30 apr 2009

Twitter: ti prendo e ti lascio subito



Troppo basso il tasso di fedeltà: dopo un mese è solo del 40 per cento
Secondo i dati Nielsen il successo a lungo termine del social-network non è soddisfacente



Barack Obama e Oprah Winfrey durante l'ultima campagna elettorale Usa. I due sono stati fra i più celebri utilizzatori di Twitter (Reuters)
Barack Obama e Oprah Winfrey durante l'ultima campagna elettorale Usa.
I due sono stati fra i più celebri utilizzatori di Twitter (Reuters)
MILANO - Twitter piace, e e ha saputo conquistare icone dello spettacolo e della politica americana. Eppure il suo fascino non è duraturo: secondo i dati di Nielsen Online, società specializzata nella misurazione del traffico Internet, gli utenti statunitensi del social network che ha fatto innamorare personaggi come Oprah Winfrey e Britney Spears sono infatti molto propensi ad abbandonarlo in breve tempo. In particolare il 60 per cento degli iscritti lo ha lasciato dopo appena un mese, disamorandosi tempestivamente dopo l'entusiasmo iniziale. Il tasso di fedeltà, dopo appena 30 giorni di utilizzo, è del 40 per cento.

UNO SU TRE – Le cifre a livello annuale sono ancor più significative: in un anno la piattaforma di microblogging è riuscita a trattenere solo 3 utenti su dieci. Come sostiene David Martin, vice presidente di ricerca primaria di Nielsen Online, il successo del servizio nato tre anni fa non è in discussione. Basta pensare ai 7 milioni di visite registrate a febbraio. Ma si tratta di un boom effimero se, dopo un mese, solo il 40 per cento continua a sfruttarlo. Per avere un termine di paragone siti di social networking come Facebook e MySpace hanno un tasso di fedeltà del 70 per cento.

EFFETTO OBAMA E OPRAH – Le adesioni alla piattaforma sono state moltissime negli ultimi mesi e all’effetto Twitter hanno certamente contribuito alcune iscrizioni famose, come quella di Obama, che ha utilizzato il microblogging in campagna elettorale, e Oprah Winfrey, che ha dedicato addirittura una puntata del suo popolare talk show al micro-social network, consacrando Twitter come fenomeno del momento. Eppure anche Oprah pare essersi stancata, riducendo sensibilmente il numero di tweet pubblicati sul proprio profilo. Insomma il popolare servizio dei 140 caratteri non ha ancora dimostrato di saper fidelizzare i propri clienti e questo, in un’ottica di lungo periodo, potrebbe essere un grande svantaggio. Alla lunga non bastano i testimonial d’eccezione.

Corriere

La persuasione e il negoziato




Gitomer insegna al lettore come agire, diventare abile e infine destreggiarsi nell'arte della persuasione. Un libro decisamente utile nel lavoro e nella vita privata perché negoziare è ciò che facciamo tutti i giorni ed uscire vincenti da una discussione è fondamentale per andare avanti. Ma per essere convincenti bisogna prepararsi mentalmente e praticamente; è possibile cambiare il corso di una presentazione trasformandola in un piccolo spettacolo, e una lettera può diventare persuasiva se composta nel modo e con gli argomenti giusti. Essere eloquenti e sapere comunicare agli altri il proprio punto di vista è importante e questo libro vi saprà indicare come.

lo trovi QUI

28 apr 2009

American Casino



In fila Per vedere «American Casino» la gente si mette in fila
Giochi proibiti a Wall Street
Vite rovinate dai mutui e broker come mafiosi pentiti nel docu-film sulla crisi che emoziona tutti al Tribeca



NEW YORK - Ci sono facce note - l’ex capo della Federal Reserve, Alan Greenspan, che balbetta da­vanti al Congresso, ammettendo i suoi errori, l’ex presidente Bush che nel 2002 promette alle minoran­ze povere, neri e ispanici, di farli di­venire proprietari di case, come i bianchi benestanti - e facce meno note: quelle della borghesia nera di Baltimora che gli ha creduto, si è ca­ricata sulle spalle un mutuo e ora è «homeless». Ma la faccia che colpi­sce di più è quella del banchiere che racconta la follia di un’era in cui tutti rischiavano grosso coi sol­di degli altri: inquadrato in penom­bra, senza nome, la voce distorta per renderla irriconoscibile, come un pentito di mafia.

Al Tribeca Film Festival di New York, il pubblico della prima di American Casino, primo documen­tario sulla crisi finanziaria girato dalla giornalista tv Leslie Cockburn, si spella spesso le mani, sghignazza quando l’ex capo di AIG, Martin Sul­livan, nega che la sua assicurazione abbia fatto scelte scriteriate mentre un sottotitolo avverte che la compa­gnia, nazionalizzata, è già costata ol­tre 150 miliardi di dollari al contri­buente Usa. C’è anche tempo per la commozione quando, alla fine del­la proiezione, la regista e i produtto­ri, mentre dialogano col pubblico, chiedono ai personaggi che compa­iono nel film di alzarsi. Non sono at­tori ma «broker» pentiti, il giornali­sta di Bloomberg che ha spiegato agli spettatori i segreti dei mutui «subprime», e, soprattutto, donne e uomini neri di Baltimora che han­no perso la loro casa. Sheila, che vo­leva pagare per un po’ di tempo ra­te ridotte, ma ha trovato solo porte chiuse; Almalene, che adesso dor­me in un’auto, con la figlia; e Den­zel, il mite professore che ci ha ap­pena mostrato l’appartamento, l’«american dream» conquistato col lavoro suo e della moglie, che gli è scivolato via dalle mani: le cata­ste di libri da portare via, i giocatto­li della bambina, abbandonati nel fango in giardino.

La sala di proiezione è a un chilo­metro, in linea d’aria, da Wall Stre­et, ma non si vedono in giro ban­chieri. Una folla colorita di giovani e intellettuali fa un’ora di fila sul marciapiede dell’Undicesima stra­da per conquistare gli ultimi bigliet­ti disponibili. Se tra loro c’è qual­che «broker», si è travestito bene. Un distinto signore con una bella chioma grigia, dopo mezz’ora di co­da, comincia un andirivieni «so­spetto » con l’ingresso del cinema. Ancora un po’ e ricompare con alcu­ni tagliandi che distribuisce agli amici in fila con lui. Favoritismi? Ba­garinaggio? Nessuno protesta. Meglio così, perché a fine proie­zione scopriremo che quel signore è Andrew Cockburn: marito della regista e produttore egli stesso del lungometraggio. Evita la coda - ma solo perché aveva acquistato il bi­glietto «on line» - il Nobel per l’Eco­nomia Joe Stiglitz. Gli chiedono un commento. Lui elogia gli autori ma non riesce a scaldare la platea: si in­fila in una disquisizione sulla neces­sità di far pagare il risanamento del­le banche non ai contribuenti ma agli obbligazionisti.

Creato otto anni fa da Robert De Niro per rivitalizzare la parte sud di Manhattan dopo lo shock dell’ 11 set­tembre, era inevitabile che il Tribe­ca Festival si occupasse di un altro disastro, stavolta finanziario, che ha il suo epicentro a pochi metri dal si­to delle Torri gemelle. Michael Dou­glas sta pensando di interpretare di nuovo l’avido Gordon Gekko in un seguito di Wall Street, il film del­l’ 87. Michael Moore cerca finanzieri disposti a raccontare malefatte pro­prie o altrui davanti a una cinepre­sa. Ma a New York (dove anche So­derbergh porta, con The Girlfriend Experience, una storia di prostituzio­ne in un mondo di banchieri in cri­si) il traguardo è stato tagliato per prima dalla Cockburn con un docu­mentario un po’ prolisso nel descri­vere le vite degli americani rovinati dai mutui, ma che ha due meriti. In­tanto mostra in modo efficace co­me alcune scelte finanziarie spregiu­dicate hanno prodotto effetti sociali devastanti: sobborghi spopolati, co­munità disintegrate, bimbi che ab­bandonano le scuole, perfino nuove specie di zanzare aggressive che pro­liferano in California nelle vasche di plexiglas piantate nel terreno per trasformare casette a schiera in ville con piscina. E poi denuncia il ruolo determinante delle «fee», provvigio­ni incassate dai procacciatori d’affa­ri: la proliferazione dei mutui non nasce da scelte d’investimento erra­te ma dall’ingordigia per le commis­sioni: il 4 per cento su ogni affare, anche se folle. Infine il giornalista. Nel film è il «buono», il saggio che denuncia, ma nella vita reale è lambito anche lui dallo scetticismo. A fine proie­zione le gente non chiede dei ban­chieri (la cui condanna è, per tutti, scontata), ma del ritardo col quale i «media» hanno capito quello che stava accadendo.
corriere

27 apr 2009

Se le anatre fanno mobbing


Così un fenomeno naturale è diventato un virus della modernità



Mobbing è un termine che sa di nuovo. Richiama alla mente l’odore bruciato dei fogli fotoco­piati, il frullio intermittente delle ventole che raffreddano i computer sempre accesi, il gonfiore delle caviglie da troppe ore incrociate sotto la scrivania, i neon rettangola­ri appesi al soffitto e il linoleum traslucido in­collato al pavimento. Come molti inglesismi con la desinenza -ing (stalking, phishing, hacking, spamming...), il mobbing viene spes­so classificato come una cattiva abitudine del­la modernità, un virus creato dal progresso, incubato nella cattività dell’ufficio e rimesso pericolosamente in circolo, infinite volte, dai sistemi chiusi di aerazione.

Invece, il mobbing è innanzitutto un feno­meno naturale. L’etologo Konrad Lorenz, pre­mio Nobel per la medicina nel 1973, fu il pri­mo a utilizzare il termine, parlando di anatre selvatiche, per descrivere l’aggressione di un gruppo ai danni di un altro esemplare. Un as­salto collettivo, con lo scopo di spaventare e allontanare il singolo, percepito come minac­cia. In effetti, si tratta proprio di questo.

