22 mag 2012

Casinò in rosso, crisi e contante "tracciato" «Così gli italiani non si divertono più» Saint-Vincent, Venezia, Campione e Sanremo: oltre 27 milioni di euro in meno di raccolta. «Normativa troppo rigida»



MILANO - «Vanno tutti a giocare in Costa Azzurra o in Slovenia. Da noi non si divertono più se ogni vincita superiore ai mille euro deve essere "tracciata" e corrisposta in assegni». Parole e pensieri di Luca Frigerio, presidente di Federgioco (l'associazione che comprende le quattro case da gioco italiane) e amministratore unico del Casinò di Saint-Vincent in Valle d'Aosta. I dati del primo trimestre 2012 di questo segmento testimoniano una raccolta complessiva in picchiata per il casinò omonimo e quelli di Campione d'Italia (nell'enclave italica in Svizzera), Sanremo e Venezia: 85,1 milioni di euro quest'anno contro gli 111,6 milioni del primo trimestre dell'anno passato (fonte Agipronews).

LE RAGIONI - Ad incidere - oltre la profonda crisi economica che per forza di cose riduce i consumi voluttuari (una puntata al Casinò non può che definirsi tale) - anche le recenti misure del decreto «Salva Italia» del governo Monti, che ha abbassato la soglia di tracciabilità del contante a mille euro: «Una "mazzata" per il nostro giro d'affari - spiega Frigerio - perché colpisce soprattutto la parte irrazionale e istintiva del giocatore, la componente decisiva di ogni puntata. Così siamo costretti a pagare in assegni e non in moneta contante un'eventuale vincita e demotiviamo chi tenta la fortuna». La misura governativa si giustifica in ottica anti-riciclaggio, in questo caso - assicura Frigerio - «è una misura anti-concorrenziale nei confronti delle case da gioco estero, che invece hanno soglie di tracciabilità più alte» (dai 2.500 ai 5mila euro). Ma - al netto del provvedimento - le Case da gioco pagano anche il fatto di rappresentare un modello di business a rischio di estinzione, costrette a ripensarsi e a tentare di posizionarsi su una clientela di fascia più alta (con possibilità di spesa maggiori) perché quella medio-bassa è sempre più attratta dai casinò online e ha minori possibilità di accumulo del risparmio per redditi in contrazione (a causa del caro-vita) e per la smisurata pletora di giochi d'azzardi legalizzati dallo Stato e fruibili ovunque e in qualunque momento.

L'OCCUPAZIONE - Una stima non ufficiale parla di oltre 3mila dipendenti (tra indotto e diretti) impiegati nelle quattro case da gioco italiane, un tempo fiore all'occhiello del made in Italy e da sempre gestite da società a partecipazione pubblica (gli enti locali di riferimento) che utilizzavano gli introiti dei Casinò come criterio re-distributivo sul territorio, investendo in attività ricettive a loro volta volano per il turismo: «una sorta di meccanismo primordiale e anticipatorio del federalismo fiscale - dice Frigerio - tanto che spesso le case da gioco venivano realizzate in territori depressi proprio per incoraggiarne la crescita economica e creare occupazione». Ecco l'occupazione. Sembra che questi dati allarmino ulteriormente gli addetti ai lavori, tanto che il terreno di disputa si è ormai spostato sulla contrattazione aziendale, «ormai incapace - ritiene Frigerio - di legare produttività e salario». Ogni casinò al suo interno ha il proprio contratto di riferimento e la concertazione sindacale avviene in maniera polverizzata senza passare dalle logiche della contrattazione collettiva. In altre parole il meccanismo contrario a quello delle grandi aziende (vedi Fiat) che invece insistono sulla contrattazione decentrata e ritengono anacronistico affidarsi a quella accentrata. «Sarebbe necessario superare vecchie divisioni e inquadrare gli addetti in un contratto assimilabile a quello del turismo», rincara Frigerio. Sullo sfondo già si stagliano le prime richieste di ammortizzatori sociali per gli esuberi. Nel frattempo i ricchi di casa nostra si recano nella vicina Montecarlo per scommettere al tavolo verde snobbando la vicina Sanremo.

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