31 ott 2008

Eni = L.... ?


Eni, utili in crescita del 39,2% nel primo semestre 2008




Chi è che ci guadagna dalle crisi? .....
Il petrolio scende, ma il prezzo della benzina NO.

Chi ci guadagna (ripeto), chi ci guadagna?
L'ENI.

E' un tipico caso che non esiste tutela non solo per i consumatori, ma per nessuno!



Il gruppo Eni chiude il primo semestre con un utile in crescita del 39,2% a 6,76 miliardi di euro e proporrà un acconto di dividendo di 0,65 euro per azione. Lo riferisce una nota del gruppo. L'utile netto adjusted (rettificato al netto delle poste straordinarie) del semestre è pari a 5,37 miliardi di euro. Nel secondo trimestre l'utile netto sale del 51,6% a 3,44 miliardi, mentre quello adjusted progredisce del 4,4% a 2,32 miliardi.

I dati finanziari relativi al semestre indicano invece un cash flow a 9,95 miliardi, con un utile operativo adjusted di 11,51 miliardi (+21,9%). Da un punto di vista operativo, invece, nel semestre la produzione di idrocarburi è stata di 1,784 milioni di barili al giorno, in aumento del 2,8% rispetto al primo semestre 2007. Le vendite di gas nel mondo ammontano a 53,07 miliardi di metri cubi (+8,6%) per effetto oltre che delle condizioni climatiche più rigide registrate nel primo trimestre, dell'incremento delle vendite internazionali (+20,1%) dovuto in particolare alla crescita organica registrata sui mercati europei.

Le previsioni sull'andamento nel 2008 sono confermate positive. In particolare la produzione di idrocarburi è prevista in crescita di circa il 2% rispetto al 2007 (1,736 milioni di boe/giorno nel 2007) assumendo lo scenario aziendale di prezzo del Brent di 112 dollari al barile per l'intero 2008. I volumi venduti di gas nel mondo sono previsti in aumento di circa il 3% rispetto al 2007 (98,96 miliardi di metri cubi nel 2007). L'incremento, che non considera l'acquisizione di Distrigaz, sarà sostenuto dalla crescita attesa nelle vendite internazionali, in particolare nei mercati target del resto d'Europa e nel business Gnl, dal favorevole effetto climatico registrato nel primo trimestre, nonché dal pieno contributo delle operazioni gas nel Golfo del Messico.

ps: la L... del titolo, indovinate cosa indica.

sole24ore

30 ott 2008

La crisi è crisi....per tutti!


Il re dei palazzinari usa si è esposto con le banche per finanziare la sua ultima impresa
Debito di oltre un miliardo di dollari
Vacilla anche Donald Trump
La costruzione di un grattacielo-hotel extra lusso a Chicago rischia di mettere in crisi la sua attività



WASHINGTON - La crisi creditizia minaccia di travolgere anche Donald Trump. Per costruire il Trump International hotel and tower di Chicago, il re dei palazzinari americani ha contratto un debito di oltre 1 miliardo di dollari, di cui quasi due terzi con la Deutsche Bank (che lo ha prudentemente ridistribuito tra altre banche). Il grattacielo di stralusso, di 92 piani, il secondo più alto della città dopo il Sears tower, è diviso in un albergo di 339 camere nella parte inferiore, e in 486 appartamenti privati nella parte superiore, dove i lavori non sono peraltro terminati.

640 MILIONI ENTRO IL PRIMO NOVEMBRE - Il primo novembre, Trump dovrebbe rimborsare alla Deutsche bank 640 milioni di dollari, ma non li ha, perchè non riesce a vendere i suoi faraonici locali a causa del crollo del mercato immobiliare. Non è la prima volta che “Il Donald”, come è chiamato in America, fa il passo più lungo della gamba: all’inizio degli Anni novanta sfiorò la bancarotta e fu salvato dalle banche che ne ristrutturano il debito, e dalla televisione che lanciò alcuni suoi show (Trump è una star mediatica che accarezzò persino l’idea di candidarsi alla Presidenza degli Stati uniti). Ma allora, il mercato immobiliare era in ascesa.

VENDITE DI CASE DI LUSSO CALATE DEL 72% - Adesso a Chicago le vendite degli appartamenti di lusso e delle camere di albergo, la moda del momento per i cresi americani, sono calate del 72 per cento rispetto a un anno fa. Trump, che ha lasciato nel cemento, in cima al grattacielo, le impronte delle sue mani e di quelle della terza moglie Ivanka, ha detto al Wall Street Journal che la Deutsche bank gli prorogherà il prestito. Ma il giornale gli ha fatto i conti in tasca e ha concluso che non è certo che si salverebbe neppure in questo caso. Sinora, ha scritto il Wall Street Journal, le vendite dei locali gli hanno fruttato solo 200 milioni di dollari, e ne sta negoziando altre per 380 milioni di dollari. Oltre trenta acquirenti però si sono già pentiti, e hanno rimesso i locali in vendita con uno sconto del 30 per cento. Trump, inoltre, più sarà in ritardo e più dovrà a un altro finanziatore, la Fortress investment, fino a 360 milioni di dollari. Il Wall Street Journal non esclude che il grattacielo finisca nelle mani di quest’ultima. Se Trump cadesse vittima della crisi creditizia, sarebbe un brutto colpo per il mercato immobiliare, di cui è il vessillo, e per quello che resta dei sogni di Wall Street. Ma il costruttore non andrebbe a fondo: svolge altre proficue attività in tutto il mondo dalle public relations alla consulenze finanziarie, e afferma di avere una fortuna personale di 1 – 2 miliardi di dollari. Trump ha querelato l’autore di un libro secondo cui il suo patrimonio è in realtà di “appena” 100 – 200 milioni di dollari, ma ha perso la causa.
corriere

26 ott 2008

Il lupo vestito in cashmere: Delphine Arnault


Soprannominata il lupo vestite in cashmere, Delphine Arnault a 33 anni, con un patrimonio stimato in 1,9 miliardi di dollari, è una delle donne più ricche del mondo, e la 33° più importante secondo il Wall street journal. Inoltre è stata inserita da Forbes al 4° posto tra le ereditiere più ricche del mondo (la prima europea): il patrimonio che le toccherà in dote raggiunge i 26 miliardi di dollari.
Laureata alla scuola di commercio di Lille e alla london school of Economics, è stata manager di aziende importanti come McKinsey & company, prima di iniziare a lavorare a tempo pieno per l'azienda di famiglia, la Lvmh, di cui è membro del consiglio d'amministrazione.
Figlia primogenita di Bernard Arnault, fondatore del maggior impero mondiale del lusso, è la seconda azionista del gruppo con la quota del 7,5%.
Per l'azienda di famiglia si occupa principalmente di Loewe e Christian Dior, di cui è managing director, levandosi così la soddisfazione di guidare il marchio che ha sempre preferito indossare.
Cura inoltre gli interessi del gruppo in Italia, ruolo molto importante, dal momento che della Lvmh hanno parte anche Pucci, Fendi, Acqua di Parma e che Louiss Vuitton fa produrre nel nostro paese una parte importante delle sue calzature.
Nonostante abbia il suo quartier generale a Parigi, vive prevalentemente a Milano, e non solo per motivi di affari: nel settembre 2005 si è infatti sposata con Alessandro Vallarino gancia, 37 anni, esperto di finanza ed erede della dinastia dei Gancia. Tra i 700 invitati alla cattedrale di Saint-Jean-Baptiste a Gironda, erano presenti molti vip, come Bernardet Chirac, Karl Lagerfield e Nicolas Sarkozy.
E malgrado il matrimonio sia stato uno degli avvenimenti più esclusivi della stagione mondana del 2005, e i media ne abbiano parlato molto, Delphine è in verità una persona molto riservata, che non ama far parlare di sé. E' comunque nota la sua passione per l'arte, soprattutto francese e dadaista.