Comincia senza clamore. Un giorno scopri di essere stato spostato di ufficio. Vieni separa­to dal collega con cui condividevi le pause caf­fè e commentavi le partite della domenica. Ti dispiace, ma potrebbe anche trattarsi di una svolta positiva: ora, alle scrivanie accanto alla tua, siedono infatti due impiegati che hanno grande confidenza con il nuovo capo. Sembra­no amichevoli, ti propongono delle uscite se­rali, di andare a fare jogging insieme, ma poi, per ragioni ogni volta diverse, non si combina mai nulla. I ritmi rallentano, c’è meno da fare. Con il tempo, avverti un’incipiente fiacchezza, hai l’impressione che i compiti che ti vengono affidati siano via via più semplici, quasi incon­sistenti. In silenzio, ti capita di domandarti sempre più spesso se il tuo lavoro sia veramen­te utile («demansionamento»). Poi, a pochi giorni dalla conclusione del progetto che ave­vi ideato, curato e portato avanti per mesi, ti viene comunicato che la responsabilità non è più tua, che il timone passa a una coppia di stagiste inesperte («straining»). Allora non so­no io, dici, sono loro. Già, ma loro chi? I due compagni d’ufficio fanno spallucce: non trova­no ci sia nulla di strano («Non sarai troppo stressato?»). Ormai è da tempo che non ti invi­tano a unirti alle loro pause caffè. Li sorprendi spesso a parlare sottovoce, gli occhi puntati nella tua direzione, quasi stessero cospirando («mobbing orizzontale»). Il capo è sempre troppo impegnato per riceverti, non risponde neppure al telefono («mobbing verticale», «bossing»). Ti ritrovi accerchiato e solo, con quel senso d’impotenza kafkiano che prende quando, dopo mesi di un disservizio irrisolto, la ragazza di un call-center risponde: «No, non posso passarle il mio superiore. Non ho neppure il suo numero». La certezza del com­plotto arriva quando il tuo account e-mail vie­ne bloccato. Improvvisamente hai paura. Di cosa? Di qualcosa di spaventoso, come solo ciò che è invisibile può essere. Inizi a soffrire di nausea, hai le vertigini, forti mal di testa («disturbo post-traumatico da stress»). «For­se ti serve una vacanza», consigliano i colle­ghi. Tu diventi irascibile, ti dibatti come un pe­sciolino stretto in una mano, minacci azioni legali e questo non fa che giustificare e alimen­tare ogni ulteriore ostilità nei tuoi confronti.

Infine, una mattina come tante, trovi la stan­za d’ufficio misteriosamente spopolata. Sulla tua scrivania sgombra è poggiata una lettera. Licenziato. La giusta causa? I ripetuti ritardi. Umiliazione, panico, svuotamento. C’è una se­quenza della brillante fiction televisiva The Of­fice, realizzata nel Regno Unito dalla Bbc e tra­smessa in Italia da Mtv, che racconta esatta­mente questi istanti. Nell’ultimo episodio del­la seconda serie il viscido, compiaciuto ed esi­larante protagonista David Brent viene licen­ziato (gli inglesi hanno una forma più genti­le/ ostile per dirlo: to make redundant, rende­re superfluo). Inizialmente, Brent abbozza di fronte al superiore, che gli ha appena comuni­cato la notizia. Ma, quando questo gli tende la mano per la stretta finale, lui gliela trattiene. «Don’t make me redundant — sussurra, sup­plichevole, spogliato di ogni dignità —, plea­se ». Non mi licenzi. Per favore.

Sul sito dell’Aivil (Associazione Italiana Vit­time e Infortuni sul Lavoro, www.associazio­neaivil. com) c’è scritto che, a differenza di al­tri problemi la cui portata si può intuire con uno sforzo di immaginazione, per quanto ri­guarda le situazioni di emarginazione profes­sionale o stress lavorativo, «solo l’esperienza diretta, non sempre facilmente comunicabile razionalmente, non sempre oggettivabile» è in grado di fornire un’adeguata comprensio­ne.

Ma, quantomeno per intuire la portata del disagio, si può leggere il romanzo di Annette Pehnt, intitolato proprio Mobbing, appena pubblicato in Italia nell’affidabile collana Bloom di Neri Pozza (traduzione di Riccardo Cravero, pp. 154, e 15). L’autrice tedesca rico­struisce un caso emblematico di mobbing, dalle prime avvisaglie fino all’inevitabile epilo­go, con perizia documentaristica ma senza al­cuna pedanteria, in uno stile incalzante e sin­copato. Joachim viene ostracizzato dai colle­ghi, esautorato del proprio ruolo e infine eli­minato. La sua discesa agli inferi è raccontata dalla moglie, con la voce allarmata, compas­sionevole, affettuosa, irritata e talvolta esau­sta di chi non vive la situazione in diretta, ma ne paga tutte le conseguenze. La protagonista assiste alla distruzione di suo marito, che gli assilli lavorativi rendono addirittura incapace di baciarla, di aiutarla ad accudire le due fi­glie piccole, di stringerle la mano dopo il lun­go travaglio che precede la nascita della se­conda.

Per Annette Pehnt, il mobbing non esauri­sce il suo effetto sulla vittima designata. È una catena disastrosa: dal marito alla moglie, dalla madre al figlio, dalla coppia agli amici, e così via. Il nervoso accumulato in ufficio si sfo­ga in una risposta aggressiva data a casa, la preoccupazione per i soldi che cominciano a scarseggiare diventa una sberla di troppo alla bambina, l’impossibilità economica di per­mettersi le vacanze «come tutti gli altri» un disincentivo per telefonare anche all’amica più cara. Prima ancora di suo marito, la prota­gonista è forse una vittima del mobbing, di un mobbing diverso però: casalingo, striscian­te, accolto come un sacrificio dovuto alla fami­glia. Ha abbandonato il lavoro di traduttrice per restare con le bambine, fino a confinarsi nel rassicurante e desolato isolamento dome­stico, dove — proprio come nell’azienda del marito — non ha nessuno con cui confidarsi, e dove le figlie sono una presenza incancella­bile e spesso alienante, «valvole di sicurez­za », che costringono a comprimere la rabbia nel petto, senza lasciarla mai esplodere.

Il mobbing è un fenomeno naturale. Appar­tiene alle anatre selvatiche e agli esseri umani, a ogni branco ed eco­sistema. È una crudele dinamica di sopravvivenza. Di certo, l’ostraci­smo dal proprio ambiente lavorati­vo è una condizione difficile da im­maginare, se non la si sperimenta in prima persona. Ma per avvici­narvisi è possibile fare un salto in­dietro, a quando eravamo bambi­ni, a quando eravamo più spietata­mente «naturali», e rivivere una scena quoti­diana. Un bambino si avvicina a un gruppo di compagni di scuola, riuniti in cerchio intorno a un percorso per le biglie, le mani poggiate a terra, le teste chine. Chiama il capetto, toccan­dolo timidamente sulla spalla: «Posso giocare anch’io?». «No, tu no». Qualcuno fa eco alla ri­sposta, qualcun altro tace, imbarazzato: il lea­der non va contraddetto. Fuori da quel cerchio ci siamo stati tutti, almeno una volta. E quella risposta negativa e ingiustificata l’abbiamo da­ta in altrettante occasioni. Se abbiamo sempli­cemente taciuto, non fa poi molta differenza, mobbizzati e mobbizzatori che siamo.
corriere

Il falò dei miliardari


La «rich list» del Sunday Times
Da Paul McCartney ad Abramovich,
La recessione ha bruciato il 37% delle fortune dei mille super-ricchi: sono svaniti circa 170 miliardi in euro



MILANO — Nella City della crescita continua all’era del blairismo la lettura annuale della «Rich List», la classifica dei mille più danarosi del Regno Unito, era un modo di stu­pirsi per quanto i ricchi si fossero arricchiti ancora. Altri tempi: il titolo che il Sunday Times ha dato alla sua nuova pubblicazione è «Il falò dei miliardari». La recessione ha bruciato il 37% delle fortune dei mille super-ricchi che ora valgono complessivamente 258 miliardi di sterline, un crol­lo rispetto ai 413 miliardi del 2008: sono svaniti 155 miliar­di di sterline (circa 170 miliardi in euro). E una trentina di miliardari della lista si sono ristretti in milionari: quelli con conti a nove zeri erano 75 e ora sono solo 43. Questa la stati­stica «macroeconomica».

Poi vengono i «casi umani». Il più facoltoso residente del reame resta l’indiano Laksh­mi Mittal, magnate dell’acciaio che però ha visto svanire 16 miliardi della sua fortuna e ora ne vale poco meno di 11. Ridimensionato anche il secondo: l’oligarca russo Roman Abramovich, che può contare solo su 7 miliardi invece degli 11 dei tempi d’oro. Terzo è il Duca di Westminster, proprietario di case, pa­lazzi e terreni nei quartie­ri londinesi di Mayfair e Belgravia: anche il merca­to immobiliare è sceso e così il nobile inglese vale ora 6,5 miliardi, ma le sue perdite nominali so­no limitate a un 7% circa del portafoglio. Al quarto posto la «Rich List» collo­ca Ernesto Bertarelli e la moglie Kirsty, ex Miss Gran Bretagna del 1988: l’industriale delle biotec­nologie nato a Roma, na­turalizzato svizzero e fa­moso per le imprese veli­stiche di Alinghi vale 5 miliardi e ha perso circa 650 milioni. Ma secondo gli esperti del Sunday Ti­mes, i Bertarelli non si preoccupano e stanno in­teressandosi ai lavori per una barca da 96 metri in costruzione nei cantieri di Plymouth.

Salasso in banca anche per artisti come Elton John e Paul McCartney che valgono 60 milioni in meno a testa: i musicisti oltre che per il crollo de­gli investimenti soffrono per la svalutazione dei lo­ro cataloghi di canzoni, colpiti dal fenomeno del­la pirateria online. Elton John comunque vale ancora 175 milioni, Sir Paul 440. Di fronte a questa crisi globale, osserva la «Rich List», la business community ha reagito malissimo alla decisione del governo di Londra di abbandonare il credo del New La­bour blairista che nel 1997 proclamava di «avere un atteg­giamento assolutamente rilassato nei confronti dei ricchi sfondati». La tassa sul reddito dei super-ricchi è schizzata al 50% e ogni giorno qualcuno annuncia l’emigrazione verso Svizzera, Montecarlo e Isola di Man. Ovviamente non è il caso della Regina: anche Elisabetta ha perso diversi milioni in titoli, ma resta a Buckingham Palace e mantiene il posto 214. Sarebbe la più ricca del reame se nella sua fortuna fosse­ro calcolate le proprietà immobiliari della Corona e le colle­zioni d’arte delle varie residenze reali. In questo bagno di sangue (e sterline) a qualcuno è anda­ta bene: è entrata in classifica Slavica Radic, ex modella di Armani ed ex moglie del boss della Formula 1 Bernie Eccle­stone. La causa di divorzio ha assegnato alla signora 734 mi­lioni; a Bernie resta più di un miliardo e il posto 24 nella Lista dei Ricchi.
corriere

26 apr 2009

Un indiano e un russo i più ricchi d'Inghilterra


Londra – La stretta del credito ha prosciugato le ricchezze dei super paperoni d'Inghilterra. I mille più facoltosi residenti nel Regno Unito hanno un patrimonio complessivo che sfiora i 258 miliardi, in netta caduta rispetto ai 413 miliardi, sempre di sterline, che avevano nel 2008. Non solo, ma il numero di miliardari s'è ristretto: da 75 a 43 del mondo post credit crunch.
A rivelarlo è il Sunday Times che pubblica domani – oggi sono circolate le anticipazioni – l'elenco dettagliato con tutti i particolari delle conseguenze finanziarie provocare dalla tsunami bancario. In testa alla lista c'è sempre il tycoon indiano Lakshni Mittal con 10,8 miliardi di sterline il 60% in meno della precedente valutazione. Secondo è sempre Roman Abramovich l'oligarca russo padrone del Chelsea, "ridotto" però a 7 miliardi di pound contro i precedenti 11,7. Meglio è andata al Duca di Westminster, primo nella lista se si considerano le persone nate in Inghilterra: gli restano 6,5 miliardi di pound, prima poteva contare su 7. In controtendenza c'è solo un nome: sir Ken Morrison la cui fortuna è aumentata dell'11% a quota 1,6 milardi.

