01 ott 2011

PRIVATIZZAZIONI Il patrimonio venduto (a parole)

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PRIVATIZZAZIONI

Il patrimonio venduto (a parole)

Venticinque anni di promesse, non è stata ceduta neppure una caserma

ROMA - Gli avessero dato retta, quella volta, ad Attilio Bastianini... «Per ridurre il debito pubblico diminuendo il peso degli interessi dobbiamo mettere in vendita parte del nostro patrimonio pubblico», andava ripetendo a tutti il deputato del fu Partito liberale. Ma i suoi colleghi della maggioranza, c'era il pentapartito e il Pli partecipava al governo, facevano orecchie da mercante. Il presidente del Consiglio Giovanni Goria liquidò la proposta, come fosse una mezza sciocchezza, con il consueto garbo. Per dargli un contentino sarebbe stato successivamente messo in piedi l'ennesimo comitato interministeriale che avrebbe dovuto esaminare le eventuali procedure da seguire per la vendita degli immobili pubblici. Tecnica collaudatissima: quando in Italia non si vuole fare una cosa si crea una commissione. E la faccenda morì lì. 
Correva l'anno 1987. Durante i quattro anni del governo di Bettino Craxi il debito pubblico italiano era letteralmente esploso, arrivando a superare di slancio il 93% del Prodotto interno lordo. Il doppio rispetto a Francia e Germania, e già allora ben oltre il 60% che tre anni dopo sarebbe stato fissato a Maastricht come limite invalicabile per aderire alla futura moneta unica. Inutile aggiungere che gli interessi, spinti da tassi stratosferici, galoppavano. Nel 1988 pagammo l'equivalente attuale di 90 miliardi di euro. Più di quanto ci costano oggi (ma ancora per poco, se non ci si mette subito una pezza bella grossa).


Qualche conto, i liberali se l'erano già fatto. A dire il vero i conti precisi li stava facendo una commissione presieduta dal costituzionalista Sabino Cassese, che calcolò in 651.044 miliardi di lire il valore del patrimonio pubblico. Rapportato ai valori di oggi, 702 miliardi di euro: 141 miliardi in più rispetto allo stock del debito pubblico, che allora toccava l'equivalente attuale di 561 miliardi. 
Un quarto di secolo dopo la situazione si è capovolta. E se ancora nel 2008 il procuratore generale della Corte dei conti regalava una suggestione al Cavaliere appena tornato al governo, spiegando che vendendo i beni di famiglia, valutati in circa 1.800 miliardi di euro, si sarebbe potuto «azzerare» la tremenda esposizione dello Stato italiano, oggi non è più nemmeno vero. Perché se quella valutazione può essere considerata ancora attendibile, il debito pubblico, è l'amara realtà, l'ha invece ormai superato di quasi un centinaio di miliardi.
Certo, vendere i beni pubblici «non è facile», come un giorno ha ammonito il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Il suo predecessore Vincenzo Visco confessò a Orazio Carabini, allora al «Sole 24ore», tutta la propria frustrazione per non essere riuscito a vendere le caserme inutilizzate dell'esercito per colpa del ministero della Difesa che gli metteva i bastoni fra le ruote. Le caserme...Quante volte, a parole, sono state vendute?

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