21 mag 2014

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Esce in Francia un libro denuncia di un ex bodyguard del «Líder máximo»


Una via di mezzo fra un signore medievale e Luigi XV, con la mentalità di uno spietato pirata dei Caraibi e l’ipocrisia di pretendere sacrifici dai suoi connazionali laddove invece lui non rinunciava a nessuno di quei lussi capitalisti che ufficialmente combatteva. Questo era Fidel Castro nella descrizione che ne fa l’ex bodyguard Juan Reinaldo Sánchez nel libro «La Vie Cachée de Fidel Castro» («La vita nascosta di Fidel Castro»), scritto con il giornalista francese Axel Gyldén e in uscita il prossimo 28 maggio per le edizioni Michel Lafon.
Le rivelazioni
«Contrariamente a quello che ha sempre raccontato, Fidel non si è mai sentito obbligato a seguire l’austera vita del buon rivoluzionario – si legge nel libro - e non ha mai rinunciato ai comfort offerti dal capitalismo». Che a sentire Sánchez comprendevano l’Aquarama II, uno yacht superlusso alimentato da quattro propulsori spediti a Castro direttamente dal presidente dell’allora Urss, Leonid Brezhnev, e l’isola privata di Cayo Piedra, a sud della Baia dei Porci, dove Fidel intratteneva selezionatissimi ospiti come Gabriel García Márquez, senza dimenticare l’immensa tenuta de L’Avana completa di pista da bowling, campo da basket e centro medico perfettamente attrezzato. «Castro non andava mai da nessuna parte senza due donatori di sangue e almeno dieci guardie del corpo, una delle quali doveva segnare ogni cosa che faceva su un blocco degli appunti “per la storia” – continua Sánchez - . E poi spiava chiunque, compreso Hugo Chávez, e teneva sempre una pistola nei piedi quando era sulla Mercedes presidenziale». Ma della sua vita di stranezze e privilegi, come pure della sua fama di donnaiolo impenitente, i cubani sapevano poco nulla, anche perché non ne parlava nessuno, tantomeno la stampa. «Fino agli anni Novanta non ho mai fatto troppe domande su come funzionasse il sistema perché è così che fanno i bravi soldati, limitandosi ad eseguire gli ordini – racconta ancora l’ex bodyguard, che ha fatto parte della guardia pretoriana di Fidel per 17 anni, salvo poi cadere in disgrazia alla richiesta di andare in pensione ed essere quindi sbattuto in carcere e torturato –. Vedevo Castro come un dio, mi bevevo ogni sua parola, credevo a tutto quello che diceva e lo seguivo ovunque, tanto che sarei morto per lui. Ma poi ho capito che aveva mentito, per lui la ricchezza era uno strumento di potere e sopravvivenza politica ed era convinto che Cuba fosse di sua proprietà».
Esule
Una volta uscito dal carcere, Sánchez ha fatto tutta la dolorosa trafila degli esuli cubani prima di approdare negli Stati Uniti nel 2008 (anno in cui Raúl Castro ha preso ufficialmente il potere a Cuba dopo il ritiro dalle scene del fratello nel 2006) e anche se il risentimento nei confronti di Castro potrebbe essere giustificato, la sua storia è stata controllata prima di essere data alle stampe. «È la prima volta che qualcuno della cerchia intima di Castro, uno che era parte del sistema e che ha assistito agli eventi in prima persona, decide di parlare – sottolinea Axel Gyldén al Guardian – e questo racconto cancella l’immagine che abbiamo sempre avuto di Fidel, che con il suo stile di vita non contraddiceva solo le sue stesse parole, ma la sua stessa psicologia e le motivazioni che lo muovevano».

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