Sole24ore

Giovani..... che fine avete fatto !?


Leggo questo articolo e mi viene la pelle d'oca....
non perché dei giovani prendano un magro stipendio, no, non perché siano in crisi, no di certo, non perché il futuro sia incerto tra precariato e disoccupazione, nulla di tutto questo.

Sono preoccupato e impaurito per questa generazione "Ho paura di tutto", ho bisogno che qualcuno mi tenda la mano e mi traghetti verso un futuro deciso.

Sono terrorizzato dalla generazione dei bamboccioni, dei giovani senza ideali e speranze, che hanno come unico e (purtroppo) misero desiderio di comprarsi una casa e stare al sicuro in famiglia.
Una generazione che non ha nulla da vendere, nulla da creare, nulla da inventarsi che non sia già stato inventato dalle vecchie generazioni.

Nulla da conoscere e quindi.... solo da lamentarsi.
Non voglio più sentire un solo giovani (o presunto tale) che si lamenta, non voglio vedere più lo sguardo ingenuo e terrorizzato negli occhi di un trentenne che guarda il telegiornale, non voglio vedere più persone che alle 17.00 smettono di lavorare e vanno a casa a guardare la televisione.

Non voglio più vedere persone infelici perché non hanno soldi da dedicare a se stessi e che nello stesso tempo non vogliono lavorare.

Ora leggete l'articolo e ditemi che ne pensate.



Mille euro al mese, meta lontana dei trentenni alle prese con la crisi
Se potessi avere 1000 euro al mese. Diario di una generazione in crisi




«Ah, se potessi avere mille euro al mese!» L'antico - ma aggiornato - adagio risuona beffardo. «Milleuristi? Magari» sembrano, dire i trentenni, interrogati circa il fenomeno mediatico che fra film, saggi, romanzi, cartoons spot e quant'altro li sta rendendo protagonisti del momento (Generazione 1000 euroGiovani e belli. Un anno fra i trentenni italiani all'epoca di Berlusconi). «Siamo l'unica generazione che starà peggio dei propri padri» afferma, malinconica, Cristina. Trentatreenne, team builder in un call center. A fine giornata avrebbe bisogno lei d'esser tirata su e per questo, dice, «mi sono messa con un matematico». Già, perché le statistiche, specie quelle sui cicli economici dovrebbero «rassicurare l'animo». Del tipo che «deve passare la nottata» o cose simili. Ovvero, anche la crisi passerà. Intanto, però, il potere d'acquisto dei milleuristi è stato drasticamente eroso dalla crisi in atto. Come in un dibattito critico ci si ritrova a domandarsi se ha ancora senso l'ottimistica definizione data e, come tale, accettata: "Milleuristi". Perché? «Sicuramente non andrò a vederlo, il film - dice Nicola, una laurea in psicologia utile solo ad ornare la modesta parete dell'appartamento che condivide con altri suoi simili e tanto tempo libero a disposizione – se spenderò quei 7 euro per il cinema, non sarò più un milleurista, poiché il mio budget, a quel punto, consisterà in soli 993 euros!» Una generazione che ama ridere di sé, parrebbe di capire. Del resto, non dimentichiamolo, è stata cresciuta a pane, cartoons e sitcom.
. «Perché se ne parla? Forse perché si sono esauriti gli argomenti» dice Dario, ingegnere precario che per racimolare i fatidici mille euro con cui pagare a malapena affitto e bollette, è obbligato ad arrotondare come apprendista fabbro a domicilio. «Sono i primi effetti della rivoluzione tecnologica in atto. Il web.2 ha sdoganato la comunicazione universale e i principali artefici nonché fruitori ne siamo noi trentenni» è il lucido commento di Federico, tuttologo laureato al DAMS («che equivale a senza una laurea», sottolinea) sempre connesso grazie alla bonaria rete wireless del vicino, la quale non solo è sempre più verde, ma va pure a venti mega. Andrea invece fa lo psichiatra, «specializzando a vita». Una sostituzione qua e la, con la gente che «con la crisi di noi ha sempre più bisogno». E ancora, «mi capitano sempre più spesso pazienti stressate da shopping compulsivo». Problema che «non posso certo pormi a livello personale, con il mutuo che non arriva mai e la casa da comprare che resta un sogno, ho rimandato il matrimonio per la seconda volta. E' anche paura delle responsabilità» ammette poi senza tanti giri. Una generazione (auto)critica? «Preferisco fare il dog sitter a Londra, si guadagna di più e si vive meglio» sostiene Massimo, veterinario romano che è diventato un'istituzione tra gli intrattenitori di quadrupedi del jet set di Chelsea, sfoderando la dignità del professionista. Segue le vicende italiane e le commenta con un distacco – per noi – impensabile. «So solo che a Roma, per guadagnare quello che qui realizzo in un week end, ci volevano quattro settimane da stakanovista, risucchiato nel traffico capitolino e senza più tempo per me.» Coi denari messi da parte durante il suo quadriennio britannico, Massimo vorrebbe aprire un ristorante italiano in Messico - in riva al mare - e portarci sua madre. Questo prima della crisi. E adesso?
Sogni spezzati di una generazione che, comunque, non deve smettere di crederci.
Lui si definisce "libero professionista". E non si tratta solo di ostentazione di gusto per l'estetica della nomenclatura. Piuttosto è una presa di coscienza, critica.
sole24ore

25 apr 2009

Oscar europeo dei blogger


Il festival organizzato dalla EiTB, il network televisivo dei Paesi Baschi
A Bilbao l'Oscar europeo dei blogger
Il quarto posto a un'italiana
Caterina Policaro, insegnante esperta del social network di micro-blogging, si occupa principalmente di didattica



All’Eurovisione dei blog l’Italia si piazza quarta. Il verdetto dei 12 giudici (uno per Paese in gara) dell’Euro Blog Awards di Bilbao ha premiato Germania, Inghilterra e Spagna. Medaglia di legno a Caterina Policaro, che comunque esulta: «E’ stata una bella sorpresa. Davvero non me l’aspettavo». Il primo festival riservato ai blogger di tutta Europa è stato organizzato dalla EiTB, il network televisivo dei Paesi Baschi. Undici Paesi europei (Paesi Baschi, Spagna, Germania, Inghilterra, Francia, Polonia, Portogallo, Italia, Russia, Turchia e Ucraina) più una selezione di blog dalle altre nazioni si sono sfidate, alle eliminatorie, con il voto su Facebook.

IL VOTO SU FACEBOOK – La giuria ha selezionato in totale 120 blog (dieci per ogni Paese), Facebook ha portato a Bilbao un solo candidato per nazione: in totale 12 blog. Venerdì mattina è stato scelto il vincitore. Il verdetto è arrivato tramite videomessaggio. Ogni giudice si presentava e indicava la propria scelta: 3 punti per il migliore, 2 punti per il secondo, 1 punto per il terzo. Proprio come al festival canoro dell’Eurovisione, molto seguito e amato in Spagna. La somma dei punti ha incoronato il blog tedesco netzpolitik.org, una piattaforma politica per l’apertura e la libertà nell’era digitale. Seconda invece la Gran Bretagna con thedailyspud.com, blog di cucina e ricette. Infine, sale sul terzo gradino del podio il blog de Marc Vidal, manager catalano. Spagnolo è anche La Comuna.tv, vincitore per la categoria dei videoblog (leggi l'intervista al giudice italiano Luca Conti).

LA FINALISTA ITALIANA – L’Italia però non è stata a guardare. La nostra blogger finalista era Caterina Policaro, che con il suo catepol.net si è classificata quarta. «Alle eliminatorie ho fatto leva su i miei 1200 contatti Twitter, ma non pensavo di ottenere così tanti consensi dalla giuria», confessa. Il blog di Caterina, insegnante e grande esperta del social network di micro-blogging, si occupa principalmente di didattica. «Mi piace spiegare il web 2.0 con parole semplici, credo molto in questo tipo di strumenti per l’insegnamento. All’inizio mi occupavo solo di e-learning, ora però il web ci permette di fare molto di più». Caterina sta sviluppando anche dei progetti ad hoc su Twitter: «E’ un nuovo strumento – spiega – molto veloce e interattivo. Le comunicazioni tra alunni e insegnanti diventano molto rapide e possono essere studiate sia nell’immediato, sia successivamente». A Bilbao però non si premiano solo i blog. Sabato mattina tocca alle nuove idee europee di impresa sul web. Anche qui l’Italia è in pole position: delle 11 start-up finaliste, ben 4 sono italiane. In palio hardware, infrastrutture e pubblicità sui più importanti siti.
corriere

24 apr 2009

Espresso book machine



Libri a richiesta stampati in cinque minuti
Presentata a Londra la «Espresso book machine», la macchina che può stampare più di 400,000 titoli a scelta



MILANO - Sembra una grossa fotocopiatrice, questa nuova invenzione presentata alla libreria Blackwell di Londra. La «Espresso book machine» può stampare e rilegare un libro in circa cinque minuti. Con un catalogo di più di 400,000 titoli (che dovrebbero arrivare a un milione entro l'estate), promette di rendere subito disponibili libri ormai fuori stampa o di evitare ai clienti il fastidio di sentirsi dire che un libro è esaurito.

UN LIBRO IN CINQUE MINUTI - Il lettore può scegliere tra i titoli del catalogo accanto alla macchina, quindi premere il tasto «make book» e guardare mentre il libro scelto viene stampato. In cinque minuti circa, le pagine in formato A4 vengono incollate ad una copertina a colori ed il libro esce da un'apertura laterale «caldo come un toast», come riferiscono i giornalisti inglesi che l'hanno provata. Secondo gli inventori, la «Espresso book machine» permetterà alle librerie di far fronte alla concorrenza di siti web come Amazon, offrendo ai lettori un vasto catalogo di titoli difficilmente reperibili altrove (tra gli altri, il manoscritto originale di «Alice nel paese delle meraviglie» di Lewis Carroll o i romanzi di autori come Muriel Spark o Penelope Lively): una manna per accademici, semplici lettori o aspiranti scrittori che possono entrare in libreria con la loro opera su CD e uscire con il libro fresco di stampa.

