). Nessun politico di opposizione, a parte fugaci inquadrature di Massimo D'Alema e Francesco Rutelli. E naturalmente mamma Rosa: le sue parole di elogio per il figlio, presenti anche nel trailer, sono state il pretesto usato dalla Rai per censurarlo. Guardando il film, comunque, l'impressione è che la censura preventiva non abbia proprio ragione di essere. Visto che il protagonista è visto sì con molta ironia (come i realizzatori tengono a sottolineare), ma senza mai affondare il colpo: "Siamo di fronte - spiega Rizzo - a un uomo che usa al massimo un centinaio di parole, come i bambini di quarta o quinta elementare, ma che le usa in maniera molto efficare". "E' la storia di un personaggio - prosegue Stella - che per una incredibile magia ha un rapporto con la pancia degli italiani che nessun altro ha. Se può essere definito un film sulla sindrome di Stoccolma che abbiamo nei suoi confronti? Può darsi. Forse siamo tutti prigionieri".
E tra i "prigionieri" che invece sembrano non poterne proprio più c'è Neri Marcoré: "Certo, magari Berlusconi è simpatico, andare a cena con lui credo sia più divertente che andarci con Prodi: ma dopo 17 anni dominati da lui l'Italia è più brutta, più deludente, più corrotta e meno felice".
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