IL CASO TERZA STAGIONE PER IL GRUPPO DI GIOVANI SGUAIATI IN VACANZA E LA QUARTA SERIE SI GIRERÀ IN DIVERSE CITTÀ DEL NOSTRO PAESE: ATTESE 150 PERSONE TRA ATTORI E TECNICI
Il fenomeno «Jersey Shore», show più visto nella storia di Mtv
MILANO - «Jersey Shore» è nato come un esperimento: raccontare le vacanze di alcuni (più o meno imbarazzanti) giovani italo-americani. In due anni, il reality è diventato un fenomeno: è il programma di Mtv più seguito nella storia della rete, al punto che Viacom (il gruppo di cui fa parte anche Mtv), per questo clamoroso successo, ha visto aumentare il suo titolo in Borsa.
Lo show rappresenta insomma un caso controverso, retto da elementi discutibili e altri indiscutibili. I primi sono senza dubbio i protagonisti del reality: dei ragazzotti che sembrano sospesi nel tempo per i cliché a cui sono devoti e che - secondo loro - rappresentano l'essenza dell'italianità, ovvero essere abbronzati, avere un look molto studiato nella sua eccentricità, essere legati alla famiglia, capelli impomatati (per i maschi), seno sempre in vista (per le femmine) e identificare l'attraenza con la «tamarraggine». Le riflessioni che un simile capitale umano suscita vanno dal chiedersi se questi giovanotti non possano diventare un esempio poco edificante per chi li segue in tv, al domandarsi se sia corretto diffondere degli stereotipi che già in passato hanno offeso la comunità italo-americana.
Poi ci sono gli elementi indiscutibili. «Jersey Shore» non solo è la serie più vista di sempre di Mtv, con punte di 8,9 milioni di spettatori, ma lo show ha fatto anche aumentare il turismo nella località Jersey Shore (per una notte nella casa in cui i ragazzi sono stati nella prima edizione si arrivano a spendere 5 mila dollari); del programma hanno parlato, tra gli altri, il New York Times, Forbes e il Los Angeles Times; i ragazzi sono diventati talmente popolari da scrivere libri (il fatto ancora più fenomenale è che lo fanno probabilmente senza mai averne letto uno) e sono diventati personaggi del cartone «South Park»; Snooki, la protagonista forse più sguaiata, è super richiesta in tutti le trasmissioni (David Letterman compreso), Rolling Stone le ha dedicato una copertina e per Halloween il suo costume (sì!) è stato il secondo più venduto, dopo Lady Gaga.
Per cercare di analizzare meglio questo prodigio televisivo, in vista del 28 marzo, quando alle 21 su Mtv partirà la terza serie, abbiamo provato a parlarne con Antonio Campo Dall'Orto, vicepresidente di Mtv International. La prima domanda è: perché «Jersey Shore» ha avuto questo successo? «Sicuramente il cast è stato fatto in modo molto intelligente. Credo si venga catturati perché non è difficile entrare in empatia con i ragazzi che, fondamentalmente, sono dei buoni».
Buoni forse. Impresentabili di sicuro. Non a caso la serie è stata molto criticata... «La comunità italiana in America ha detto di non sentirsi rappresentata da loro. Il loro elemento di italianità è legato a dei codici lontani che li rende diversi da tutto il resto, ma che al tempo stesso, soprattutto per noi in Italia, mette un filtro: impossibile identificarsi. Li si guarda come un simpatico documentario». Insomma, sta scartando il rischio di emulazione? «In Italia non c'è. Non ci riconosciamo con loro che sono fermi a un immaginario antico. Se ne rendono conto anche negli Usa, dove mi hanno detto: non pensiamo a una ragazza più distante dai canoni italiani di eleganza di Snooki». Definirla «inelegante» è gentile... «In effetti lo show ha un primo livello che è puramente trash, ma essendo divertente fa sì che, attraverso gli occhi della tv, si assista a un fenomeno americano». I ragazzotti del cast sembrano il prototipo dei tronisti di «Uomini e donne». Ma, secondo Campo Dall'Orto, quello che differenzia la scelta di Mtv rispetto alla tv generalista è «il baricentro. In programmi come "Uomini e donne" e il "Grande fratello" l'elemento di tamarraggine è diffuso a elemento cardine. E quindi da noi ormai si va in tv e si diventa popolari così. In "Jersey Shore" è palese la volontà di mostrare uno spicchio, uno spaccato culturale e il messaggio non è: siate così. Ma: guardate come si divertono questi. Inoltre lo show è calato in un palinsesto come quello di Mtv, culturalmente mai così ricco come in questo periodo». Un altro elemento distintivo è nella narrazione: «Oggi anche i reality devono tenere un livello di narrazione intenso, spinto. Succede sempre qualcosa. La nostra serie ha levato tutto l'elemento di artificio nella quotidianità del reality. Quello che si vede, accade veramente tra i ragazzi. Infatti molto spesso non succede niente. Il "Grande Fratello" è riuscito a diventare il programma meno rappresentativo della società». Ridurre l'intensità narrativa aiuta quindi ad avere successo? «Il resto del mondo ci sta arrivando ora. Il pubblico ormai è talmente esperto che sa riconoscere gli artifici dentro le storie. L'autenticità paga».
Ma un tale successo era inatteso? «Assolutamente. Il programma è partito senza particolare promozione. Il botto c'è stato subito, ma anziché scemare i numeri aumentavano di stagione in stagione». A breve inizieranno le riprese della quarta serie, che gireranno in Italia. «Volevano venirci dalla prima edizione. I ragazzi sono emozionatissimi perché non ci sono mai stati, ma penso si scontreranno con un'immagine molto diversa da quella che hanno. Spero entrino in contatto con la gente e non restino in una bolla. Ormai sono una struttura enorme: in Italia arriveranno in 150». Dove andranno? «Stanno studiando da mesi le location. Oltre ai luoghi del divertimento gireranno diverse città come Roma, Firenze, Venezia. Loro vorrebbero andare anche nei paesini d'origine dei bisnonni, ma non credo sarà possibile». Prendere dei ragazzi senza troppi strumenti, trasformarli in divi e poi inevitabilmente lasciarli al proprio destino non è crudele? «È la società dei media che crea questi fenomeni. Che sia tra cinque anni, dopo o prima, questi ragazzi torneranno quasi tutti nell'oblio. Ognuno avrà il suo percorso. Ma tutti cercheranno di capitalizzare questo momento: l'America è una società basata sulla responsabilità del singolo e loro lo sanno molto bene».
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