«INVENZIONE DELL'ANNO» - La «Espresso Book machine» è un invenzione dell'editore americano Jason Epstein ed è stata scelta come «Invenzione dell'anno» dalla rivista americana «Times». Descritta dal suo inventore come una sorta di «bancomat del libro», la macchina ha attratto grande curiosità alla Fiera del libro di Londra ed è stata distribuita negli Usa, Canada, Australia e si trova anche alla Biblioteca d'Alessandria d'Egitto. La «Espresso book machine» presentata alla Libreria Blackwell è la prima in Inghilterra e verrà distribuita nei prossimi mesi in tutte le librerie della catena. I proprietari affermano che la «Espresso» è il futuro, definendola come il più grande cambiamento nell'editoria «dai tempi di Gutenberg». Ancora da definire però rimane il prezzo: i libri ancora in stampa hanno lo stesso costo di quelli sugli scaffali, mentre i libri fuori catalogo costano 10 pence (circa 11 centesimi) per ogni pagina, un libro di 300 pagine costerebbe al cliente circa 33 euro.

corriere

Basta! Sapere quando restare, capire quando lasciare


Ecco un libro che si pre-annuncia molto interessante:

Un lavoro, un progetto, una relazione: tutto, all'inizio, costituisce un'esperienza eccitante. Poi subentrano i primi ostacoli e, infine, arriva la fase più difficile. Quella in cui non vi divertite più e dovete solo stringere i denti. A quel punto vi domandate se ne vale davvero la pena. Forse siete entrati nel "fossato": una crisi temporanea che potete superare con uno sforzo in più. Oppure si tratta di un vicolo cieco, una situazione che non potrà mai migliorare, neppure con il massimo impegno. Secondo Seth Godin, ciò che caratterizza i migliori è la capacità di reagire nel modo giusto: cioè mollare subito, senza sensi di colpa, i vicoli ciechi e impegnare le proprie risorse per conquistare l'altra sponda del fossato. I vincenti sanno che i fossati più larghi e difficili riservano il premio migliore e che diventando leader di una nicchia conseguiranno profitti, gloria e sicurezza per il futuro. Questo piccolo libro vi aiuta a capire se vi trovate in un fossato e vi incoraggia a superarlo perché vi ripagherà delle vostre fatiche. Se invece siete in un vicolo cieco, vi aiuta a trovare il coraggio di mollare, perché possiate essere vincenti in un'altra iniziativa.


IBS

La crisi colpisce anche i cantanti inglesi


Elton John perde un quarto dei suoi beni
Anche i risparmi di Mick Jagger si sono ridotti del 16%, toccando l'«inquietante» cifra di 190 milioni di sterline



LONDRA - Con una citazione parecchio inflazionata si potrebbe dire che anche i ricchi piangono (qualche volta). Ovvero la crisi colpisce anche cantanti miliardari come Paul McCartney, Elton John e Mick Jagger, i cui patrimoni hanno risentito negli ultimi mesi della pessima congiuntura economica internazionale. Lo rivela il rapporto annuale del quotidiano Sunday Times sui personaggi dello spettacolo più ricchi del Regno Unito. I patrimoni dei vip si sono erosi per la caduta a picco del valore di proprietà, azioni e investimenti. I beni di Elton John si sono ridotti in un anno di oltre un quarto, da 235 milioni di sterline (262 milioni di euro) a 175 (195 milioni di euro).

JAGGER E WINEHOUSE - L'ex beatle McCartney, da parte sua, ha visto 60 milioni di sterline (66 milioni di euro) spazzati via dal suo gruzzolo, che ha subìto un calo del 12%. Non è andata meglio al leader dei Rolling Stones Mick Jagger: i suoi risparmi si sono ridotti del 16%, toccando l'"inquietante" cifra di 190 milioni di sterline (211 milioni di euro). In cima alla lista dei vip milionari figurano due nomi meno noti: Clive Calder, ex discografico di Britney Spears (con 1,3 miliardi di sterline), e Judy Craymer, produttrice del musical «Mamma Mia!», che ha registrato il maggior guadagno: le sue finanze sono cresciute del 29%, a 75 milioni di sterline. Anno da dimenticare per Amy Winehouse, che non ha pubblicato nuovi album: la sua fortuna si è dimezzata e adesso può contare su 5 milioni di sterline.

corriere

Il successo di Facebook costa il posto all' ad di MySpace


La decisione è stata presa in comune accordo con i vertici del sito di social network
Chris DeWolfe lascerà nei prossimi giorni la carica: «È stata una delle più belle esperienze della mia vita»




MILANO - La crescita dirompente di Facebook miete la prima vittima. Chris DeWolfe lascerà nei prossimi giorni la carica di amministratore delegato di MySpace, diretto concorrente di Facebook. La decisione è stata presa in comune accordo con i vertici di NewsCorp, che controlla il sito di social network, ha detto la società di Rupert Murdoch in una nota citata dall'agenzia Bloomberg. «È stata una delle più belle esperienze della mia vita», ha detto DeWolfe nel comunicato DeWolfe fondò MySpace insieme al socio Tom Anderson a gennaio del 2004 e in breve il sito diventò leader nel mercato delle comunità virtuali con 150 milioni di utenti iscritti. Ma nell'ultimo anno si è dovuto inchinare alla popolarità di Facebook che lo ha scavalcato raggiungendo i 200 milioni di iscritti in tutto il mondo.


corriere

22 apr 2009

Phishing: così i cybercriminali fanno i soldi con le truffe


Secondo Symantec, in Italia si espande l'illegalità informatica
Boom dei furti d'identità: denunce cresciute del 40%
Phishing, in Usa aumentano gli attacchi ma si ruba meno denaro
Un approccio pratico alla gestione del phishing



La visione che Fortinet ha del crimine informatico in generale e del phishing in particolare è quella elaborata da Guillaume Lovet, guru della sicurezza nonché Emea Threat Response Team Leader di Fortinet, e illustrata a più riprese in sede di Virus Bulletin Conference. Secondo Lovet, il cyber crime è cresciuto parallelamente all'aumento delle transazioni con le carte di credito sul web e al proliferare dei conti correnti bancari online. Il gioco è semplice: una volta che si è entrati in possesso delle informazioni finanziarie relative a un conto e a una carta di credito, non solo si può rubare senza essere scoperti, ma, attraverso un processo automatizzato guidato da virus, continuare a rubare per un numero infinito di volte. Sul "mercato" esistono molti metodi per ottenere i dati delle carte di credito e dei conti correnti: ogni metodo comporta un mix di rischi, spese e capacità. Come dire, a ogni cybercriminale il suo. Chi vuole tagliare la testa al toro acquista il "prodotto finito".

Prendiamo l'esempio di un conto corrente online. Il prodotto, rappresentato dalle informazioni necessarie per ottenere un controllo "autorizzato" sul conto, costa 400 dollari, una cifra bassa per il poco lavoro necessario e il rischio limitatissimo che si corre. Transazioni, afferma Lovet, che avvengono in chatroom (Internet Relay Chat) nascoste, in cui i 400 dollari diventano denaro virtuale, visto che il denaro virtuale non è regolato da alcuna legislazione, è registrato in paesi offshore, può essere creato online e trasferito a conti di denaro reale in modo anonimo. Il lavoro viene svolto da 4 tipologie di persone, secondo una rigida divisione del lavoro. I "coder", veterani hacker che producono tool pronti all'uso come trojans, mailer e bot, o servizi come la creazione di un codice binario non rintracciabile dai motori Av, che saranno poi utilizzati dalla forza lavoro del crimine. Che sono i "kids", così chiamati per via dell'età, spesso al di sotto dei 18 anni. I kids acquistano, commerciano e rivendono gli elementi di base del crimine informatico, come mailing list di spam, php mailer, proxie, numeri di carte di credito host di hacker, pagine scam,...I "drop", in genere basati in paesi in cui le leggi anti-cybercrime sono quasi del tutto inesistenti (Bolivia, Indonesia e Malesia, per esempio), trasformano in denaro reale il denaro virtuale. Infine, i "mob", vere e proprie figure professionali del crimine organizzato, operano con tutte o alcune delle figure sopra descritte. Per avere il controllo di un conto bancario sempre più spesso si usano tecniche di phishing. I tool di phishing si acquistano facilmente e con pochi soldi: una lettera di scam o una pagina di scam in un linguaggio a scelta, una lista di spam, una selezione di mailer php per inviare 100mila mail in sei ore, un sito web per ospitare per alcuni giorni la pagina di scam, e infine una carta di credito rubata ma valida con cui registrare un dominio.

Un elenco che costa poco meno di cento dollari, a fronte di ritorni che possono essere anche del 300% e molto di più. Ritorni ancora più grandi si possono ottenere utilizzando i "drop" per convertire il denaro in contante. I rischi sono però alti: i drop richiedono commissioni fino al 50% del valore del conto, lasciano tracce "fisiche", e qualche volta derubano il phisher. Tuttavia, secondo i calcoli di Lovet, il phisher che paga commissioni e subisce furti ha comunque un ritorno che oscilla tra le 40 e le 400 volte l'investimento iniziale. Nelle operazioni su larga scala, proprie di grandi organizzazioni del crimine organizzato, sono utilizzati conti offshore; un processo più complicato e costoso, ma anche più sicuro. Se il phishing si aggiunge alle altre attività cyber criminali basate sull'hacking e sulle tecnologie virus, si trova un ricco ecosistema di microaziende e organizzazioni internazionali che lavorano insieme in maniera produttiva, ricavando profitti notevoli.

Proteggere le reti con firewall stand alone, apparecchiature di intrusion prevention, anti virus e anti spyware non basta. Secondo Lovet, è necessaria una seria legislazione internazionale e un coordinamento capace di superare i confini dei singoli stati. Ma è anche necessario elaborare una risposta creativa da parte delle organizzazioni sotto tiro. Le soluzioni di sicurezza reattiva "pezzo a pezzo" stanno lasciando spazio a sistemi di sicurezza multi-threat unificati. Invece di installare, gestire e mantenere differenti dispositivi, le organizzazioni, dice Lovet, possono consolidare le loro funzionalità di sicurezza in un unico apparecchio. Queste misure combinate, unite a una maggior consapevolezza degli utenti, sono al momento la contromisura più efficace contro il cybercrime.
ilsole24ore

Il business dei social network


Social network, fenomeno dalle tante luci e da poche grandi ombre



Sono sempre più popolari, e non solo fra ai giovanissimi. Facebook ha toccato quota 200 milioni di utenti, vanta una crescita esponenziale della sua audience in Europa e secondo alcuni addetti ai lavori della galassia Web (nella fattispecie l'analista Ross Sandler della Rbc Capital Markets) potrebbe anche superare Google per numero di utenti entro il 2012. Un altro social network - anche se tecnicamente viene definito un servizio di "microblogging" - in fortissima ascesa a colpi di milioni di nuovi utenti (i visitatori unici del sito sono oggi più di sette milioni al mese) è Twitter, per cui il fondatore Evan Williams ha ha predetto un futuro da strumento di massa entro i prossimi cinque anni. In entrambi i casi l'eccezionale impennata di gradimento è avvenuta grazie a una fascia adulta di utilizzatori, compresa fra i 35 e i 49 anni. Cosa manca però sia a Facebook che a Twitter? Un modello di business definito: avere milioni di utenti ad animare la community non è sinonimo di ricavi – visto che i servizi sono gratuiti - ma a far quadrare i bilanci sono le entrate pubblicitarie. Peccato che il giro d'affari di Facebook non supera i 400 milioni di dollari l'anno e la società vale oggi sul mercato, secondo gli analisti, non più di tre miliardi di dollari e non i 15 che Microsoft aveva stimato quando acquisì due anni fa (per 240 milioni di dollari) una quota di minoranza della società. Più pragmaticamente si può affermare senza il rischio di essere smentiti che il più popolare sito di social network al mondo (e una delle principali "property" dell'intero World Wide Web) è in perdita.