25 ott 2008

Smart enough


Greenspan fa ammenda. Il guru si è sbagliato



Dopo un mese e mezzo di brutte notizie da centinaia di miliardi di dollari e di euro alla volta, o migliaia, di fallimenti crolli di Borsa e interventi di Banche centrali, una testimonianza alla Camera dei Rappresentanti, priva di effetti sui mercati e che non deprime gli indici, non fa quasi più notizia. Ma l'umiliazione di Alan Greenspan ieri alla Camera di Washington di fronte a un presidente della Commissione Controllo e riforma dell'Esecutivo che rassomiglia tanto all'attore David Tomlinson, (il padre di famiglia in Mary Poppins), resterà nella storia della grande crisi 2007/2008 come un passaggio cruciale.
Non avevamo capito, ha detto l'ex presidente della Federal Reserve, carica tenuta 18 anni, dal 1987 al gennaio 2006. "Forse perché non c'era gente abbastanza sveglia, smart enough", ha ammesso amaramente nel dibattito. La testimonianza non è costata un dollaro, salvo le spese vive. Ma è stata la prima seduta ufficiale di un lungo processo su perché e come l'America e il mondo hanno perso ben più di 10 mila miliardi di dollari, tra svalutazioni immobiliari e contraccolpi sui mercati azionari. Per colpa, in misura notevole, di Alan Greenspan.
L'umiliazione di Greenspan, 82 anni, salutato nel 2000 come il "Maestro" da un libro di Bob Weoodward, osannato come il guru dei guru, l'uomo dal magico tocco, è stata totale. Per limitare i danni, Greenspan ha parlato di "un moderno paradigma di gestione del rischio durato decenni", arrivato al capolinea l'estate scorsa, quando "l'intero edificio intellettuale è crollato". Si tratta della teoria, e dell'equazione, che avrebbe dovuto assicurare a date condizioni l'eliminazione di fatto del rischio nella vita di un titolo finanziario. Un edificio premiato con un Nobel, ha detto Greenspan ricordando implicitamente come anche a Stoccolma, in fondo, ci avessero creduto. I premi Nobel sono stati più d'uno, in realtà, e non solo il Comitato del Nobel e la Banca centrale svedese vi avevano creduto, ma l'intera Harvard business school se ne era presa il merito (vale probabilmente una rilettura, a questo proposito, l'articolo pubblicato su Il Sole24 Ore del 18 marzo 2008, a pagina 2 e dal titolo "Azzerare i rischi, l'illusione di una formula magica"). Greenspan vide giusto, e parlò più volte, sui rischi rappresentati dall'eccesso di cartolarizzazioni delle due finanziarie immobiliari semipubbliche e ora nazionalizzate, Fannie Mae e Freddie Mac. Per il resto, dal punto di vista dei controlli (un discorso a parte merita la politica monetaria, non priva di critiche), la sua gestione fu un disastro. Fede assoluta nella autoregolamentazione dei mercati. Fiducia totale nei nuovi strumenti finanziari. Mancanza di senso della Storia che, ricca di crisi finanziarie, dovrebbe insegnare il costante rischio di un loro riapparire. Totale non uso della legge del 1994, l' Home Owner Equity Protection Act, che dava esplicitamente alla Federal reserve i poteri per regolare meglio il mercato dei mutui, che della crisi è stato il detonatore e la causa chiaramente principale.
L'audizione di ieri è il preannuncio di una serie che il nuovo Congresso, dal prossimo inverno, certamente lancerà, memore della risonanza che negli anni 30 ebbe il lavoro della Commissione Pecora, creata nell'aprile del 32 dal Senato americano e attiva fino al maggio del 1934, con il compito di chiarire le cause del crollo di Borsa del 29 e mesi successivi. Prendeva il nome dal consulente che più di tutti ne resse le file, l'avvocato e giudice italo-americano Ferdinand Pecora, nato a Nicosia in Sicilia nel 1882 e morto nel 1971.
Il messaggio conclusivo di Greenspan, e che da la misura del problema che lui ha notevolmente contribuito a creare, è raggelante. "Quali che siano le nuove regole che verranno imposte, saranno poca cosa (they will pale) di fronte ai cambiamenti già evidenti oggi sui mercati. Quesi mercati per un futuro indefinito saranno assai più cauti di quanto possa imporre un nuovo regime regolatorio oggi allo studio".

sole24ore

19 ott 2008

La classifica mondiale della felicità



In testa i Paesi dell'Est europeo. Italia in calo «Dove aumentano le libertà, l'indice sale»



C' è una foto che rischia di passare alla storia dei crolli di questi mesi, come i bronzi di Lenin rovesciati sul selciato simboleggiarono la caduta del comunismo. È stata scattata a New York il mese scorso. Una ragazza in un elegante, costoso tailleur, accovacciata sul marciapiede, scrive a pennarello un insulto su un poster buttato per strada. Il volto nel quadro è quello di Richard Fuld, il capo di Lehman Brothers. Gli impiegati passano davanti a quell'icona abbattuta mentre escono dal grattacielo della banca fallita, e a turno vi lasciano una frase. Spesso sono sarcastici «grazie Dick!».

La ragazza, neo-disoccupata, sorride mentre scrive. E ora che esce a pezzi il mito della ricchezza smodata, dell'aumento dei consumi come misura principale della felicità, quel Fuld abbattuto potrebbe essere la copertina di uno studio che prova a ribaltare alcune presunte certezze di questi anni di crescita globale vertiginosa. L'articolo su «Sviluppo, libertà e felicità crescente» è appena stato pubblicato sul prestigioso Perspectives on Psychological Science. Uno dei quattro autori è Roberto Foa, studente italo-inglese di PhD di scienze politiche a Harvard e associato di ricerca della World Value Survey, il progetto mondiale di sondaggi. Gli altri sono politologi e psicologi delle Università del Michigan e di Brema.

La conclusione dei quattro studiosi è che l'umanità ha conosciuto nell'ultimo quarto di secolo «un enorme aumento della felicità». Ma un simile balzo sarebbe da collegare più al progresso delle libertà personali e politiche in quasi tutti i Paesi del mondo, che al miglioramento delle condizioni materiali. Se questo è vero, resterebbero allora da approfondire i risultati dello studio relativi all'Italia, dove ad esempio la quota di popolazione che si definisce «molto felice» è in calo e resta più bassa che in quasi tutti gli altri Paesi europei. Ma Roberto Foa e i suoi tre colleghi non si soffermano troppo sui singoli casi dell'Europa occidentale. Il loro studio è globale, su un campione di 90 Paesi che coprono i nove decimi della popolazione mondiale e basato su 350 mila interviste della World Value Survey. Le domande, sempre le stesse dall'Ucraina alla Cina, dall'Africa subsahariana agli Stati Uniti, spingono gli intervistati a valutare il proprio livello di «felicità» e di «soddisfazione nella vita» (o benessere). La prima è intesa come espressione degli stati d'animo, la seconda viene legata alle condizioni di sviluppo economico.

