18 apr 2012

Ndrangheta, il boss tradito dal superenalotto Francesco Pesce è stato incastrato mentre consegnava schedine da giocare ai suoi fiancheggiatori

Sognava la libertà e i numeri da giocarsi al Lotto. Anche da latitante Francesco Pesce, 34 anni, detto "u testuni", reggente dell'omonimo clan di Rosarno, non aveva perso l'abitudine al gioco. Rincorreva la fortuna anche dal suo bunker a cinque stelle con sedici telecamere a luci infrarosse. La passione per il SuperEnalotto l'ha però tradito. Ad incastrarlo i filmati delle stesse telecamere piazzate dal boss attorno al perimetro del suo nascondiglio. Il Ros e i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria hanno documentato la consegna delle schedine che il boss affidava ad alcuni suoi fiancheggiatori che avevano il compito di giocarle. Operazioni che sono stati decisive per la sua cattura, avvenuta ad agosto del 2011, all'interno di un bunker costruito dentro un deposito giudiziale di auto, Demolsud, a pochi chilometri da Rosarno, regno dei Pesce. Con lui in carcere, con l'accusa di favoreggiamento, finì anche Antonio Pronestì, 45 anni, titolare del deposito.

LE RICEVUTE IN AUTO - Nella sua auto i carabinieri trovarono alcune ricevute del SuperEnalotto attraverso le quali riuscirono a stabilire che i numeri giocati corrispondevano esattamente alla data di nascita del boss, a quella della figlia e del fratello Giuseppe. Le telecamere hanno seguito anche gli spostamenti di Giuseppe Pronestì, 22 anni, figlio di Antonio, mentre cercava di nascondere anche lui alcune schedine nel taschino della maglietta. I video sono parte dell'inchiesta Califfo 1, dello scorso febbraio, coordinata dalla dda di Reggio Calabria. I provvedimenti restrittivi eseguiti all'epoca hanno raggiunto tra gli altri, i genitori e il fratello di Concetta Cacciola, la pentita suicidatasi con l'acido muriatico perché i genitori l'avrebbero minacciata per costringerla a ritrattare le sue confessioni.

OPERAZIONE CALIFFO - Mercoledì mattina il Ros e i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria hanno concluso la seconda parte dell'inchiesta Califfo, eseguendo sette arresti, con l'accusa di trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori con l'aggravante mafiosa. Tre sono donne, Maria Rosa Angilletta, 29 anni, Maria Carmela D'Agostino, 32 anni e Maria Grazia Spataro, 25 anni, tutte avrebbero avuto ruoli di potere all'interno della cosca Pesce. Sarebbero, infatti, intestatarie di imprese e socie in attività commerciali nonostante i loro redditi dichiarati non superino i seicento euro l'anno. Addirittura Maria Carmela D'Agostino nel 2009 aveva dichiarato al fisco 41 euro, ma poi aveva sottoscritto una quota di partecipazione nella società Medma Trans di 14.850 euro. Alla cattura è sfuggito ancora una volta Giuseppe Pesce, 32 anni, latitante dal 2010, fratello del boss Francesco.

L'EREDE - Dopo la sua cattura "u testuni" aveva indicato proprio il fratello minore come suo successore al vertice della cosca. L'aveva lasciato scritto su un foglietto che gli fu sequestrato prima della sua partenza dal carcere di Palmi. Francesco Pesce con la complicità di un altro detenuto cercò di far arrivare all'esterno il biglietto, ma non ci riuscì per l'intervento di una guardia penitenziaria che glielo sequestrò. " Fiore per mio fratello" aveva appuntato il boss. Dove "fiore" nel gergo della 'ndrangheta sta per potere. L'operazione Califfo 2 ha portato al sequestro di due aziende, la Medma Trans sas e la Calabria trasporti.

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