Uno studio del Mit sui dipendenti Ibm: comunicare on line fa bene al business
Facebook & Co., bilanci a parte, hanno comunque un grande valore in termini di produttività aziendale? La domanda interessa molto da vicino milioni di imprese del pianeta, i cui addetti sono anche utenti delle Rete e in una buona percentuale frequentatori dei social network, ed è stata oggetto di uno studio condotto da Ibm in collaborazione con il Mit (Massachusetts Institute of Technology) di Boston. L'indagine condotta su 2.600 dipendenti di Big Blue su scala mondiale, monitorati nelle loro relazioni informali e non da giugno 2007 a luglio 2008, ha messo in evidenza come ogni rapporto stretto e consolidato attraverso una comunicazione on line intensa è più di valore dell'assenza del comunicare. Più concretamente, gli impiegati che scrivono spesso e volentieri e-mail e messaggi nelle bacheche dei social network ai propri capi genererebbero in media un fatturato mensile di 588 dollari. Gli addetti con relazioni elettroniche più deboli con la dirigenza si fermerebbero invece non oltre i 500 dollari. La relazione virtuale, in parole povere, consolida lo spirito di gruppo e aumenta la trasmissione della conoscenza ai vari livelli aziendali, con tangibili benefici per le casse societarie: in Ibm sono ben 55mila i dipendenti che comunicano sul social network "aziendale" per scambiarsi tanto foto delle vacanze come importanti informazioni attinenti l'attività professionale. E, a quanto pare, con buoni risultati.

La pubblicità cresce ma a ritmi ridotti. A Facebook & C. meno del 10% dell'adv
Stando ai dati della società specializzata eMarketer, nel 2009 il giro d'affari globale per gli investimenti in advertising sui siti di social network arriverà a 2,3 miliardi di dollari, in crescita del 17% rispetto al 2008. Un dato in sé molto buono se non che la stessa eMarketer prediceva solo a dicembre fa un salto in avanti del gettito pubblicitario su Facebook e compagnia del 32%. Proprio le due grandi rivali sono lo specchio di un mercato dalle enormi potenzialità ma ancora in una fase di (lenta) maturazione, almeno per quanto riguarda l'aspetto commerciale. Negli Stati Uniti, che costituiscono oltre la metà di questo mercato e svilupperanno un fatturato per il 2009 di 1,3 miliardi di dollari (in salita del 10,2%, rispetto al 4,5% previsto per il Web advertising nel suo complesso, che toccherà quota 24,5 miliardi), i due terzi degli investimenti sui social network sono catturati infatti da Facebook e MySpace mentre fuori dai confini nazionali la loro quota congiunta arriva solo al 40%. Lo scetticismo degli analisti, ben espresso dai numeri rivisti al ribasso di cui sopra, va però anche oltre la "naturale" flessione dovuta alla crisi globale. Il fenomeno dei siti sociali deve poter contare su un modello di business multicanale, che abbini agli introiti dell'advertising - Facebook, Twitter e via dicendo valgono solo circa un ventesimo dell'intero volume di business generato dalla pubblicità on line negli Stati Uniti - altre forme di entrate, compresi i servizi a pagamento.

ilsole24ore

21 apr 2009

Le compagnie petrolifere scalano le classifiche di Fortune


New York – Le compagnie petrolifere regnano sulla Corporate America: la classifica delle Fortune 500, le più grandi aziende statunitensi per fatturato, ha premiato ExxonMobil, che si è impadronita dello scettro da due anni appannaggio del gigante dei grandi magazzini a basso costo Wal-Mart. Alle loro spalle, completando l'ascesa di Big Oil, si sono assestate la Chevron e la ConocoPhillips.



Strano Vero?!?

La classifica dei profitti
Le compagnie petrolifere guidano anche la classifica delle società che nel 2008 hanno realizzato più profitti. Exxon e Chevron, in particolare si aggiudicano la prima e la seconda posizione. Seguono Microsoft e GE. Solo quinta Wal-Mart. I nomi delle società che hanno subito le perdite più alte sono noti alle cronache finanziarie degli ultimi mesi: AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, General Motors, Citigroup, Merrill Lynch. Segue Conoco che, a dispetto della quarta posizione nella classifica principale, quella per fatturato, paga il costo troppo alto delle acquisizioni.

Fortune 500
Exxon, nonostante la crisi, ha travolto la concorrenza grazie a un aumento del 19% nel suo giro d'affari, che nel 2008 ha sfiorato i 443 miliardi di dollari. Wal-Mart ha cercato di difendere il proprio primato ma l'incremento del 7% ragistrato nelle vendite, a 406 miliardi, non è bastato a tener testa alla marcia del gigante dell'oro nero. Chevron e Conoco, da parte loro, hanno visto il fatturato lievitare rispettivamente del 25% e del 29 per cento. E re petrolio ha dominato anche la classifica delle società più redditizie d'America: Exxon si è aggiudicato questo confronto dall'alto di profitti per 45,2 miliardi, davanti alla Chevron con 23,9 miliardi.
La crisi e la spinta al cambiamento per superarla, però, oltre alle classifiche hanno scosso i vertici della Corporate America: nel 2008 sono aumentate le donne sulle poltrone di amministratore delegato delle Fortune 500, oggi 15 anzichè dodici. La più potente è forse Patricia Woertz, al comando della Archer Daniels Midland, il leader agroalimentare al 27esimo posto per giro d'affari. E' affiancata, tra le altre, da Angela Braly, chief executive dell'assicurazione sanitaria WellPoint, da Lynn Elsenhans del gruppo petrolchimico Sunoco, da Indra Nooyi di PepsiCo e da Irene Rosenfeld di Kraft Foods.

La classifica basata sulle offerte di lavoro
Una classifica speciale, forse la più seguita in tempi di crisi, è stata inoltre compilata sulla base delle offerte di lavoro: a metà aprile erano 28 le società che avevano in programma almeno 150 assunzioni, da Wal-Mart, con migliaia di posizioni disponibili, fino al protagonista tecnologico Hewlett-Packard e ad una finanziaria del calibro di Bank of America.
Questi exploit, tuttavia, non hanno potuto mascherare un anno molto difficile per le aziende americane: i 500 "marchi" classificati dalla rivista Fortune hanno complessivamente subito una riduzione dell'85% negli utili, a 645,2 miliardi. E ben 128 tra loro, più del doppio dei 57 dell'anno scorso, hanno denunciato perdite totali per quasi 520 miliardi. La classifica dei passivi è stata guidata dall'assicurazione Aig con 99,3 miliardi, seguita dai colossi dei mutui immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac, da General Motors e da Citigroup. Persino un gigante del greggio non è stato risparmiato: ConocoPhillips ha pagato care acquisizioni sbagliate, finendo al settimo posto con 17 miliardi di perdite.
Preoccupante è stata anche la classifica dell'andamento in Borsa: soltanto 24 delle 500 grandi firme della Corporate America sono state in grado di mostrare rendimenti positivi. Questo drappello è stato capitanato da Dollar Tree: il gruppo specializzato nella vendita di prodotti da un dollaro, penultimo per fatturato, ha visto le azioni guadagnare l'anno scorso il 60 per cento.

ilsole24ore

19 apr 2009

The millionaire: la realtà


Ci chiediamo spesso quale sia la differenza tra i film e quella che invece è la realtà quotidiana: ECCO LA RISPOSTA

Star di The Millionaire messa in vendita


Il padre di Rubina Ali, 9 anni, tratta con una famiglia mediorientale per cedere la figlia e fuggire dallo slum

MUMBAI - Il padre di Rubina Ali, piccola star del film «The Millionaire», ha deciso di arricchirsi vendendo la figlia di 9 anni per diversi milioni di rupie, il corrispondente di 200mila sterline (circa 220mila euro). «Devo pensare a cosa è meglio per me, per la mia famiglia e per il futuro di Rubina» ha detto Rafiq Qureshi, spiegando che sta tentando di vendere la figlia attraverso un accordo illegale di adozione. La trattativa è stata scoperta dal settimanale britannico News of The World, che ha finto di essere interessato alla trattativa dopo aver ricevuto una "soffiata" da persone vicine alla famiglia. L’uomo considera la bambina come la sua unica via di fuga dallo slum Bandra di Mumbai.

FAMIGLIA BENESTANTE - «La famiglia di Rubina è arrabbiata perchè nonostante il buon esito del film e nonostante la popolarità della figlia, loro vivono ancora in condizioni molto difficili - ha precisato l’informatore del settimanale britannico -. Sono stati avvicinati da una famiglia benestante del Medio Oriente che aveva saputo delle loro difficoltà dalla tv Al Jazeera. La coppia ha espresso il desiderio di adottare la giovane Rubina e gli occhi dei suoi genitori si sono illuminati. Rafiq è uno che conosce i trucchi della vita di strada e sa che presto il successo della famiglia sarà solo un ricordo e che il suo momento di gloria finirà. Ha una famiglia da mantenere e semplicemente non ce la fa. Vuole trovare una famiglia ricca per far crescere Rubina, ma solo se garantiranno a tutta la famiglia di abbandonare lo slum». Secondo lo stesso informatore, la coppia interessata ad adottare Rubina dovrebbe tornare in India a maggio. Il film «The Millionaire» ha fatto incetta di Oscar, portandosi a casa ben otto statuette, e ha incassato più di 300 milioni di dollari.
Corriere

Università, l'Italia importa cervelli


La svolta Il rapporto sulla «guerra globale per i talenti».
Gli studenti dall'estero crescono del 20%: sorpasso su quelli in fuga



ROMA — Tra il 2004 e il 2006 i corsi delle nostre università, spesso al centro di polemiche e di analisi impietose, hanno attratto un 20 per cento in più di studenti di altre nazionalità: da 40 mila a 48 mila. Il 2006, per quanto riguarda la capacità del nostro sistema universitario di richiamare iscritti d'oltrefrontiera, è stato un anno di svolta. Il numero dei giovani stranieri che hanno deciso di formarsi in Italia ha superato quello degli italiani che si sono iscritti ad un ateneo d'oltreconfine. Nel 2004 infatti il numero dei nostri ragazzi che emigravano per ragioni di studio superava di 4.251 unità quello degli stranieri che frequentavano le nostre università.