Esattamente il tipo di domande di cui nell'Occidente agiato, o minacciato dall'impoverimento dei ceti medi, si occupano guru, santoni e medici che a pagamento offrono consolazione di vario tipo. La differenza qui è che il prodotto sono tabelle sorprendenti. Quella più originale mostra come nei 52 Paesi per i quali sono disponibili dati su almeno un decennio (ma per molti il sondaggio va dall'81 al 2007), il senso di benessere individuale è aumentato in 40 casi ed è diminuito solo in 12. In media, la quota globale di coloro che si definiscono «molto felici» sale del 7%. In Italia, passa dal 10% dell'81 al 18% del '99 per ricadere poi al 16% del 2007; in Francia, invece, si va dal 19% dell'81 a un picco del 36%, per poi ricadere al 31% del 2007. Ma, appunto, non si tratta solo di una fotografia delle condizioni materiali di vita perché ad esempio anche l'Ungheria, un caso di transizione difficile dal comunismo al mercato, «batte» l'Italia salendo dall'11% al 17% di popolazione che si dichiara «molto felice». E nei punteggi della World Value Survey persino la Russia scavalca l'Italia in fatto di «felicità», benché resti nettamente indietro sui dati più economici di benessere o «soddisfazione nella vita». Possibile? Gli autori ricordano la conclusione di Tucidide, lo storico aristocratico ma esiliato dall'Atene del quinto secolo avanti Cristo: «Il segreto della felicità è la libertà».

E credono di trovarne le prove nei loro dati. Da un lato c'è quella che chiamano «la legge dei rendimenti calanti», ossia l'assuefazione: una volta risolto il problema della sussistenza e raggiunto un certo benessere materiale, l'aumento del reddito contribuisce via via sempre di meno a quella strana condizione che chiamiamo «felicità». Insomma i soldi non fanno, o non farebbero, la felicità. Dirlo suona banale o peggio ipocrita, eppure gli autori ne indicano un riscontro nell'evoluzione della galassia dei Paesi dell'ex blocco sovietico da quando è caduto il comunismo. Il collasso del sistema ha creato crisi economica e catastrofi sociali ovunque oltre l'ex cortina di ferro, ma l'aprirsi di nuove possibilità di scelta ha avuto lo stesso un effetto psicologico benefico sulle persone. Non è un caso se i Paesi che nello studio mostrano il coefficiente più elevato di «felicità» sono Moldova (2.52), Romania (2.44), Bulgaria (2.40). Osservano Foa e soci: «Negli anni dopo l'81 la Russia ha vissuto una liberalizzazione politica e un trauma economico. Mentre i livelli di felicità personale salivano, quelli di soddisfazione (materiale, ndr) nella vita cadevano bruscamente».

Altro esempio simile è quello degli ungheresi, meno soddisfatti del loro tenore di vita ma più «felici», mentre la Bielorussia sembra la riprova all'opposto: con la Serbia, è l'unico Paese ex socialista in cui coloro che si dichiarano «molto felici» non aumentano. Ma il governo di Minsk è anche l'unico rimasto una dittatura totalitaria. Insomma se i soldi non fanno la felicità globale, questa sarebbe favorita da quelle che Foa e colleghi chiamano «istituzioni»: democrazia, Stato di diritto, tolleranza. Poco importa se queste siano garantite da una socialdemocrazia alla scandinava o dal superliberismo all'australiana. «Lasciate alla propria autodeterminazione, le persone sono perfettamente capaci di organizzare la propria felicità», concludono gli autori. Essa sarebbe insomma sinonimo di possibilità di scelta, di espressione e di affermazione anche per le minoranze etniche o sessuali. Ovvio che le disuguaglianze sociali complicano gli equilibri comunque.

Ma non stupisce se nella World Value Survey la Cina iper-autoritaria emerge con uno dei maggiori cali al mondo nella quota dei cittadini che si dicono «molto felici», anche dopo vent'anni di crescita economica a doppia cifra. Né meraviglia che dopo otto anni di Vladimir Putin i russi siano più «soddisfatti della vita», ma meno «felici», che ai tempi disastrati di Boris Eltsin. Perché la sfida è qui: dagli anni '80 in poi, l'Occidente era riuscito almeno a essere (a volte) credibile nel produrre libertà. A patto, ovviamente, che il crollo dell'icona di Fuld, con il ritorno del paternalismo di Stato in Occidente, non porti anche effetti collaterali indesiderati.

Via | corriere

18 ott 2008

Peter Thiel - Paypal -


Genio degli scacchi fin da bambino, Peter Thiel, 40 anni, è stato inserito da Forbes nella classifica dei Tech Titans, i miliardari che hanno fatto i soldi grazie alla tecnologia.
Ha un patrimonio di 1.5 miliardi di dollari ed è diventato famoso grazie a Paypal: il conto su internet che permette di comprare in rete senza rivelare i codici della propria carta di credito, che ha inventato nel 2000.
E che ne 2002 ha venduto a eBay per 1,5 miliardi di dollari, tenendo per sé il 3,7% delle azioni, che sono rapidamente passate da un valori di partenza di 50 milioni ai 2 miliardi di oggi.
Anche se Thiel deve la sua fama a internet, è la finanza il settore che gli ha garantito maggiori guadagnki, e in cui ancora oggi è attivo. Dopo aver fondato Thiel Capital Management nel 1996, un fondo multi strategico, ha utilizzato i soldi derivanti dalla vendita di paypal per rilanciarlo come hedge fund nel 2002, anticipando ancora una volta le mosse del mercato. Questo fondo di nome Clarium oggi gestisce un portafoglio di 6 miliardi dui dollari che produce ritorni annuali del 45%, secondo solo a Warren Buffet, il guru della finanza mondiale.
La sua capacità di prevedere che cosa funzionerà e investirci i soldi, è dimostrata dal fatto che Thiel è stato il primo a finanziare Facebook, oggi uno dei siti più trafficati al mondo, e LinkedIn, il sito di social networking riservato ai giovani ( e non) che contano.

Membro del Young Global Leader, associazione giovanile del World economic forum, è molto attivo nella filantropia, soprattutto verso le ricerche mediche e biologiche, e nel campo culturale: oltre ad aver scritto libri che testimoniavano il razzismo negli Usa, ha anche prodotto il film "Thank you for smoking", film irriverente contro le lobby, costato 6 milioni, ne ha guadagnato 50. (Ps. assolutamente da vedere!).

Complimenti davvero!

17 ott 2008

Pizza, pasta ...


Mafia, la conquista dell'America
Dai boss del porto al latinista devoto: storia di tre generazioni di criminali



Al primo sguardo, questo libro sembra un film che abbiamo tutti già visto. Sembra Fronte del porto, con la meravigliosa faccia da schiaffi di un giovane Marlon Brando che dapprima si inchina, poi si ribella alle leggi non scritte che fanno dei docks di New York il regno del racket di uomini, dei portuali le complici vittime di un sistema di intimidazione, di omertà, di violenza. O sembra Il padrino, con la faccia dello stesso Brando avvizzita dagli anni e impietrita dai doveri, la maschera di un'«onorata società » che fieramente rivendica i propri istinti, le proprie regole, i propri valori: passione per la famiglia, rispetto della parola data, vigore nel rendere il colpo.

