17 gen 2011

Tunisia, c'è un nuovo governo. La ex first lady è scappata con l'oro

NEL NUOVO ESECUTIVO ANCHE IL LEADER DELL'OPPOSIZIONE

Fedelissimi del regime, manifestanti ed esercito combattono ancora a Tunisi e a Cartagine

Leila Trabelsi (Ansa)
Leila Trabelsi (Ansa)
MILANO - Mentre la tensione nel Paese resta alta, la Tunisia si è dotata di un nuovo governo. Le autorità hanno infatti annunciato la formazione di un esecutivo di unità nazionale: a guidarlo è il riconfermato premier Mohammed Ghannouchi. Il leader del partito dell'opposizione, Najib Chebbi, entrerà come ministro dello sviluppo regionale. Nel governo entreranno anche altri due membri dell'opposizione, Ahmed Ibrahim e Mustafa Ben Jaafar. Il nuovo governo si impegna a liberare tutti i prigionieri politici. Lo ha detto il premier Ghannouchi, in conferenza stampa a Tunisi

LA FUGA DI ALI - Intanto si svelano i retroscena della fuga della famiglia dell'ex dittatore Ben Alì. La moglie del deposto presidente tunisino, Leila Trabelsi, venerdi scorso avrebbe lasciato il paese con 1,5 tonnellate d'oro per un valore di 45 milioni di euro, stando a quanto scrive nella sua edizione online il quotidiano francese «Le Monde» citando fonti dei servizi segreti francesi. Secondo informazioni raccolte a Tunisi, visto che la situazione stava precipitando la donna venerdi scorso si sarebbe recata alla Banca centrale a Tunisi per farsi consegnare dei lingotti d'oro. Al rifiuto del governatore, la first lady avrebbe allora chiamato il marito. Questi in un primo momento si sarebbe detto contrario ma poi avrebbe ceduto alla richiesta. «Sembra che la signora Ben Ali sia partita con l'oro, 1,5 tonnellate d'oro, e cioè circa 45 milioni di euro», hanno detto le fonti al quotidiano. Leila Trabelsi sarebbe poi partita per Dubai da dove con un altro aereo avrebbe raggiunto Gedda, in Arabia Saudita, dove nella notte è arrivato anche il marito dopo la sua precipitosa fuga dalla Tunisia. La Banca Centrale tunisina tuttavia ha smentito che la Trabalsi abbia realmente fatto prelevare l'oro.

ANCORA VIOLENZA - Intanto la Tunisia sta lottando con tutte le sue forze per non finire nel baratro del caos mentre a Tunisi domenica si è sparato per ore e l'esercito ha circondato il palazzo presidenziale di Cartagine dove si sono asserragliati uomini della Guardia presidenziale, fedeli a Ben Ali. Anche oggi un cittadino è morto a Biserta, colpito da un cecchino. Secondo quanto riferisce la tv araba Al-Jazeera, continua l'attività delle bande armate nella città settentrionale tunisina, dove viene aperto il fuoco sui civili. Al momento l'esercito sta cercando, con l'ausilio degli elicotteri, di stanare i cecchini dai tetti dei palazzi.
Tenta comunque di resistere la Tunisia dei civili che si sono organizzati per l'autodifesa dalle bande armate che imperversano nel Paese, sparando e organizzando rapine e saccheggi. Tenta di resistere la Tunisia delle istituzioni, che vuole salvare il Paese nel rispetto della Costituzione ma sa che gli è rimasto davvero poco tempo per frenare la deriva con un governo di unità nazionale, unica riposta possibile alla crisi in cui in è caduto il Paese. E vuole resistere soprattutto la Tunisia di quel movimento che in queste settimane si è formato dal basso, innescato sì dal gesto estremo del giovane Mohammed che si è dato fuoco a Sidi Bouzid, e alimentato sì dall'esasperazione di tanti giovani disoccupati come lui, ma che si è trasformato ben presto in movimento per la libertà, la dignità della nazione e la fine della dittatura.