In buona sostanza eravamo fuori dal novero dei Paesi sviluppati: nell'Ocse solo l'Italia attirava meno studenti di quanti ne uscivano. Nel 2006 gli arrivi hanno oltrepassato di 8.501 unità le partenze. Numeri molto piccoli se si tiene conto di un flusso mondiale di due milioni e 700.000 studenti universitari che studiano all'estero e che valgono 30 miliardi di euro. O se si guarda a quanto accade in Europa. Ma quei dati segnano un'inversione di tendenza. Nella «guerra globale per i talenti» qualcosa si sta muovendo anche nei nostri atenei? È quanto sembra emergere da un'indagine sulle università italiane nel mercato globale dell'innovazione condotta da «Vision», un «pensatoio» indipendente che produce ricerche sociali e politiche (il rapporto sarà presentato il 20 alla Camera, Palazzo Marini, alla presenza del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini). L'aumento delle iscrizioni di studenti stranieri non è solo una curiosità statistica, un motivo di orgoglio per il nostro mondo accademico che all'improvviso si scopre un po' più competitivo. Quei laureati, una volta tornati a casa, manterranno vivo per molti anni un legame con la cultura, le competenze e le capacità produttive del nostro Paese.

Nei primi dieci posti per la presenza di studenti stranieri(in rapporto agli iscritti e non in valore assoluto) troviamo il Politecnico di Torino seguito da Bocconi, Trieste, Politecnico di Milano, Urbino, Bologna, Trento, Genova, Camerino, Brescia, Verona e Firenze. Il saldo tra studenti universitari stranieri in arrivo e in uscita — 8.501 giovani immigrati nel 2006 — è poca cosa se paragonato a quello degli Stati Uniti (535.492) dove tuttavia tra il 2000 e il 2006 si nota un calo pari al 5 per cento. Ma le distanze restano forti anche se ci confrontiamo con i nostri diretti competitori europei: Regno Unito (305.051), Germania (183.122), Francia (181.730), Belgio (35.469) o Spagna (24.138). «Vision» giunge alla seguente conclusione: «Mentre Francia, Germania e Regno Unito sono abituati ad avere più del 10 per cento dei propri studenti che sono stranieri, la media italiana è del 2 per cento». C'è la difficoltà della lingua. L'Italiano non è un idioma veicolare, anche se nei migliori atenei sta aumentando l'offerta di corsi in lingua inglese. La maggiore difficoltà sembra però essere un'altra, almeno secondo l'indagine condotta da «Vision» nel Politecnico di Torino tra ricercatori e studenti di master per lo più colombiani e cinesi: il 60 per cento ha espresso un giudizio negativo sulla nostra burocrazia e il 32 per cento sulle normative in merito agli immigrati. «Una sorta di selezione al contrario — conclude lo studio — attraverso la quale riduciamo l'emigrazione togliendo la parte migliore».
corriere

17 apr 2009

Usa: scoppia la guerra dei superhotel


Ssecondo l'accusa due dirigenti passati ai rivali avrebbero portato via oltre 100mila file. La Starwood fa causa alla Hilton: avrebbe rubato sue idee per realizzare la nuova linea di alberghi «Denizen»



NEW YORK (USA) - E' la prima volta nel settore alberghiero. E' scoppiata infatti una clamorosa battaglia legale nel mondo degli hotel di lusso. Starwood hotels & resorts worldwide, una delle più importanti catene alberghiere del mondo, ha presentato giovedì sera una denuncia presso il tribunale di White Plains nello stato di New York contro la rivale Hilton accusandola di aver utilizzato documenti segreti di sua proprietà per sviluppare la nuova linea di alberghi Denizen.

LA DENUNCIA - Secondo la denuncia, due ex alti dirigenti di Starwood, assunti la scorsa estate da Hilton, avrebbero portato in dote con sè oltre centomila documenti elettronici e cartacei che sarebbero stati usati per sviluppare la nuova linea di alberghi che Hilton intende inizialmente costruire ad Abu Dhabi, Istanbul, Londra, Mumbai, New York e Panama city. Il primo albergo dovrebbe aprire nel 2010. I due dirigenti sotto accusa sono Ross Klein e Amar Lalvani, rispettivamente ex direttore generale e vice direttore generale della divisione alberghi di lusso di Starwood, che include fra gli altri gli hotel della catena «W».
corriere

Stipendi e manager: ancora una volta


L'immobiliarista Luigi Zunino e i vertici del gruppo di occhiali Luxottica entrano ai piani alti della classifica dei manager più pagati dalle società quotate italiane nel 2008. Secondo i dati elaborati dal Sole 24 Ore in base ai bilanci, l'immobiliarista piemontese Zunino conquista il sedicesimo posto della graduatoria, con 4,719 milioni lordi di compensi che si è auto-attribuito nel 2008, per le cariche di presidente e amministratore delegato della società Risanamento, di cui è azionista di maggioranza.
Lo stipendio di Zunino è di poco inferiore ai 4,79 milioni del 2007, ma ugualmente sorprendente per l'importo, molto elevato rispetto ai risultati. Il gruppo Risanamento ha peggiorato i conti ed è sull'orlo del dissesto, con un indebitamento finanziario netto consolidato aumentato in dodici mesi da 2,5 miliardi a 2.787 milioni, mentre il patrimonio netto è ridotto a 114,7 milioni. La perdita netta del bilancio consolidato è di 213,7 milioni, più che raddoppiata rispetto ai 91,7 milioni del 2007.

Opposto l'andamento del gruppo Luxottica, nel quale sono aumentati gli stipendi dei massimi dirigenti, anche se l'utile netto è diminuito del 17,6%, 395 milioni rispetto ai 479 milioni del 2007. L'amministratore delegato Andrea Guerra ha guadagnato 3,5 milioni lordi (oltre a 110mila euro di benefici non monetari), cioè il 35% in più rispetto ai 2,6 milioni dell'anno precedente. Il bonus di Guerra, il premio per i risultati, è raddoppiato a 1,5 milioni. il presidente e azionista di controllo, Leonardo Del Vecchio, ha percepito 1,26 milioni, il 7% in meno rispetto al 2007 (1,357 milioni). Il manager più pagato di Luxottica è stato Roberto Chemello, che nel luglio 2008 ha lasciato la carica di chief operating officer, in pratica direttore generale, con 3,81 milioni lordi, compreso il Tfr e parte dell'indennità per la cessazione del rapporto di lavoro, l'altra parte sarà pagata quest'anno. Chemello, che è rimasto nel cda, nel 2007 aveva guadagnato 1,629 milioni lordi. Nonostante l'utile, Luxottica ha deciso nelle scorse settimane di non distribuire dividendo "per rafforzare il patrimonio", per la prima volta in quasi vent'anni. Con i profitti del bilancio 2007 la società di del vecchio aveva distribuito 0,49 euro per azione.

Entra in classifica anche Fabrizio Di Amato, presidente di Maire Tecnimont, con 1,23 milioni lordi, più del triplo rispetto allo stipendio 2007, che era di 370mila euro. il gruppo di ingegneria e costruzioni nel 2008 ha aumentato l'utile netto consolidato del 60% a 117,4 milioni. Agli azionisti andrà una cedola di 11 centesimi per azione, il 57 rispetto ai 7 centesimi dell'anno precedente.

ilsole24ore

... continua

13 apr 2009

Stipendi pubblici



Tra pubblico e privato


Il momento è dei più opportuni per dare una regolamentata ai stipendi dei top manager, per lo meno quelli pubblici.

Ma già da alcuni anni ci si era messi di impegno, nel 2007 (governo Prodi) già sanciva dei limiti per i dirigenti pubblici ed era stato introdotto dalla finanziaria del 2008 grazie ad un emendamento firmato da Cesare Salvi e Massimo Villone (ex Ulivo).

Veniva stabilito che gli stipendi massimi di tutti i manager pubblici (dall’apparato statale, ai ministeri, fino alle Asl), esclusi quelli delle società quotate, non potevano superare i 274 mila euro l’anno.

Una prima modifica arrivò poco dopo con l’equiparazione al compenso del primo presidente della corte di cassazione: 289.984 euro.
Ma nell’agosto del 2008 la legge 129/2008 ha di fatto cancellato il tetto, lasciandolo in vigore solo per gli incarichi aggiuntivi. Ma siccome da allora il regolamento attuativo non è mai stato pubblicato, dirigenti ministeriali, grand commis, capi di gabinetto e manager di società statali e parastatali hanno continuato a percepire stipendi ben al di sopra il tetto della vecchia norma.
Qualche esempio tanto per indignarsi un po’? Eccoli:
- Marco Canzio, ragioniere generale dello stato, percepisce tra i 400 e i 450 mila euro;
- Aldo Ricci, amministratore delegato di Sogei, 558 mila euro
- Vittorio Grilli, direttore generale del tesoro 600 mila euro
- Giuseppe Bonomi direttore generale della SEA. 550 mila euro
- Pietro Ciucci, presidente dell’Anas, 750 mila euro…….(n.a. e poi le strade sono piene di buche…..)

Montagne di soldi che diventano però briciole se paragonate alle retribuzioni e bonus dei manager privati.

11 apr 2009

Quando l’imprenditorialità incontra finanza e politica


Carlo de Benedetti

Quello che si sa con assoluta certezza è che fin dalle origini di quella carriera che lo avrebbe portato a diventare uno dei condottieri italiani con Raul Gardini e Silvio Berlusconi e a contendere a Gianni Agnelli il primato del capitalismo nostrano, De benedetti, ha sempre usato una ricetta fatta di tre ingredienti:un grande coraggio imprenditoriale, definito dai suoi nemici al limite della temerarietà; una capacità fino allora mai vista di usare gli strumenti messi a disposizione dalla finanza; il ricorso all’arma della politica, nel senso più vasto del termine. Tre ingredienti cucinati con il fuoco lento di una tenacia e di una capacità di lavoro senza molti paragoni.


Vediamo un pò la sua vita, come ci riporta wiki:

Nato in una famiglia benestante, fratello del Senatore Franco De Benedetti, si laureò in ingegneria elettrotecnica nel 1958 al Politecnico di Torino per poi entrare nella "Compagnia Italiana Tubi Metallici" del padre. Assieme al fratello Franco, acquisì nel 1972 la Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli trasformeranno in una holding di successo, impiegata soprattutto nell'industria metalmeccanica. Carlo De Benedetti nella Gilardini ricoprirà le cariche di presidente ed amministratore delegato fino al 1976. Nel 1974 fu nominato presidente dell'Unione Industriali di Torino.