Ma appunto, quello di Salvatore Lupo non è un film, è un libro, anche se ha un titolo degno di Sergio Leone: Quando la mafia trovò l'America (Einaudi). Ed è un grande libro, che per la prima volta racconta — con gli attrezzi del più solido mestiere storiografico — oltre un secolo di «intreccio intercontinentale»: la vicenda della mafia italo-americana come fenomeno impossibile da capire senza un andirivieni perpetuo fra la costa occidentale della Sicilia e la costa orientale degli Stati Uniti, Palermo e New York, Castellammare del Golfo e Little Italy. Una storia da scrivere salendo e scendendo dalle navi, spiando in ogni loro viaggio i Masseria e i Terranova, i Luciano e i Gambino, i Mangano e gli Inzerillo... Il lettore lo avrà intuito: Lupo rigetta il vecchio argomento liberal secondo cui la mafia siciliana sarebbe un mito negativo, una leggenda nera inventata dagli americani anglosassoni per denigrare gli immigrati italiani. Così pure, Lupo rigetta il più aggiornato argomento cultural secondo cui la mafia siciliana si ridurrebbe a un codice condiviso, sarebbe il modo di funzionare di un'intera società imperniata sulla parentela e sulla clientela. Né sociologo né antropologo, Lupo ragiona in modo diverso: da storico. Per lui, studiare la mafia significa ricostruire biografie, rintracciare itinerari, ritrovare tradizioni; ma soprattutto significa riconoscere network, cioè reti umane. In dialetto siciliano, la parola «cosca» non indica forse un recipiente fatto di corde intrecciate?

La prima ondata mafiosa di cui Lupo scrive la storia è quella degli isolani che sbarcarono in America a cavallo del 1900, e fecero fortuna con il racket dei prodotti tipici della loro terra, agrumi, sardine, olio d'oliva. Un poliziotto newyorkese di origini italiane, Joe Petrosino, non tardò molto a scoprire lo schema ternario sul quale la criminalità organizzata fondava il dominio sui traffici: fase uno, minaccia dell'estorsione; fase due, entrata in scena di un mediatore all'apparenza neutrale; fase tre, stipula del contratto di protezione. Ma Petrosino pagò rapidamente anche il prezzo della sua acutezza di sguardo: giunto a Palermo per indagare sul retroterra siciliano dei boss di New York, fu ucciso a colpi di pistola il 12 marzo 1909. La seconda ondata di mafiosi giunse in America all'indomani della Grande guerra, e fece fortuna negli anni Venti grazie alle opportunità illegali offerte dal proibizionismo. Tra spaccio di alcolici e gioco d'azzardo, fu quella l'età dell'oro per personaggi il cui nome stesso — una volta americanizzato, e associato all'italianissimo cognome — diceva di un destino intercontinentale: Vincent Mangano, Charles Gambino, Joe Bonanno, Lucky Luciano.

Meno potenti dei boss ebrei nel traffico degli alcolici e nella gestione delle bische, i siciliani tennero testa agli irlandesi lungo i docks di New York, nel controllo sulla quotidiana «chiamata » di decine di migliaia di portuali. Se i moli del Lower East Side costituivano da tempo il regno di Luciano, i moli di Brooklyn divennero terra di conquista per Mangano, in un groviglio inestricabile di bande sindacalizzate, uomini di mano, coperture politiche. Mangano era originario della piccola Castellammare, al pari di Bonanno e di un altro capomafia che il volume di Lupo consegna alla storia: Salvatore Maranzano, misteriosa e stupefacente figura di boss che nel giro di pochi anni, tra il 1925 e il '31, riuscì a costruirsi nella grande New York un impero tanto criminale quanto diversificato. In teoria, Maranzano vendeva pesce da un lussuoso ufficio di Park Avenue. In pratica, Maranzano era dovunque la mafia avesse modo di prosperare, nell'immigrazione clandestina, nel gioco del lotto, nelle lavanderie a gettone, nelle pompe funebri, ogni volta vendendo protezione agli imprenditori minacciati dai suoi stessi sicari. Il tutto da devotissimo uomo di chiesa, facendo gran sfoggio di croci o di rosari, ed esprimendosi in latino meglio di un seminarista. Finché Maranzano non mise gli occhi sui moli del Fish Market controllati da Luciano, e venne puntualmente freddato tra le false dorature dell'ufficio di Park Avenue, per opera di un commando di ebrei travestiti da poliziotti.

L'età dell'oro della mafia siciliana a New York si esaurì nei primi anni Trenta, quando una nuova leadership politico-giudiziaria — quella dei Roosevelt, dei La Guardia, dei Dewey — riconobbe nella lotta contro la criminalità organizzata un formidabile strumento di conquista del consenso. Si inaugurò allora il terzo capitolo di una storia che Lupo ha la pazienza di seguire per mezzo secolo ancora, traversando le alterne vicende della Seconda guerra mondiale, del separatismo siciliano, del contrasto alla mafia in età kennediana, del narcotraffico corleonese su scala planetaria, sino ai fasti giudiziari degli anni Ottanta: quando l'acribia di magistrati come il newyorkese Rudolph Giuliani e il palermitano Giovanni Falcone provocò la caduta e la condanna, sulle due sponde dell'Atlantico, dei boss vecchi e dei nuovi, Bonanno e Gotti, Gambino e Inzerillo, Badalamenti e Buscetta.

Trent'anni prima, il 2 maggio 1957, il salone di coiffure di un albergo di New York era stato il teatro dell'esecuzione sommaria di un capomafia temutissimo: Albert Anastasia, che fin dai tempi del proibizionismo si era fatto strada da killer sul fronte dei docks. Il calabrese Anastasia aveva sempre goduto di appoggi presso l'establishment democratico newyorkese. Ma la cosa che più colpisce di lui è il network familiare sul quale aveva edificato le proprie fortune di boss: un suo fratello faceva il leader sindacale degli scaricatori, un altro fratello faceva il prete. Sono tre personaggi che sembrerebbero tratti — pari pari — dal film di Elia Kazan che aveva trionfato a Hollywood nel '54, Fronte del porto. Salvo che la storia vera degli Anastasia non registrò affatto la virtuosa ribellione di un Marlon Brando. Non contemplò neppure alla lontana la possibilità di un lieto fine.

via | corriere
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13 ott 2008

Yuppies!


Ho sentito per la prima volta la parola «yuppie » nell'83, quando vivevo nell'East Village. Allora dividevo un appartamento con il mio miglior amico, scrivevo il primo romanzo e mi guadagnavo da vivere come lettore di dattiloscritti a Random House. Mi stavo godendo una prima colazione a mezzogiorno, da Veselka, sulla Second Avenue, ancora in preda alla sbornia della notte prima (...). In precedenza, mi fermavo da Binibon, ma proprio sul marciapiede Jack Henry Abbott aveva pugnalato il cameriere-drammaturgo Richard Adan e dopo il fattaccio il locale era stato chiuso per mancanza di avventori. Seduto accanto a me al bancone c'era un pittore, che viveva nel quartiere e amava pavoneggiarsi con gli abiti schizzati di vernice, e a un tratto l'ho sentito borbottare, «Yuppie di merda ». Ho alzato lo sguardo e ho visto una giovane coppia elegante, ovviamente di buona famiglia, del tipo preppy per intenderci, che aspettava che si liberasse un tavolo. I due ragazzi sembravano provenire dai quartieri alti dell'Upper East Side, pantaloni cachi e camicia di cotone. Noi invece eravamo tutti uniformemente anticonformisti nei nostri jeans neri, Ramones nere ai piedi e T-shirt con i logo delle TV. (...) Questo «yuppie» mi suonava nuovo.