CAMPO DI BATTAGLIA - Mentre la battaglia attorno al palazzo presidenziale continuava a infuriare, si è avuta notizia di altre violenze. Kaies Bel Ali, fratello del deposto presidente sarebbe stato arrestato nel pomeriggio di domenica alla periferia di Tunisi assieme a quattro poliziotti che, cercando di coprire la sua fuga, avrebbero aperto il fuoco uccidendo quattro persone e ferendone altre 11. L'Avenue Bourghiba, nel centro della capitale, domenica si è trasformata nuovamente in un campo di battaglia tra presunti miliziani delle forze di sicurezza di Ben Ali da una parte ed esercito e polizia dall'altra. Con i blindati che percorrevano il viale, davanti a quel ministero dell'Interno dove probabilmente si trova ancora in arresto il capo della sicurezza di Ben Ali, il generale Ali Seriati, vero leader delle milizie fedeli al vecchio leader, che continuano ad alimentare la rivolta. Non vi sarà «alcuna tolleranza» nei confronti di chi semina il caos, ha detto domenica sera il primo ministro Mohammed Ghannouchi parlando in tv. «Abbiamo arrestato un gran numero di bande criminali che cercano di seminare il caos - ha aggiunto - Le forze dell'ordine, l'esercito, la polizia e la guardia nazionale stanno facendo un lavoro enorme per garantire la sicurezza della nazione e dei cittadini». Ma non ha voluto dire, Gannouchi, se i criminali di cui parlava siano proprio gli uomini di Seriati, che oggi comparirà davanti ai giudici. Insomma, è la legalità che deve vincere. Domenica è finito in manette Murad Trabelsi, cognato dell'ex presidente, all'indomani della morte di un nipote della ex first lady, Imed. La legalità deve vincere sul piano politico. Questa è la scommessa del Partito Democratico Progressista di Chebbi, il leader più in vista dell'opposizione, che nel 2009 tentò inutilmente di candidarsi alle presidenziali. Proprio mentre lui era impegnato nei colloqui per il governo, la polizia fermava un taxi carico di armi davanti alla sede del Pdp, sparando colpi in aria e compiendo arresti. Il problema della sicurezza è un incubo non solo per i tunisini, ma anche per gli stranieri che vivono in Tunisia o che stanno cercando di lasciare il Paese. Da domenica più voli e anche navi sono a disposizione degli italiani che preferiscono rientrare. Resta difficile la situazione del Circo Bellucci, che vede tra le sue file un centinaio di persone, bambini inclusi, bloccato a Sfax. Ma la Tunisia ancora domenica sera guardava soprattutto alla battaglia di Cartagine, che potrebbe segnare una svolta nei rapporti di forza fra i fedelissimi di Ben Ali e quell'esercito che si era rifiutato di sparare sulla folla.

GHEDDAFI - In mezzo al caos tunisino c'è però anche chi ha le idee chiare. E punta il dito. La caduta del regime tunisino? Tutta colpa di Wikileaks. Almeno per il leader libico Gheddafi. Il quale in un discorso alla tv libica domenica, secondo quanto riporta il quotidiano britannico Guardian (che a sua volta fa riferimento all'agenzia tedesca Deutsche Presse) ha accusato le rivelazioni menzognere degli ambasciatori contenute nei cablogrammi resi noti dall'organizzazione di Assange come la miccia che avrebbe acceso il fuoco della rivolta in Tunisia.

NAPOLITANO - Sulla crisi in Tunisia è intervenuto anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Ciò che è accaduto e sta accadendo in Tunisia ed in Algeria ci deve rendere avvertiti della necessità che l'Europa dia risposte concrete e convincenti alle attese della popolazione e dei paesi della sponda sud del Mediterraneo, attese di sviluppo congiunto con l'Europa per il prossimo futuro».

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