L'esperienza FIAT

Nel 1976, grazie all'appoggio di Umberto Agnelli, suo vecchio compagno di scuola, ottenne la carica di amministratore delegato della FIAT. Come "dote" portò con sé il 60% del capitale della Gilardini, che cedette alla società degli Agnelli, in cambio di una quota azionaria della stessa FIAT (il 5%). De Benedetti cercò di svecchiare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Dopo un breve periodo (quattro mesi) - a causa, si disse, di "divergenze strategiche" - abbandonò però la carica in FIAT. Per alcuni, ma il condizionale è più che d'obbligo, i due fratelli avrebbero trovato un ostacolo insormontabile nella parte di dirigenza FIAT più legata alla famiglia Agnelli, che avrebbe scoperto un loro tentativo di scalata della società, appoggiata da gruppi finanziari elvetici.
L'ingresso nella stampa
Con il denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni FIAT, De Benedetti rilevò le "Compagnie industriali riunite" (CIR), garantendo loro il controllo azionario del quotidiano la Repubblica e del settimanale L'espresso. Successivamente vedrà la luce anche "Sogefi", operante sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici di cui egli è stato presidente per venticinque anni consecutivi, prima di cedere il posto al figlio Rodolfo, conservando però la carica di presidente onorario.

Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, ma molto indebitata e dal futuro incerto, porrà le basi per un nuovo periodo di sviluppo, basato sulla produzione di personal computer e sull'ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa. Nel 1984 la Olivetti inglobò l'inglese Acorn Computers.
Il Banco Ambrosiano

All'inizio degli anni ottanta entrò nell'azionariato del Banco Ambrosiano guidato allora dall'enigmatico presidente Roberto Calvi. Con l'acquisto del 2% del capitale, De Benedetti ricevette la carica di vicepresidente del Banco, funzione puramente onoraria ed a cui non era collegata alcuna attività di gestione effettiva (nella sede milanese dell'Ambrosiano, in Via Clerici, non gli era stato assegnato neppure un ufficio). Dopo appena due mesi, De Benedetti lasciò il Banco, cedendo la sua quota azionaria.

A causa di una grave crisi della Olivetti, nel 1996 decide di lasciare l'azienda, (di cui rimarrà presidente onorario fino al 1999) poco dopo aver fondato la Omnitel. Dopo aver sponsorizzato la "Fondazione Rodolfo Debenedetti" (che si occupa dello studio delle problematiche connesse alla riforma dello Stato sociale) egli ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti: è stato nominato Cavaliere del Lavoro ed Ufficiale della Légion d'Honneur, ed ha inoltre ricevuto la laurea ad honorem in Legge della Wesleyan University, Middleton, Connecticut (Stati Uniti d'America).

La politica
Imprenditore noto per le sue idee legate al centrosinistra italiano (così come il fratello Franco), nel 2005 ha sorpreso l'iniziale accoglimento, per un fondo finanziario comune destinato al recupero delle imprese in difficoltà, di un consistente contributo versato da Silvio Berlusconi, suo avversario di lunga data nella vicenda SME e nel Lodo Mondadori. A causa delle reazioni e delle insinuazioni susseguite, rinuncia alla partecipazione dell'imprenditore milanese.

Nel 2005 fonda la società di investimenti Management&Capitali (M&C) tramite la controllata Cdb Web Tech Spa. Inizialmente il capitale di M&C era detenuto al 90% da questa società e il 10% dal management, successivamente, con un aumento di capitale, entrarono nell'azionariato anche Schroders Investment Management, Cerberus Capital Management LP, e Goldman Sachs.[1] Nel 2008 l'assetto azionario è cambiato nuovamente con l'uscita di alcuni soci iniziali e l'entrata, come secondo azionista, di SeconTip, società del gruppo TIP SpA, facente capo al banchiere Giovanni Tamburi e ad alcune importanti famiglie imprenditoriali, tra cui i Manuli di Bergamo, i Ferrero, i Radici e i Giubergia di Torino, i Seragnoli di Bologna, i Marzotto di Valdagno, gli Angelini e i Silori di Roma, i Baggi Sisini, i Branca, i Rossetti e i Burani di Milano.

Dal 2006 è tornato a guidare in prima persona le sue attività editoriali, subentrando a Carlo Caracciolo nel ruolo di presidente del Gruppo editoriale L'Espresso S.p.A.

De benedetti che ora è cittadino svizzero, ama definirsi un cosmopolita, un uomo della globalizzazione. Lo sarà anche. Certo è che quelle tre componenti che sono state alla base della sua fortuna sono tipiche della cucina italiana.

La paga dei padroni


L'amministratore delegato della banca Unicredit, Alessandro Profumo, nel 2007 ha guadagnato 9 milioni e mezzo di euro, 25 mila euro al giorno. Quanto un lavoratore medio in un anno. Il dibattito sugli stipendi dei manager sta diventando centrale in tutti i Paesi sviluppati. Solo in Italia se ne discute pochissimo, come se l'argomento fosse ritenuto sconveniente. Questo libro affronta il tema in profondità, analizzando una raffica di casi che lasciano allibiti i piccoli azionisti, i dipendenti e gli stessi clienti delle società quotate in Borsa. Perché nel 2007 le buste paga dei cinquanta manager più pagati sono cresciute del 17 per cento (in un anno in cui sono andati male Borsa e bilanci) mentre quelle dei lavoratori dipendenti solo del 2,3 per cento? Le retribuzioni dei top manager sembrano aver strappato ai salari il titolo di "variabile indipendente". Perché nella classifica dei manager più pagati d'Italia ci sono spesso i grandi azionisti o loro famigliari? Forse perché i capitalisti italiani riescono a comandare nelle aziende con così poche azioni che se dovessero vivere di dividendi sarebbero poveri. Gli autori raccontano, in un linguaggio semplice e ricco di storie, come gli stipendi dei manager aiutino a capire la crisi profonda dell'economia italiana, e di un'industria che sembra non tenere il passo con la competizione internazionale.

Sapete a quanto ammontano gli stipendi di alti dirigenti, manager di primo piano, banchieri, imprenditori di punta del nostro Paese? Cifre da capogiro che è difficile anche immaginare prima di avere letto questo libro denuncia dei giornalisti Gianni Dragoni, inviato de “Il Sole 24 Ore”, e Giorgio Meletti, responsabile della redazione economica del Tg La7. Un libro che «si propone di entrare in un mondo che solitamente predilige il segreto… che ama farsi scudo del latinorum della finanza, fatto di parole inglesi roboanti, di fronte alle quali è difficile non sentirsi inadeguati.»
Dopo La casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ecco la denuncia della nascita di “una nuova oligarchia” che si affaccia prepotentemente sulla scena economica: “i manager delle società quotate in Borsa”. Il tema – dichiarano gli autori – «ormai tiene banco sui giornali di tutto il mondo. In Italia è stato considerato finora demagogico. Ma davvero strapagare i top manager consente di avere “aziende che crescono e che creano ricchezza?» In questo periodo di seria crisi economica la risposta appare persino scontata. I risultati del lavoro di tanti talentuosi “cervelli” della scienza economica non si vedono affatto e ogni giorno diventano sempre più allarmanti le notizie su tracolli finanziari e crescita zero. Di contro, le retribuzioni dei grandi manager «crescono senza alcun rapporto con il costo della vita e con i progressi delle aziende.» Alcuni casi per tutti: Nove milioni e 426mila euro. «È quanto la banca Unicredit ha dato come compenso per il 2007 all’amministratore delegato Alessandro Profumo. Profumo ha guadagnato oltre 25mila euro al giorno. Quanto un lavoratore medio in un anno. Nel 2005 il bilancio delle Ferrovie dello Stato ha dichiarato una perdita di 472 milioni di euro… la paga dell’amministratore delegato Elio Catania è stata di un milione e 930mila euro, di cui 350mila per il raggiungimento degli obiettivi assegnati.»
Senza remore e soggezioni, i due autori analizzano la situazione del capitalismo italiano partendo dalle retribuzioni dei manager e dei grandi imprenditori. Il loro saggio è basato su dati ufficiali e pubblici, «analizzati secondo una logica puramente economica, relegando tra i sottintesi la convinzione che alla base di ogni fatto economico e sociale ci sia anche, sempre, una questione etica.» Ce n’è per tutti: da Tronchetti Provera e il caso Pirelli-Telecom, alle “Cose di casa Agnelli” con Gianlugi Gabetti, Montezemolo e Marchionne, e poi Mediobanca, da Cuccia a Geronzi; i grandi banchieri, Corrado Passera, Giovanni Bazoli, Matteo Arpe, che racconta di aver lasciato l’americana Lehman Brothers per Capitalia, andando a dimezzare il suo stipendio. Non mancano le famiglie della grande imprenditoria italiana (“quel che resta del salotto buono”): i Pesenti, della calcestruzzi, i De Benedetti dell’Olivetti. E “i nuovi arrivati”: Berlusconi, Benetton, Caltagirone a cui si affiancano i “dipendenti d’oro” e cioè i dirigenti di grandi aziende pubbliche come Autostrade, Eni, Enel, Alitalia. Infine, per i più curiosi, la classifica dei 100 manager più pagati, con tanto di cifre. Nomi, cifre, dati snocciolati in gran quantità e con dovizia di particolari, per riflettere sul sistema di potere e privilegi che domina il capitalismo e l’imprenditoria italiana.


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10 apr 2009

Manager e stipendi: Aggiornamento alla classifica


I vertici di Eni e Caltagirone nella hit parade 2008



I vertici dell'Eni e del gruppo Caltagirone entrano nella hit parade degli stipendi del 2008 delle società italiane quotate in Borsa. Stefano Cao, l'ex direttore generale che ha lasciato il 31 luglio 2008 ha ricevuto l'anno scorso 6,119 milioni lordi, di cui 3,825 milioni come Tfr dopo 32 anni. Cao va così al quinto posto nella classifica provvisoria dei manager più pagati nel 2008. Paolo Scaroni, amministratore delegato e direttore generale dell'Eni, ha ricevuto 3,06 milioni, il 12% in più dell'anno precedente, oltre a 128mila euro di gettone per la presenza nel consiglio delle Assicurazioni Generali.
Francesco Caltagirone Jr., figlio del costruttore e immobiliarista romano che controlla i giornali Il Messaggero, Il Mattino e Il Gazzettino, ha guadaganto 4,142 milioni lordi come presidente della Cementir Holding, il 20% in meno del 2007. La sorella Azzurra Caltagirone, vicepresidente di Caltagirone Editore, ha ricevuto 612mila euro, l'11,6% in più del 2007. Mario Ciliberto, consigliere della Cementir e dirigente del gruppo, ha ricevuto 1,71 milioni, l'amministratore delegato del Messaggero, Albino Majore, 1,319 milioni.
Nell'editoria svettano i compensi ricevuti da Marco Benedetto, che ha lasciato il 31 dicembre la guida del Gruppo L'Espresso dopo 24 anni: ha ricevuto 3,464 milioni, di cui 1,2 milioni per un patto di non concorrenza. Fabio Tacciaria, direttore generale della divisione holding fino al 31 luglio 2008, ha ricevuto 2,474 milioni, compreso il Tfr e indennità di ferie non godute.
Tra i nuovi ingressi in classifica l'amministratore delegato di Unipol, Carlo Salvatori, con 2,76 milioni lordi e l'amministratore delegato della Cattolica, Giovanni Battista Mazzucchelli, con 2,184 milioni lordi.

Ilsole24ore

9 apr 2009

Creativo, e adesso cosa t’inventi?


Le aziende frenano, le agenzie tagliano. Ecco perché
in tempi di recessione ci vuole una marcia in più



Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario. Lei mi crede pianista in un bordello» disse una volta Jacques Séguéla. Parole - quelle del guru francese dell’advertising - che chiunque lavori nel settore oggi condividerebbe di certo. Perché con la crisi che corre, almeno il secondo potrebbe contare su un posto fisso sicuro. Insomma, inutile negarlo, sono tempi duri per chi si occupa di bisogni indotti. Quando la gente ha il problema di come pagare le bollette e l’ansia della quarta settimana, hai voglia a vendergli atmosfere incantate da Mulino Bianco o feste a bordo piscina col pay off di “No Martini, no party”. Non è un mistero. Il crollo dei consumi si è inevitabilmente portato dietro quello degli investimenti pubblicitari (meno 10 per cento in generale, con abissi da meno 30/40 per cento per la raccolta su quotidiani e periodici, secondo gli ultimi dati Upa) e nelle agenzie, quei luoghi dove una volta ci si poteva permettere di profetizzare desideri, evocare sogni, scatenare fantasie, adesso tira aria di risacca. «Le aziende vogliono ritorni immediati e misurabili, sono più oculate e attente ai mezzi su cui investono, gli spot non si buttano e si rifanno da zero ma si ritoccano quelli che già ci sono» dice Guido Chiovato, managing director della Leo Burnett. Altro che le scene cool di Mad Men, la serie cult sul mondo della pubblicità degli anni Sessanta, con i direttori creativi avidi, i loro giochi di potere e i loro festini a base di alcol, sesso e sfrenatezze.

All’indomani degli ultimi party di Natale c’è chi si è visto recapitare la lettera di licenziamento e invece di tornare a casa con i regali si è ritrovato a fare gli scatoloni. In Procter & Gamble, dove il lavoro è organizzato per team a cliente, sono saltati interi staff di persone, dai creativi agli account. Se perdi l’azienda, perdi il lavoro, arrivederci e grazie. Parecchi tagli sono stati fatti anche in McCann-Erickson e tra gli addetti ai lavori gira la voce che sia a rischio anche la sede romana della Saatchi&Saatchi. Qualche settimana fa un’agenzia belga ha perfino indetto un concorso on line per decidere chi sarebbe stato licenziato. Anche se l’iniziativa si è poi rivelata un falso creato al solo scopo di far parlare di sé, è il segnale di che cosa si è disposti a fare pur di apparire creativi in tempi di recessione galoppante. Perché la domanda è proprio questa. Come si fa a vendere (e prima ancora, a produrre idee) quando la gente fa fatica a mettere mano al portafogli? «Non bisogna essere troppo promettenti, si devono evitare i toni mistificatori e l’ottimismo sbandierato, perché le persone non sono mica fesse, ora più che mai il pubblico è scafato e capisce subito chi gli sta vendendo fumo» sostiene Emanuele Pirella, storico fondatore della Lowe Pirella. «Occorre fare un po’ di calduccio, essere dolcemente intrattenenti, ironici, divertenti, senza diventare sgangherati o sarcastici. La gente ha bisogno di un sorriso, di calore, di coinvolgimento». Una lezione condivisa anche da Cesare Casiraghi, direttore creativo di Casiraghi&Greco, la “mente” che ha creato gli spot di Ing Direct (quelli della zucca di Conto Arancio, per capirci) e di Chebanca!, clienti davvero ostici quando la fiducia nelle istituzioni finanziarie è più bassa di Ground Zero e gli italiani metterebbero più volentieri i soldi sotto il materasso che su un conto corrente.

«Noi abbiamo scelto di puntare sul musical perché lo riteniamo un genere leggero ma non caciarone, divertente ma equilibrato, perfino un po’ vintage e quindi rassicurante, evocativo di un’Italia gioiosa e in ripresa» spiega Casiraghi. «E la campagna, infatti, ha dato i suoi frutti. I call center di Chebanca! sono sempre intasati e fuori dalla sede di corso Sempione c’è spesso la fila. Questo dimostra una cosa molto importante, e cioè che non è vero che per i pubblicitari sia un periodo nero, anzi. Certo, abbiamo meno soldi a disposizione, i clienti ci fanno le pulci su tutto, verificano costi e investimenti al centesimo, ma mai come in queste condizioni creare diventa una sfida. Una bella sfida». Credibilità e misurata ironia sono alla base anche della nuova campagna di un altro prodotto oggi considerato “difficile”: i telefonini, che se due anni fa crescevano al ritmo del 16 per cento annuo, oggi sono scesi a ritmi che vanno dall’1 al 5 per cento. Così la Vodafone, per la campagna Più Carica (in cui regala il 20 per cento di ricarica in più ai suoi abbonati), ha deciso di puntare su oggetti quotidiani - un ombrello, la pizza, il ferro da stiro - allargati di una piccola porzione extra in più. Quasi un aumento di cubatura assimilabile (coincidenza?) a quello del decreto Berlusconi sulla casa.

«Proprio per il momento in cui viviamo abbiamo sentito che era giusto puntare sui benefici che il prodotto avrebbe portato alle persone in termini di piccoli piaceri quotidiani» racconta Vincenzo Celli, direttore creativo e copy dell’agenzia 1861 United, che ha seguito l’ideazione e la realizzazione degli spot. «Per esempio un diamante, invece della pizza, ci sarebbe sembrato un oggetto eticamente scorretto da proporre ai consumatori, che mai come ora hanno bisogno di ritrovarsi in un mondo dove imparare ad avere di più dalle piccole cose. Un messaggio che poi si ripercuote sull’azienda che lo diffonde, rendendola più seria e credibile agli occhi del pubblico». Far incontrare valori universali col bisogno di comunicare tagli di prezzo o promozioni varie, quindi, si può. «Perché dal punto di vista delle idee il grande scoglio creato dalla crisi su certi prodotti, come l’auto, è questo: non c’è casa automobilistica che non ci chieda di chiudere una pubblicità senza doverci infilare ecoincentivi, finanziamenti a tasso zero o citazioni di prezzi» aggiunge Chiovato, che ha come cliente il colosso Fiat. «A questo punto abbiamo fatto di necessità virtù e abbiamo deciso di cavalcare questo martellamento sulle cifre, sui dati, sui soldi, che la gente subisce a livello mediatico, creando per il rilancio della Bravo lo slogan “I numeri non sono mai stati così belli”». A questo punto, se è vero che «la pubblicità non solo rispecchia i tempi, ma li anticipa», come diceva Henry Ford, non resta che augurarci che i creativi abbiano al più presto ragione.

corriere

8 apr 2009

Comandare è fott...e?


Comandare è fottere. Manuale politicamente scorretto per aspiranti carrieristi di successo



"Ci sono troppe cose che si fanno ed è bene non dire." Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera. In questo "piccolo vademecum per bastardi di professione" l'ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell'utopia delle pari opportunità, "nascere bene" aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l'arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.

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Note sull'autore:

Pier Luigi Celli (Verucchio, 8 luglio 1942) è un imprenditore e dirigente d'azienda italiano.

Pier Luigi Celli, narratore e saggista, è direttore generale dell'università Luiss Guido Carli di Roma. È inoltre membro dei consigli di amministrazione di Lottomatica, Hera SpA e Messaggerie Libri.

Tra gli altri, ha ricoperto in passato gli incarichi di Direttore Risorse Umane dell'ENI dal 1985 al 1993, è stato fra i manager partecipi dello start-up di Omnitel e Wind, direttore generale della RAI dal 1998 al 2001, presidente di Ipse 2000 dal 2001 al 2002, responsabile della Direzione Corporate Identity della Unicredit dal 2002 al 2005 e direttore Personale e Organizzazione in Enel dal 1996 al 1998.

Celli è sposato ed ha due figli: Maddalena, in prime nozze, ora suora di clausura, e Mattia. È laureato in sociologia a Trento, nella facoltà in quegli anni frequentata anche da Renato Curcio.

wiki

L'Empire State Building diventa "verde"


Al via una ristrutturazione ecologica da 20 milioni di dollari
L'Empire State Building diventa "verde"
Entro il 2013 ridurrà del 38% il consumo di energia
e l’inquinamento dell'atmosfera



WASHNGTON – Con la benedizione dell’ex presidente Bill Clinton e del sindaco di New York Mike Bloomberg, l’Empire State Building, un tempo il grattacielo più alto del mondo, e tuttora il simbolo degli Stati Uniti, ha intrapreso una cura "verde." Al costo di 20 milioni di dollari, ridurrà del 38 per cento il consumo di energia e l’inquinamento della atmosfera entro il 2013 adottando sensori che sfruttano la luce del sole per l’illuminazione e il riscaldamento nonché isolando pareti e finestre, regolando l’aria condizionata con attrezzature elettroniche e via di seguito. Diverrà un monumento anche ecologico, ha dichiarato Anthony Malkin, il suo amministratore.

LA RISTRUTTURAZIONE ECOLOGICA - L’Empire State Building ha 102 piani, 6.500 finestre e 73 ascensori - che verranno rinnovati – e ospita 13 mila persone al giorno, visitatori compresi. Costruito nel 1931 e più volte ammodernato, è il grattacielo di New York che consuma più energia e inquina di più. Ma mira a diventare un modello per tutti i vecchi grattacieli americani e a ottenere la Stella di platino, il massimo riconoscimento del Ministero dell’ambiente per gli edifici verdi. Obama ha elogiato il progetto, che è stato affidato alla Johnson Controre e che risparmierà a Malkin 4 milioni e mezzo di dollari annui.
Il 78 per cento dei gas emessi dalla Grande Mela, ha spiegato Bloomberg, proviene dagli edifici, il 25 per cento da quelli commerciali. «Se tutti facessero come l’Empire State Building» ha detto il sindaco «l’aria di New York sarebbe molto più pulita». Bloomberg, che con l’ex attore Arnold Schwarzenegger, il governatore della California, è un leader del movimento ecologico americano, concede varie detrazioni fiscali ai nuovi grattacieli verdi. Fa perno sul Green building council, un’associazione per l’uso più efficiente dell’energia e dell’acqua. La metamorfosi verde non sarà l’unica dell’Empire State Building. Malkin lo sta abbellendo a un costo superiore, ben 500 milioni di dollari, per renderlo più attraente dei palazzi di Wall Street, situati all’estremità di Manhattan. Nell’Empire State Building, che è pressoché al centro della isola, ma ha attraversato un periodo di decadenza, hanno gli uffici oltre 300 ditte. L’amministratore vuole attirare nomi prestigiosi. Naturalmente, dovranno pagare di più.

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