Pare che il termine sia apparso per la prima volta nel 1983, quando l'opinionista Bob Greene scrisse un articolo sull'ex leader yippie Jerry Rubin, che organizzava incontri sociali allo Studio 54. In quel giro, a detta di Greene, c'era un tale che giurava che Rubin, da capo degli yippie, era diventato capo degli yuppies. Il neologismo stava per Young Urban Professionals (giovani professionisti metropolitani) e sarebbe passato alla storia come yup, se non fosse stato per Rubin. Il termine yuppie suggeriva una certa traiettoria evolutiva — o involutiva — rispetto a hippie e yippie. E vantava una storia avvincente: la duplice ironia del perditempo rivoluzionario che si trasforma in imprenditore e capitalista convinto; sullo sfondo, un'atmosfera fascinosa screziata di fatuo edonismo, per non parlare dell'acronimo arguto, che descriveva a puntino una nuova minoranza immediatamente riconoscibile(...).

Il tono con cui si pronunciava la parola yuppie sulla East Fifth Street si caricava progressivamente di odio e disprezzo man mano che i prezzi immobiliari nell'East Village schizzavano verso l'alto. Nel corso di decenni di relativa stabilità, la zona era diventata il bastione degli immigrati dall'Europa orientale e dei giovani artisti. È facile dimenticare, a distanza di tanto tempo, che questa era anche una zona di guerra, dove scippi e stupri erano all'ordine del giorno e non facevano nemmeno più notizia. Gli Hells Angels imperversavano sulla East Third Street, e al calar della notte si andava a est della Second Avenue a proprio rischio e pericolo. I poliziotti non ci mettevano piede. La East Tenth, oltre la Avenue A, era un supermercato della droga, con spacciatori minorenni che sgattaiolavano dentro e fuori da palazzi fatiscenti. In realtà, vasti settori della città erano invasi dalla sporcizia e in mano alla criminalità. Persino il West Village era assai deprimente in confronto a oggi e a Times Square regnava uno squallore spettacolare. Andate a rivedere Taxi driver o The French Connection se volete rivivere l'atmosfera di queste zone, allora ridotte a un deserto urbano.

Ma non si trattava solo di estetica. A quei tempi New York era una città, nel complesso, molto più provinciale di oggi, suddivisa a seconda dell'etnia e del ceto sociale. A Little Italy abitavano in preponderanza gli italiani, mentre l'East Village contava per lo più ucraini. I ricchi Wasp (bianchi anglosassoni protestanti) vivevano invece nell'Upper East Side, a ovest della Third Avenue, e Harlem, ovvio, era al 99 percento nera. Molti bianchi avevano il terrore mortale di appisolarsi in metropolitana e di svegliarsi in corrispondenza della 145a Strada. La classe media bianca defluiva poco a poco dalla metropoli, dove imperversava la criminalità e l'eroina dilagava come un'epidemia (...). Questa era la Manhattan prima dell'arrivo degli yuppies, una città, oserei dire, alla disperata ricerca di riscatto e di rilancio (...).

Reagan spiana la strada agli yuppies
Il mondo artistico dell'East Village, inaugurato dall'apertura della Fun Gallery di Patti Astor nel 1981, era già lanciato alla grande per la fine dell'83. Le gallerie attiravano i clienti danarosi, ovviamente disprezzati proprio dagli artisti dell'ambiente. Gli yuppies, appena identificati come tali, incarnarono subito la principale contraddizione del settore artistico, che oggi diamo quasi per scontata: sono proprio gli esponenti della borghesia i consumatori finali di tutto quello che l'arte produce al fine di épater la bourgeoisie.

Basquiat certo non vendeva le sue tele da cinquantamila dollari agli amici tossicodipendenti.
Sin dall'inizio, si percepiva una certa confusione soggetto/oggetto nel concetto di yuppie, quasi una riflessione sul fenomeno, del tipo «abbiamo conosciuto il nemico ed è dentro di noi». A parte gli occupanti abusivi del centro città, era difficile talvolta trovare un abitante di Manhattan che non avesse adottato il nuovo stile di vita in qualche sua sfumatura. L'iscrizione alla palestra ti qualificava come yuppie? E sniffare cocaina? O mangiare pesce cru do? Quando ho sentito un agente cinematografico che scagliava sprezzante quell'epiteto contro un gruppo di banchieri all'Odeon, mi sono chiesto che fine avessero fatto i classici oggetti di lancio, quali pentole e piatti.

A livello nazionale, il terreno era stato preparato dall'elezione di Ronald Reagan alla presidenza, l'ex attore con il sorriso Colgate accompagnato dall'imperiosa Nancy, sua moglie. La signora Reagan sborsò 25.000 dollari per il guardaroba dell'inaugurazione, mentre per rinnovare gli arredi dell'appartamento presidenziale alla Casa Bianca non esitò a spendere 800.000 dollari. Pare che a quei tempi fossero un sacco di soldi, a giudicare dallo stupore con cui la cifra passava di bocca in bocca. Per il servizio di porcellana, la fattura fu di 209.508 dollari, che sembrano tanti ancora oggi. Che lusso! Dopo gli anni di Jimmy Carter, che compiangeva il malessere nazionale e ci raccomandava di ridimensionare le aspettative e trasportare da soli le nostre valigie, i Reagan irruppero sulla scena come fautori inconsapevoli della bella vita. I consumi sfrenati erano una buona cosa. In America era spuntato finalmente il sole, secondo Reagan, quasi a voler dire che gli anni Sessanta erano davvero finiti.

All'epoca non lo sapevamo, ma la nascita della nuova specie potrebbe risalire al 22 settembre del 1982, con la prima puntata di Family Ties (in Italia «Casa Keaton ») e l'apparizione di Michael J. Fox nei panni di Alex Keaton, il giovane repubblicano con la ventiquattrore in mano. A ripensarci, sì, Keaton era proprio il proto-yuppie. Nato in Africa da genitori hippie impegnati in interventi umanitari, Keaton porta la cravatta anche in casa, adora la ricchezza, il successo negli affari, Ronald Reagan, e sogna di far carriera a Wall Street. La serie conobbe sette stagioni, dall'82 all'89, e illustrò una strana inversione culturale in cui una nuova generazione conservatrice accantonava tutti i valori liberali dei padri. Gli ideatori della serie, invece, intendevano focalizzare l'attenzione sui genitori, ma il giovane repubblicano ben presto si accaparrò le luci della ribalta. Se sulle prime Keaton poteva apparire un'anomalia, nel giro di brevissimo tempo si trasformò nell'avatar dello Zeitgeist.
«Chi sono tutti questi tipi ambiziosi, con le bottigliette d'acqua firmata, scarpette da corsa, parquet anticato e appartamenti da mezzo milione di dollari in quartieri degradati?» chiedeva la rivista Time il 9 gennaio del 1984. «Gli yuppies», ci veniva spiegato, «si dedicano al duplice obiettivo di fare un mucchio di soldi e di raggiungere la perfezione, grazie alla cura del fisico e della mente, con palestra e psicoanalisi»

La cocaina, droga simbolo di un'epoca
Come gli hippie, gli yuppies erano anch'essi figli del dopoguerra, pronti a ribellarsi contro i genitori. Ma gli yuppies non rifiutavano tanto la politica dei padri, quanto i loro gusti e le restrizioni finanziarie. Gli yuppies erano apolitici. Vivere nelle metropoli, per loro una condizione essenziale, era forse la reazione alle periferie, dove molti erano cresciuti. L'epicureismo di cui andavano fieri rinnegava probabilmente i cibi pronti, in scatola o surgelati, della loro infanzia. E in quanto ad ambizioni, beh, le Bmw e i loft da 450 metri quadrati non costavano certo poco, nemmeno nel 1984. Ma ovviamente si trattava di ben altro, malgrado le caricature, poiché l'etica del far sempre di più e sempre meglio si estendeva anche al campo fisico. Sembra incredibile, ma nel 1979 c'erano davvero pochissime palestre a Manhattan.

Il mio primo romanzo, Le mille luci di New York, fu pubblicato nel settembre del 1984, anche se ambientato qualche anno prima, in una New York più sporca e meno ricca. Quale non fu la mia sorpresa quando il Wall Street Journal mi definì portavoce degli yuppies. Il protagonista del romanzo è un anonimo impiegato e aspirante scrittore sempre sull'orlo della povertà, ma se non vado errato non mangia pesce crudo. Il suo miglior amico, Tad Allagash, è più simile a uno yuppie, un pubblicitario con accesso a tutti i posti giusti, un ragazzo dei quartieri alti che bazzica anche in quelli bassi. E i due insieme sniffano cocaina, conosciuta come «Polvere boliviana per la marcia», che sarebbe diventata la droga emblematica degli anni Ottanta, come l'Lsd lo era stato per i Sessanta.

Per un breve periodo, la cocaina era parsa la droga perfetta per i giovani brillanti e ambiziosi. Tutti sapevano che l'eroina provoca assuefazione e che le anfetamine uccidono, ma la cocaina sembrava innocua. Ti aiutava a star sveglio di notte, e anche il giorno dopo, e se ti sentivi un po' giù, ti rimetteva in sesto meglio di un caffè doppio. Un amico mi fece notare nel Village Voice l'annuncio di un'associazione chiamata Cocaina Anonimi. La scoperta provocò grande ilarità. Era come se ci fossimo imbattuti in una pubblicità per Soldi Anonimi, o Caviale Anonimi. (A quei tempi, l'idea dei sessodipendenti ci avrebbe fatto stramazzare a terra dalle risate). Semplicemente, non credevamo fosse possibile esagerare con una sostanza talmente congeniale. In parte, questo dipendeva dalle nostre limitate risorse, dato che tutti gli amici del mio giro lavoravano nel campo artistico ed editoriale, assai poco remunerativo. Non potevamo permetterci quantità esagerate. Ma anche chi poteva, pensava di aver scoperto il segreto del moto perpetuo. A causare la morte di John Belushi, nel 1982, era stata l'eroina, ci ripetevamo, non la cocaina, anch'essa presente nella tremenda miscela che gli aveva stroncato il cuore.

Sarebbe trascorso quasi l'intero decennio prima di renderci conto che anche con la cocaina c'era un limite. Per qualche motivo, eravamo sicuri che non ci sarebbero stati conti in sospeso da pagare.
E all'improvviso, la coca era dappertutto: a Wall Street, Madison Avenue, Seventh Avenue.
La coca è stata la metafora perfetta per la cultura del consumo incontrollato, una cultura fondata sul credito e convinta che sia possibile rimandare all'infinito ogni conseguenza spiacevole. La cocaina è letteralmente un cane che si morde la coda: in nessun momento si raggiunge mai la pienezza, la realizzazione, in rapporto al consumo dell'esatto numero di righe. La soddisfazione è sempre dietro l'angolo, una riga più avanti. Ed è stato così che molti di noi hanno imparato che tutto quello che va su, prima o poi torna giù, una lezione ribadita il 19 ottobre del 1987, con il tonfo della Borsa americana dopo un lungo periodo di rialzi pazzeschi.

Qualche mese dopo quel Lunedì Nero, Newsweek dichiarò che gli yuppies erano ormai estinti e da allora vari commentatori ne hanno stilato il necrologio. Il più sconvolgente è stato un romanzo dal titolo American Psycho, pubblicato nel 1991 da Bret Easton Ellis, in cui il commiato al materialismo di quell'era è talmente esauriente da apparire definitivo. Patrick Bateman è il super- yuppie, con in più l'hobby della tortura e del delitto. I suoi gusti sono impeccabili, e il buon gusto è appunto prerogativa di questa specie.

Se qualcuno chiede, come ha fatto di recente mio figlio, «Che cos'è uno yuppie?», basta gettare uno sguardo a Bateman: «Ho sudato come un pazzo in palestra dopo aver lasciato l'ufficio, ma la tensione è tornata, allora faccio 90 addominali, 150 piegamenti e poi corsa sul posto per venti minuti mentre ascolto il nuovo cd di Huey Lewis. Una doccia calda e subito dopo applico sul viso il nuovo scrub dermolevigante Caswell-Massey e spalmo sul corpo il tonificante Greune, poi l'idratante Lubriderm e per finire la crema addolcente per il viso Neutrogena. Sono in dubbio tra due completi: giacca-pantaloni in crepe di lana Bill Robinson comprato da Saks, con la camicia di cotone stampato Charivari e la cravatta Armani. Oppure giacca sportiva in lana e cashmere a quadri blu, camicia di cotone e pantaloni di lana con la piega Alexander Julian, con una cravatta Bill Blass di seta a pois».

Gli yuppies di oggi
Con Patrick Bateman, Ellis aveva creato il gemello malvagio di Alex Keaton, ormai adulto, l'uomo che crede di più a un completo Armani che alla persona che lo indossa. Fusioni e acquisizioni? Omicidi ed esecuzioni? Facili da confondere, come lo sono gli amici, amanti, colleghi e vittime di Patrick, tutti pressoché intercambiabili.

Per quanto il termine richiami alla mente gli anni Ottanta, lo yuppie non è stato ancora consegnato alla storia. Nel 2000, David Brooks ha cercato di raffinare il concetto, creando il «bobo» (bourgeois bohémien) per descrivere un consumatore presumibilmente più illuminato, capace di abbinare agli interessi personali degli anni Ottanta l'idealismo liberale di un'era precedente; i riferimenti agli yuppies stanno a indicare invece una sottospecie più grezza. Nel frattempo, dall'albero genealogico della famiglia yuppie è spuntato un nuovo ramo, l'hipster. Gli hipster sono convinti di essere gli anti-yuppies per eccellenza. A differenza dei loro antenati, non vogliono farsi conoscere per la professione o l'ambizione, bensì per l'indifferenza verso entrambe. In questo sottogruppo, il culto della competenza e del buon gusto è ancor più esasperato. Il loro codice, illustrato con sferzante ironia nel Manuale dell'hipster da Robert Lanham, pubblicato nel 2003, è fondamentalmente elitista e in controtendenza rispetto alla moda. Il consumismo hipster ha valorizzato tutto ciò che è alternativo e autonomo, scartando le marche predilette dagli yuppies a favore delle proprie. Allora ecco ricomparire le vecchie magliette, a rimpiazzare le camicie eleganti Turnbull Asser da portare con il colletto aperto, e la birra Pabst Blue Ribbon ha scavalcato lo chardonnay. Ma alla fine, che vi piaccia o meno Starbucks, una società in cui veniamo identificati per la scelta dei jeans e del caffè rispecchia molto di più Alex Keaton che Abbie Hoffman (...).

Esiste ancora probabilmente qualche manipolo di operai sindacalizzati a Brooklyn e nel Queens, che tracannano birra e se la ridono di chiunque frequenti una palestra o vada a chiedere un caffè in un locale che non sia la latteria dell'angolo, ma in generale la cultura yuppie si è tramutata nella cultura comune, se non nella realtà, quanto meno nelle intenzioni. I baccelli degli alieni hanno invaso il mondo. L'ideale della raffinatezza, la venerazione delle grandi marche e dei capi griffati, il culto della perfezione fisica attraverso ginnastica e chirurgia, vi sembrano forse le pittoresche abitudini di un clan ormai estinto?

corriere

11 ott 2008

The president



Nella classifica dei dieci lavori più pagati, forse abbiamo trascurato una “professione”: presiedere alla Casa Bianca! Che vinca Obama o che vinca Mc Cain, infatti, il contratto di lavoro del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America oltre ad oneri e impegni gravosi, promette anche incassi a vita davvero molto allettanti!

Il presidente degli Stati Uniti all’inizio del suo mandato quadriennale, cioè a partire dal 20 gennaio successivo alla data delle elezioni, riceverà un guadagno forfettario di 400 mila dollari all’anno, corrisposti mensilmente, più un ulteriore rimborso di 50 mila dollari per le spese relative ai suoi doveri ufficiali. Il compenso non può essere cambiato prima dello scadere del mandato.
Quanto all’aspetto pensione, il presidente inizia a riceverla a partire dal giorno in cui termina il suo mandato. L’importo è variabile, ma attualmente si aggira intorno ai 160 mila dollari all’anno. L’ex presidente, inoltre, riceve anche 96 mila dollari extra all’anno per mantenere il suo staff personale, può occupare gratuitamente qualunque ufficio scelga sul territorio degli Stati Uniti. Se lo desidera, un ex presidente e signora possono avere la protezione del servizio di sicurezza per dieci anni dopo la fine del mandato.
Se si tocca il tasto vacanze, scopriamo invece che il presidente può concedersi tutti i giorni liberi che desidera, e che questi vengono considerati come ferie lavorative. Osservando l’operato degli ex presidenti vediamo che George W. Bush ha usufruito in media di 98 giorni liberi all’anno, Clinton di 19 giorni, George H.W. Bush di 135 giorni, Reagan 41 e Carter 19.
E ora non ci resta che augurare buon lavoro al futuro presidente!

via | myluxury

7 ott 2008

Loyalty Marketing


Creare valore attraverso le relazioni



Oggi l'impresa crea valore passando dall'ottica della "singola transazione" orientata a generare vendite nel breve periodo - all'ottica di "relazione", focalizzata a un rapporto di condivisione e scambio nel più lungo periodo. La creazione di valore avviene in tre ambiti, documentati nel libro: nel rapporto tra impresa e consumatore finale; nella collaborazione tra industria e distribuzione per attività di marketing integrate; nei rapporti tra imprese e settori diversi con il crescente numero di fenomeni di partnership e coalizioni.

Destinato ai manager di aziende industriali, commerciali e di servizi il libro permette di valutare le opportunità offerte dallo sviluppo di relazioni durature e di adottare strumenti operativi efficaci.

lo trovi QUI

5 ott 2008

L'abilità di fare carriera


"Ci sono modi migliori di fare carriera!"


Chi è che fa carriera? Non c’è lavoratore che una volta o l’altra non sia posto questa domanda –ma come ha fatto a fare carriera quello lì?– ragionando sui motivi della promozione di un collega, o riflettendo sulle lacune dei dirigenti.



Lucido ma scanzonato ecco un pensiero sulla carriera da leggere:

C’è di mezzo ovviamente, da parte di chi critica ‘dal basso’, l’invidia ed il rifiuto di ammettere i propri limiti. Ma resta vero che non sempre fa carriera il più meritevole o il più bravo. Non sempre fa carriera né la persona più dotata di conoscenze professionali, né la persona più capace di innovare, indirizzare, creare ricchezza, gestire gli uomini.

Si può sostenere che la capacità di fare carriera è una abilità, una attitudine individuale, una skill. Un qualcosa che rende una persona diversa dall’altra. A parità di altre capacità, c’è chi possiede la capacità di fare carriera, e chi no.

E si può sostenere anche che si tratta di una capacità ‘laterale’, ‘residuale’, e cioè una capacità che cresce indistintamente in contesti culturali diversi, e che accomuna tra loro persone diversissime per atteggiamenti e competenze.

È un capacità che, probabilmente, può essere coltivata. Ma sopratutto sembra essere una capacità che si sviluppa come reazione del soggetto all’assenza di altre capacità distintive. Per dirla altrimenti: una capacità che non di rado possiedono –riescono a sviluppare– proprio coloro che meno dispongono di altre capacità. Una sorta di compensazione, di auto–risarcimento.

Come a dire: ‘non riconoscendomi doti particolari, doti che mi permetterebbero di distinguermi dagli altri, dovrò far ricorso allo sfruttamento delle circostanze, dovrò capitalizzare ogni piccola opportunità di mettermi in mostra, dovrò sgomitare’. Mentre all’opposto accade che ci ha la consapevolezza di avere dei talenti, delle capacità, dei meriti, tenda ad aspettarsi che il proprio valore venga riconosciuto dagli altri, e perciò ‘si dà meno da fare’.

Il lettore dirà: l’attenzione smodata alla propria carriera si manifesta in persone dotate, assolutamente in grado di affermarsi a partire dai propri talenti. È vero, ma questa verità non sconferma la tesi che qui sosteniamo. Il fatto è che con i propri talenti è difficile convivere. Impostare su questi la propria affermazione è oneroso. I talenti esigono lavoro, vanno coltivati, fatti fruttare. E poi vanno imposti in un contesto presumibilmente dominato da persone prive di talenti, che appunto costruiscono la propria affermazione sull’autoconvinzione che i talenti non sono necessari per affermarsi. Chi è dotato di talenti troverà così comodo o rintanarsi nel suo cantuccio, rinunciando ad entrare in competizione, alimentando il proprio equilibrio attraverso la lamentela: ‘sono qui nell’angolo perché nessuno capisce il mio valore’. Oppure troverà comodo accettare le regole del facile gioco dell’atteggiamento arrogante: la moneta cattiva scaccia quella buona, i talenti resteranno nel cassetto, e la gara si giocherà attorno alla capacità di sgomitare e di mettere in cattiva luce l’altro.

È così che spesso chi è meno dotato prevale – e se è il dotato che prevale, prevale non in base alle sue doti, ma solo perché ha usato gli stessi strumenti di affermazione che avrebbe usato il meno dotato. Entrambi fanno ricorso ad un atteggiamento caratteriale che gli antichi greci chiamavano hybris. Potremmo tradurre ‘arroganza del potere’, una forma particolare di cinismo implicitamente violento e oltraggioso che spinge a non rispettare gli altri e a non preoccuparsi del contesto, badando solo a se stessi.

Consolazione, e motivo di riflessione, potremo trovare nel giudizio negativo che la cultura dell’antica Grecia riserva all’hybris. L’orgogliosa tracotanza che porta l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna, è immancabilmente punita dagli dèi. All’hybris corrisponde sempre una nemesi. Nemesi è la personificazione della giustizia politico–sociale, fatale punitrice dell’egocentrismo e dell’arroganza del potere. La nemesi non si fonda su ragionamenti morali –nessuno può imporci di essere ‘buoni’ e ‘rispettosi degli altri’–. Si fonda, invece, su ragioni che oggi potremmo definire ‘ecologiche’. Se aggredisco l’ambiente, l’ambiente si ribella, e si innesca la spirale perversa del disordine, dell’inquinamento, fino al punto che l’ambiente diventa invivibile. Allo stesso modo: se aggredisco l’ambiente sociale il mio personale dominio, l’ambiente sociale si ribella; sarò capo, ma non godrò mai di un vero consenso, non sarò mai veramente riconosciuto come capo.

Chi si chiede ‘come ha fatto a diventare capo quello lì’ potrà trovare dunque conforto in questo pensiero: gli dèi dell’organizzazione vegliano su di noi. Nessuna organizzazione sopporta passivamente un tasso eccessivo di arroganza e di ingiustizia.


via | Bloom

4 ott 2008

The fabulous life of: Andrey Melnichenko


Avere una moglie con un passato da miss Jugoslavia e possedere la Mdm, la più importante banca d’affari russa, oltre a una sfilza di società che fanno affari in qualunque angolo del globo, evidententemente non gli bastava più. Andrey Melnichenko, 36 anni, numero 158 nella classifica dei più ricchi del pianeta compilata da Forbes, questa volta ha deciso di fare sul serio.



E per sfidare Abramovich e gli altri miliardari russi nella corsa, se non al prestigio, almeno al lusso sfrenato, ha investito 200 milioni di dollari in una barca da capogiro. L’ha battezzata «A», in omaggio alla moglie Aleksandra, ma il nome minimalista non deve trarre in inganno. È un vero e proprio cinque stelle del mare, con un sistema difensivo degno di una portaerei. La linea aggressiva, scarabocchiata su un foglio da Philippe Starck e tradotta in realtà dai cantieri di Blohm and Voss, ricorda molto da vicino il profilo della Bismarck, la nave da battaglia che fu l’orgoglio della flotta nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.

«La velocità di crociera è di venticinque nodi - spiega un portavoce di Melnichenko - E viaggia senza creare il minimo moto ondoso». Anche le paratie in argento, che a prima vista potrebbero avere un non so che di poetico, sono in realtà un sofisticato sistema antipirateria. Casomai qualche disgraziato bucaniere, non abbastanza intimorito dall’esercito di bodyguard, dall’allarme satellitare, e dal sistema di telecamere a circuito chiuso, provasse a disturbare una crociera. Altro dettaglio tecnico da non sottovalutare è la prua, munita di rompighiaccio per le traversate polari.

Quanto al comfort, Melnichenko non si è fatto mancare veramente nulla. A cominciare dal serbatoio che ha un’autonomia di 6500 miglia nautiche. Per capirci: permette di farsi Londra-Cape Town senza la scocciatura di fermarsi a fare gasolio. Inoltre una super-piattaforma consente al suo elicottero privato di decollare e atterrare a bordo, anche in pieno Oceano Atlantico, casomai qualche impegno di lavoro lo costringesse a ritardare la partenza. O peggio, a dover mollare gli amici durante il week end. Un’evenienza che avrebbe il sapore della beffa. Possibile che il legittimo proprietario non possa godersi in santa pace le tre piscine della nave, decappottabili a seconda delle condizioni atmosferiche e programmabili con l’effetto onda? Per non parlare del garage per i motoscafi e le moto d’acqua, che all’occorrenza si trasforma in discoteca-acquario.

A mantenere tutto in perfetta efficienza ci pensano i 37 uomini dell’equipaggio, che vivono a bordo e che si occupano di tutti i dettagli: dalla pulizia delle 6 cabine, in cui la coppia può ospitare fino a 15 amici e familiari, ai locali destinati ai più stretti collaboratori di Melnichenko. Ebbene sì, a un vero oligarca può capitare di lavorare anche dallo yacht. Anche se, terminata la riunione del pomeriggio, può riposarsi in tutta tranquillità sul letto matrimoniale girevole, che consente di godersi il tramonto sorseggiando un Daiquiri, qualunque sia la rotta prescelta. Una specie di girasole elettronico. «È lo yacht più straordinario varato negli ultimi tempi» assicura David Pelly di Boat International, la rivista conosciuta con il soprannome di «Bibbia mondiale dei superyacht». Più che un giocattolino, per Melnichenko, abituato a concedersi piaceri molto più effimeri.

Per il suo matrimonio con la bella Aleksandra, nel 2005, staccò un assegno da un milione e mezzo di dollari nelle mani di Christina Aguilera, ben contenta di esibirsi per gli invitati. Una goccia nel mare di dollari spesi per organizzare la cerimonia: 35 o su di lì. Smontare mattone per mattone una graziosa chiesetta ortodossa delle campagne moscovite, e rimontarla come fosse fatta di Lego in un giardino della Costa Azzurra, ha i suoi costi, è ovvio. Ma evidentemente Melnichenko non ha di questi problemi. Tant’è che l’anno scorso ha fatto un’altra sorpresina alla moglie, in occasione della festa per il suo trentesimo compleanno. Come per magia dalla torta è sbucata Jennifer Lopez, pagata la bellezza di 500 mila dollari per intrattenere la mogliettina durante la serata. Una consolazione per i comuni mortali: anche i super ricchi, una volta o l’altra, si annoiano.

Certo, con il nuovo mega yacht sarà più difficile. Almeno a giudicare dalle facce ammutolite che, la settimana scorsa, hanno salutato la sua prima uscita pubblica a Kristiansand, in Norvegia. Andrey e Aleksandra si sono spinti fin lì per prendere possesso di un accessorio che non poteva mancare all’arredamento della barca. L’ennesima diavoleria tecnologica? No. Tre tele di Monet. Chi l’ha detto che gli oligarchi non hanno gusto. E le coincidenze vogliono che qualche giorno prima, a Londra, nella casa d’aste Christies, sia stato venduto a un anonimo compratore il celebre «Stagno delle ninfee» del pittore impressionista. Il costo, 50 milioni di euro, lascia veramente poco spazio ai dubbi.

Ma basterà, tutto questo, per impensierire uno come Abramovich, che quando vuole togliersi uno sfizio si compra il Chelsea Football club? Probabilmente no. Anche se, a onor di cronaca, non si può dimenticare che in un cantiere navale di Amburgo stanno lavorando alacremente per costruire in tempi record la sua nuova superbarca. La lunghezza? 186 metri. Melnichenko, per godersi il suo letto a girasole, ha a disposizione solo quest’estate. Lo yacht di Abramovich ha un nome minaccioso: «Eclisse».

Via Hurricane

2 ott 2008

Lavori più richiesti 2008


Le professioni per cui le aziende assumono di più.



Alle soglie del 2009, nel secolo delle innovazioni e delle nuove tecnologie, emergono sempre più differenze dal punto di vista lavorativo per qualità. E ci sono professioni che non conoscono la crisi del ‘trovalavoro’. Così oggi, nel tanto agognato Villaggio globale, nel mondo della comunicazione, le figure più richieste sono i professionisti high skill.

Negli ultimi tre anni la loro richiesta è cresciuta sempre di più. Progettano e sviluppano nuovi prodotti e servizi, aumentano l’efficienza dei processi produttivi e gestionali. Si tratta di professioni terziarie o di e sviluppo di nuovi prodotti e servizi nel settore industriale.

Entrando più nello specifico, figure ad elevata competenza che negli ultimi tre anni hanno registrato i più significativi incrementi in termini assoluti sono le professioni tecnico-specialistiche impegnate nell’amministrazione, nel controllo di gestione e nella finanza, come controller e contabili.

E ancora, sono le figure in qualche modo collegate alle strategie di riposizionamento competitivo del nostro apparato produttivo e quelle che perseguono maggiori margini di efficienza dei processi produttivi e gestionali come disegnatori cad-cam, progettisti meccanici, programmatori e analisti programmatori informatici.

E poi ci sono infermieri, fisioterapisti, assistenti sociali e le professioni legate alla cultura, allo spettacolo e allo sport per cui sono previste, dalle imprese private, circa 5mila assunzioni.

Via | Manager.it