05 apr 2012

Da Paris Hilton al superlatitante tutte le vittime dell'oversharing


Con la crescente diffusione dei social network, cresce l'abitudine di condividere in rete ogni più piccolo aspetto delle propria vita privata, dalla cena, alle malattie, agli spostamenti. Con ripercussioni sempre più pesanti sulla privacy e sull'etichetta

Quando Jeff Jarvis  -  editorialista per il Guardian, blogger, direttore del corso sui nuovi media alla City University of New York's Graduate School of Journalism  -  decise, tra il 2009 ed il 2010, di condividere fin nei più intimi e dolorosi dettagli l'andamento del suo tumore alla prostata sul suo blogBuzzMachine 1, si trovò a dover fronteggiare le veementi contestazioni che gli vennero mosse da Mark Dery, critico musicale e letterario del New York Times. Dery, dalle pagine del sito True/Slant  -  start up allora fondata dal gruppo Forbes, che pochi mesi dopo cessò le pubblicazioni online  -  attaccò Jarvis 2 sostenendo che fosse privo di senso della decenza. Jarvis, a sua volta, non esitò a definire 3 le critiche di Dery come frutto di una mente bigotta, vittoriana e puritana. Fu questo  -  insieme all'analisi di quanto accaduto che Steven Johnson volle offrire dalle pagine del Time 4  -  il burrascoso inizio del dibattito sull'oversharing.

LE IMMAGINI I malati dell'oversharing 5

Condividere troppo. "La definizione di oversharing è eccesso di condivisione di informazioni", ci spiega Marco Deseriis - giornalista e PhD del New York University Department of Media, Culture, and Communication  -  "ma la prima domanda che dobbiamo porci è chi stabilisce che tale condivisione costituisce un eccesso".
Con molto meno scrupolo scientifico, ma una buona dose di humour, il blog Oversharers.com 6 definisce oversharer "chiunque condivida pubblicamente dettagli della propria vita imbarazzanti, intimi o disgustosi, ovunque sia possibile venirne a conoscenza: su Facebook, su Twitter, su di un blog o su di un punto qualunque del web". Ma sulla composizione del pool di esperti in oversharing 7 dediti a raccogliere testimonianze dal web vige il mistero: "Chi decide cosa è eccessivo da condividere? Noi, ma non possiamo dirvi chi siamo: sarebbe eccessivo condividerlo".

Ci casca anche Bersani. Se il post di Jeff Jarvis ne è il Manifesto 8 e se, di recente, il Washington Post 9 ne ha teorizzato la rapida fine, l'epoca della sovra-condivisione ovvero 'the Age of Oversharing' è tutt'altro che facile da definire. Il Wikizionario 10 considera oversharing l'inappropriata condivisione del proprio vissuto personale. Ma cosa è inappropriato? Nel caso di Jeff Jarvis, secondo Dery, era inappropriato scendere nei dettagli del suo stato di salute. Nel caso, tutto italiano, dei parlamentari del Partito Democratico rei - secondo il segretario Pier Luigi Bersani - di aver diffuso fuori dalle mura del Collegio del Nazareno lo svolgimento della Direzione dello scorso 26 marzo, inappropriato era twittare utilizzando l'hashtag #direzionepd. Quegli stessi tweet, peraltro, sono stati considerati inappropriati dai cronisti che non potevano, negli stessi istanti, accedere alla Direzione perché a porte chiuse, ma  -  nel contempo  -  non erano affatto inappropriati agli occhi degli utenti che seguivano la diretta della Direzione su Twitter.

Decide chi legge. Insomma, "l'eccesso è solo 'in the eyes of the beholder', cioè è solo una parte del pubblico che può riservarsi il diritto di considerare queste informazioni private eccessive, non interessanti", spiega Deseriis, "il fenomeno delle Twitter e delle Facebook celebrities è sicuramente parte del concetto di oversharing, ma dal punto di vista della web celebrity, o aspirante tale, condividere queste informazioni ha perfettamente senso, soprattutto se è proprio questa condivisione a produrre celebrità".

Quindici minuti di fama. È grazie a questo meccanismo che  -  negli stessi anni in cui è sempre più viva l'esigenza di codificare e criptare l'invio su web di dati personali  -  si assiste all'avverarsi della previsione di Mark Dery: "la nostra è l'era della celebrità diffusa, non è forse questa la motivazione dietro a ciò che chiamiamo oversharing? Nel tempo dei reality tv, di Paris Hilton, di American Idol e di Youtube  -  che ha il potere, se il tuo video si diffonde in modo virale  -  di trasformarti in una star, siamo tutti come Norma Desmond ne 'Il viale del tramonto', pronti a mostrarci in primo piano, per il nostro warholiano quarto d'ora di celebrità". Attenzione, però, le informazioni condivise, anche al fine di rincorrere la celebrità, non sempre sono vere: "ciò che viene eccessivamente condiviso non è necessariamente vero, è vero solo all'interno di quella matrice performativa che presenta quella parte del sé che si vuole che gli altri vedano", suggerisce Deseriis.

Rischio privacy. C'è, infine, il rischio maggiore, quello verso la propria privacy: "Quando si parla di oversharing in rapporto ai rischi per la privacy, Foursquare è l'applicazione più studiata in tal senso, visto il boom di utenti che sta conoscendo negli Stati Uniti. Gli scettici fanno notare che far sapere agli altri dove si è costantemente può produrre dei rischi concreti per la propria incolumità legati al fatto che un potenziale criminale possa utilizzare Foursquare per prendere di mira determinati individui", ci spiega Deseriis, "ma la casistica è così diffusa poiché i più a rischio sono certamente celebrities e personaggi pubblici, i quali tuttavia si guardano bene dall'utilizzare Foursquare. Inoltre, Foursquare è dotata, come tutti i social network, di impostazioni di privacy che permettono all'utente di decidere chi può avere accesso a queste informazioni. Il problema si pone quando gli utenti condividono la propria posizione su piattaforma multipla, cioè anche attraverso Facebook e Twitter. In quel caso, diventa quasi impossibile controllare chi ha accesso a quali informazioni, o lo si può fare solo attraverso una gestione molto oculata dei privacy settings su entrambe le piattaforme".

Oversharing, quando serve davvero. Insomma, se Paris Hilton è quantomeno sventata nel condividere via Twitter ogni suo spostamento, non è stato affatto inappropriato - almeno agli occhi de i carabinieri del nucleo investigativo di Palermo - Vito Roberto Palazzolo, tesoriere di Totò Riina e Bernardo Provenzano, nel condividere la sua posizione in Thailandia 11 su Facebook: un pericoloso latitante è stato arrestato grazie all'oversharing, quell'immotivato bisogno di condividere dettagli superflui, in modo inappropriato, certo, ma non sempre dannoso

Nessun commento: