27 set 2008

IDEE PER CAMBIARE IL MONDO


NEW YORK - Un premio da 10 milioni di dollari alle migliori idee che cambieranno il mondo: è il regalo che Google si fa per i suoi 10 anni. Il primo motore di ricerca al mondo dividerà i 10 milioni fra alle cinque migliori idee che porteranno - spiega Google -"a risultati formidabili tramite una tecnologie intelligente che nel lungo termine avrà un impatto enorme".



Le migliori idee saranno finanziate e i promotori beneficeranno di un "karma positivo e proveranno la soddisfazione di sapere che le loro idee potranno veramente aiutare il mondo".

Le idee andranno presentate entro il 20 ottobre: una prima selezione delle 100 migliori idee sarà comunicata il 27 gennaio 2009. Poi gli utilizzatori di Google selezioneranno le 20 finaliste, fra le quali il consiglio di amministrazione della società sceglierà le cinque migliori.

"Noi non riteniamo di avere le risposte, ma crediamo che queste risposte stiano là da qualche parte", spiega Google nella pagina web dedicata al progetto, che rientra nel pacchetto di quelle allestite per festeggiare i dieci anni di vita.
via | ansa

25 set 2008

Networked Workers


Da Pew Internet Research uno studio sui lavoratori in rete


Impiegati digitali: connessi e sotto stress
La tecnologia in ufficio implica maggiore produttività, ma porta crescita della mole di lavoro e della stanchezza


NEW YORK – Si intitola «Networked Workers» ed è l'ultimo studio realizzato dall'istituto di ricerca Pew sugli effetti dell'adozione e uso delle tecnologie. In particolare questa volta l'analisi si è focalizzata sui lavoratori che utilizzano la Rete per la loro professione, che negli Stati Uniti corrispondono al 60% degli impiegati.

LA RICERCA – Tramite questa indagine - condotta nei mesi di marzo e aprile di quest'anno su un campione di oltre 2 mila cittadini americani adulti - Pew ha osservato le modalità di utilizzo dell'internet e delle tecnologie mobili sul posto di lavoro e a casa. I dati raccolti hanno messo in luce che i lavoratori sono sempre più flessibili, poiché il tempo dedicato al proprio impiego non si esaurisce nelle ore d'ufficio, ma si estende sempre più spesso all'ambito domestico, anche quando in teoria ci si dovrebbe dedicare alla propria vita privata.

ALWAYS ON – I cosiddetti networked workers sono infatti sempre connessi, che sia via telefono o palmare o via computer: il 93% di loro possiede infatti un cellulare, l'85% un desktop Pc, il 61% un portatile e il 27% un Blackberry. Insomma, la tecnologia ha maggiore presa su di loro di quanto ne abbia sugli altri colletti bianchi del Paese. Il tutto con risvolti positivi dal punto di vista della produttività e della condivisione dei progetti con colleghi e superiori, ma negativi se si ragiona in termini di stress. Basti pensare che il 49% degli impiegati in Rete ha sottolineato che "grazie" alle tecnologie in questione viene loro richiesto di svolgere una mole di lavoro superiore alla norma, e che spesso questo fa sì che non sia possibile staccare la spina nemmeno durante fine settimana e vacanze.

AMORE E ODIO - Certo nessuno li costringe a guardare il famigerato smartphone ogni due minuti per controllare la posta elettronica, sempre e ovunque, e probabilmente molti di loro lo butterebbero via molto volentieri, se non fosse che il fatto di essere sempre rintracciabili e aggiornati sugli avvenimenti «rende più competitivi all'interno di un'azienda», come spiegato dal general manager di una società di advertising di Philadelphia, Joe Soto, che ha ammesso di non aver spento il suo Blackberry nemmeno durante una vacanza nel deserto del Sahara.

via | corriere

21 set 2008

Dinastie


David Landes è uno dei più noti storici dell'economia. In questo libro esamina il motore che sospinge molte delle imprese di successo: il potere della famiglia. Per farlo, Landes racconta le origini, l'ascesa, il successo, ma anche le difficoltà e i travagli interni, di decine e decine tra le più famose dinastie imprenditoriali degli Stati Uniti, dell'Europa e del Giappone. Divide la sua analisi in tre settori: la finanza (Baring, Rotschild, Morgan...), l'automobile (Ford, Toyota, Peugeot, Agnelli...); le materie prime (Guggenheim, Rockfeller, Schlumberger, Wendel...). Perché alcune di esse durano decenni e secoli, mentre altre splendono solo per una generazione? Quali sono i fattori che determinano il successo o il fallimento di un'azienda famigliare? Landes tiene conto del contesto storico e politico in cui hanno agito, dell'evoluzione tecnologica, delle guerre (quelle combattute sui campi di battaglia, ma anche quelle commerciali) e soprattutto le peculiarità delle numerose famiglie che prende in esame: l'ambizione, le convinzioni religiose, le diverse personalità, il numero (e il carattere) di figli e nipoti.

lo trovate QUI

20 set 2008

Le journal de Jérome Kerviel



Nell'anno della crisi finanziaria più incendiaria che sta mandando in fumo enormi ricchezze esce in forma di fumetto la storia che ha aperto quest'anno difficile. Lunedì viene pubblicato in Francia il tanto atteso " Le journal de Jérome Kerviel"di Lorentz illustrato da Nicolas Million edito da Thomas Editions, il cui protagonista è proprio quel giovane trader della Société Generale che alla sua società ha causato un buco di quasi 5 miliardi di euro.


Una perdita ingente prodotta dalla spregiudicatezza di un uomo solo di appena 31 anni alla cui storia si spira il fumetto in forma di diario che ripercorre le tappe dello scandalo finanziario. Come da semplice e oscuro funzionario di back office Kerviel sia riuscito ad accumulare posizioni per almeno 60 miliardi di euro su futures legati agli indici di Borsa, i più semplici e primitivi tra i prodotti derivati, dei quali Société Générale è leader mondiale.
Una "graphic novel" esemplare su come farsi beffa di un sistema di controllo e di gestione del rischio apparentemente inviolabile ma nei fatti esposto alle manipolazioni di un singolo dipendente. Oltre al buco di 4,9 miliardi da lui prodotto , c'è il danno conseguente dalla inevitabile chiusura delle posizioni nei giorni di mercato peggiori degli ultimi anni tanto da costringere la banca a una svalutazione di 2 miliardi legata alla crisi dei subprime e a una ricapitalizzazione da 5,5 miliardi di euro per compensare l'erosione patrimoniale. Dalla vicenda inquietante che ha rafforzato il partito di quanti premono e tra questi vi è il governo francese per un controllo rafforzato delle autorità di vigilanza esce una storia esilarante. Insomma sembrano lontani i tempi dei drammi e dei suicidi per i crack finanziari, adesso si gioca a un nuovo gioco: "bucopoli" .
via | sole24ore

17 set 2008

Manager tra storia e mito


Piu' di mezzo secolo fa la figura del manager, cosi' come oggi la intendiamo, non era ancora nata, perche' esisteva solo la figura del padrone- imprenditore, che da solo riusciva a governare tutte le sue attivita'. I lavoratori dipendevano dal padrone, unico ideale e modello cui riferirsi, figura, dato l'enorme divario, distaccata e quasi irraggiungibile. Nel dopoguerra, con l'avvento del sindacato e le sue prese di posizione, tale distacco si ridusse progressivamente, grazie alla nascita di un diverso rapporto tra i ruoli e uno stile di conduzione maggiormente partecipativo. Quando il padrone, data la crescente complessita' economica e sociale, non fu piu' in grado di controllare e amministrare le relazioni interne e esterne alla fabbrica, nacque il manager, professionista che grazie alla delega di responsabilita' concessagli, doveva e poteva gestire l'organizzazione.
Il manager divenne ben presto un modello di riferimento per coloro che si trovavano ad occupare la base della piramide dell'ancora semplice organigramma. L'acquisizione della professionalita' e della delega acquisita dal manager, comincio' a far emergere nei dipendenti la percezione che il divario tra vertice e base non fosse piu' incolmabile, ma superabile tramite una maggiore professionalita'. Molti lavoratori, ispirati da questo cambiamento di prospettive, considerarono la professionalita' come un possibile canale per raggiungere il vertice, che divenne una sorta di "sogno americano" cui molti concretamente aspiravano. La possibilita' della scalata al vertice contribui' a mitizzare la figura del manager, che divenne un vero e proprio oggetto di proiezione simbolica di un ideale, e a cui si attribuivano qualita' e facolta' che spesso non possedeva. Molti manager aderirono, con una certa vanita', al modo in cui credevano di essere percepiti dagli altri, perdendo cosi' di vista i loro reali obiettivi e il loro contesto di riferimento.
Anche oggi quella del manager rimane una figura contraddittoria, caratterizzata dalla scarsa coerenza tra la concettualizzazione teorica e la vita pratica e quotidiana.
Esistono quattro luoghi comuni riferiti al manager:

1.il manager e' un pianificatore riflessivo e sistematico;
2.il manager non deve svolgere compiti regolari e di routine;
3.il manager deve avere informazioni globali;
4.il management e' una scienza e una professione.

C'e' sempre stata la tendenza ad idealizzare e a considerare oggettive alcune caratteristiche del manager. Questa oggettivita' evidenzia una contraddizione tra teoria del management e realta' organizzativa, tra manager ideale e manager reale. Il manager deve emanciparsi dal mito, vivendo la propria soggettivita' per soddisfare l'esigenza di realizzare il proprio ruolo oggettivo all'interno del suo contesto di riferimento (organizzativo e di mercato). L'equilibrio tra soggettivita' ed oggettivita' e' il punto di partenza per ogni manager che voglia realmente raggiungere gli obiettivi di cambiamento e innovazione, apprendimento e allenamento che il proprio ruolo, l'azienda in cui opera ed il mercato si aspettano da lui. Per far cio' i manager dovrebbero:

* Gestire l'oggettivita', ossia conoscere il proprio contesto di riferimento, captare e interpretare i minimi segnali di cambiamento, avere una visione chiara del mercato e della sua evoluzione.
* Gestire la soggettivita', avere cioe' una conoscenza e una comprensione della cultura dell'organizzazione e delle caratteristiche, delle aspirazioni e delle percezioni delle persone che vi lavorano per contribuire allo sviluppo di un'architettura sociale che stimoli al meglio il capitale intellettuale e per creare un clima che permetta alle risorse aziendali di lavorare in maniera creativa e finalizzata alla ricerca comune di strategie innovative.

manager.it

14 set 2008

Vivere con la moneta unica



Dieci anni di euro: il costo di un successo
Bilancio positivo, entusiasmo in calo. Il 40% degli italiani oggi ritiene che la nuova valuta sia un vantaggio, ma è la metà rispetto al 1998



Un giorno, quando Lorenzo Bini Smaghi era un ventiseienne dottorando in Economia dell'Università di Chicago, si presentò in classe Milton Friedman. Il premio Nobel, l'economista che con John Maynard Keynes più ha segnato il XX secolo, era già in pensione: si trovava lì solo per un seminario. Ma a fine lezione, Bini Smaghi si alzò e pose una domanda che lasciava capire tutto il suo scetticismo su un passaggio della prolusione di Friedman. Il padre della scuola di Chicago ascoltò, ci pensò su e riconobbe che l'appunto poteva avere un fondo di verità.
Venticinque anni dopo, ormai ai vertici della Banca centrale europea, Bini Smaghi si trova a interrogare allo stesso modo un po' inquieto e impertinente il gestore dell'alimentari sotto casa a Cerbaia Val di Pesa, provincia di Firenze. Chiede quanto costavano le sottilette, un barattolo di pelati e un chilo di sale l'ultima volta che furono venduti in lire, e quanto costano oggi. Vuole saperlo perché Bini Smaghi è un banchiere centrale perplesso da ciò che lui stesso, nel titolo del suo libro in uscita da Rizzoli, definisce «il paradosso dell'euro». L'ultimo listino in lire e il più recente in euro dei «Fratelli Rigacci » di Cerbaia finiscono così nell'appendice di tavole fitte di numeri su deficit e tassi del volume. E uova e merendine, più dei diagrammi di frecce e andamenti, vanno dritte al cuore dei dilemmi di questo rientro d'autunno in cui gli italiani si trovano di nuovo a fare i conti con la sindrome da quarta settimana, i rischi di recessione, il sorpasso spagnolo mentre l'euro, scrive il banchiere, «entra nella sua adolescenza».
Bini Smaghi parla di paradosso al singolare, ma ne elenca molti e prova a sminarli. C'è l'orgoglio dei cittadini europei di avere una moneta globale, misto alla paura che sia troppo globale e dunque forte. C'è l'appello dei governi per soluzioni europee ai loro problemi, unito al rifiuto di trasferire prerogative fuori dalle stanze del potere nazionale.

C'è la voglia di una banca centrale che batta l'inflazione, venata dalla tentazione di legarle le mani. Ma il paradosso più radicale è appunto quello da cui Bini Smaghi prende le mosse: è nel passaggio fra le migliaia di italiani in piazza del Campidoglio a festeggiare il battesimo della moneta unica la notte del 31 dicembre 1998 e l'«entusiasmo svanito » di oggi. «Solo la metà degli europei ritiene che l'euro sia un vantaggio», riconosce Bini Smaghi, «e in Italia la percentuale è più bassa, il 40%, la metà rispetto a dieci anni fa». Per questo l'esponente dell'esecutivo della Bce si rivolge all'alimentari sotto casa anziché ai manuali di Chicago, ben conoscendo le accuse: «"L'euro ci ha rovinato!", si sente dire. Oppure: "Con l'euro i prezzi sono raddoppiati, non arriviamo più a fine mese!". È difficile ragionare pacatamente ».
Lui lo fa, a partire dall'esame delle accuse alla moneta unica sulla base delle conversioni drogate del 2002. Trovano così spazio nel libro la schedina del Totocalcio, passata da mille lire a un euro, o la pizza rincarata del 100%. Ma da un discorso razionale emerge anche un'Italia più complessa: dal 2002 a fine 2007, da quando cioè circolano le banconote in euro, i prezzi di ristoranti e hotel sono aumentato del 20%, quelli dei trasporti del 22%, il tabacco e le bevande alcoliche addirittura del 36%. Tutte fiammate molto sopra al tasso ufficiale d'inflazione, quello in cui gli italiani credono sempre di meno. Pochi, però, si accorgono che ad esempio i prezzi dei beni di comunicazione (telefoni, computer e connessioni incluse) sono scesi del 24%. E soprattutto, più che l'euro, sui rincari sembrano pesare le strutture sclerotiche della distribuzione in Italia: si scopre così che a maggio scorso un litro di latte superava 1,50 euro nel centro di Roma ma si vendeva a meno di un euro «in una grande catena distributiva straniera», in Germania. Gli esempi si sprecano, con l'effetto di provocare in Italia un'inflazione «classista», che colpisce più i beni che pesano maggiormente nei panieri delle famiglie meno abbienti. Per Bini Smaghi, questo effetto fa sì che in dieci anni la perdita relativa di potere d'acquisto della fascia più povera sulla più ricca sia stata dell'8%.
Sono i nervi scoperti della crisi italiana di questi anni. Questa, però, non è l'accusa del Giulio Tremonti de «La paura e la speranza», secondo cui per i ceti medi nel mondo globalizzato diminuisce solo il costo del superfluo e aumenta quello del necessario. La tesi di Bini Smaghi, esposta con piglio raziocinante più che per impressioni e suggestioni, è che prendersela con l'euro «è come dare la colpa all'arbitro o alle condizioni del campo per giustificare una sconfitta». Fa comodo, perché aiuta a «eludere i veri problemi e sfuggire alla responsabilità individuale e collettiva».

«Responsabilità» è l'altra parola chiave del banchiere centrale. Attento al suo ruolo, lui non lo dice brutalmente. Ma dalle pagine del «Paradosso» trasuda la frustrazione per un Paese che ha compiuto una scelta (l'euro) senza che i suoi attori ne traessero le conseguenze di modernizzazione, rinunciando alle scorciatoie. I governi che lasciano aumentare la spesa pubblica del 4% dall'99 a oggi. Gli imprenditori che solo dopo anni di chiusure di capannoni capiscono che non si può più competere a colpi di svalutazioni, ma occorre farlo sulla qualità, l'innovazione e la produttività. I sindacati che, a differenza che in Germania e in Francia, faticano a rinunciare ai negoziati centralizzati e a contratti che non premiano né il merito né l'efficienza ma alimentano l'inflazione. Nell'illusione collettiva, magari, che tutto possa essere ancora diluito, perdonato, posposto e che nel decennio della Cina e delle crisi finanziarie si possa davvero restare in Occidente anche così.

È il cuore del capitolo intitolato «l'euro soffoca», a riecheggiare l'accusa mossa in Italia alla moneta unica. Bini Smaghi mostra che per quasi tutti gli altri Paesi, con l'eccezione del Portogallo, non è stato così. In nove anni l'Italia ha perso quasi il 50% di competitività nel manifatturiero sulla Germania, eppure la moneta era la stessa. Se ne può trarre un radicato complesso d'inferiorità e la tentazione di uscire dall'euro: Bini Smaghi non nega che sia concepibile, ma il solo scenario che riesce a immaginare in questo caso è un'altra Argentina dei tango bond in seno all'Europa. O se ne può uscire guardando ai prossimi dieci anni nei quali, scrive, «il peso relativo dell'Europa nel mondo è destinato a diminuire». Con queste sfide, sostiene, si può prendersela ancora con l'euro come fosse un arbitro dell'Ecuador. O dedicare il secondo decennio a rimboccarsi le maniche per l'età della «responsabilità».

corriere

13 set 2008

Strilloni


Può apparire paradossale che nell'era di internet i quotidiani ricorrano a metodi antichi. Ma in Francia gli editori, che nell'utimo decennio hanno visto le vendite calare del 20 per cento, hanno riscoperto gli strilloni: figure del XIX secolo che vendevano i giornali per le strade sventolando le copie e urlando i titoli di maggior richiamo.

I nuovi strilloni del XXI secolo sono dotati di un carrello e propongono ben 14 testate nelle principali stazioni ferroviarie e del metrò di Parigi. "Dobbiamo portare i giornali sul cammino della gente, non obbligarli a fare anche 100 metri in più rispetto al loro tragitto quotidiano per andare a comprare il quotidiano", ha spegato Denis Bouchez, direttore del "Syndacat de la presse quotidienne nationale".

In effetti se pensiamo al diverso contesto in cui vengono venduti i giornali oggi, la scelta di sperimentare nuove forme di distribuzione potrebbe dare risultati apprezzabili. Per tutto il XIX secolo e per buona parte del XX il giornale è stata l'unica forma di informazione. Oggi, in un sistema dei media completamente rivoluzionato, le inforamzioni arrivano alla velocità elettrica grazie a radio, televisione, internet, cellulari. Come se non bastasse negli ultimi 7-8 anni è proliferata la Free Press, che porta i giornali gratuiti direttamente nei luogi di transito delle persone.

Risultato: le notizie ci arrivano sempre, ovunque attraverso una miriade di media. Il quotidiano resta una delle poche forme di informazione che si sceglie di comprare e che si deve andare a cercare (è vero che in Italia ci sono tante edicole, ma bisogna comune passarci davanti e se si è in auto posteggiare, spengere il motore, scendere ecc).

L'esperimento francese per il momento sembra aver avviato una tendenza positiva: ogni strillone, che è pagato a percentuale sulle copie (0,35 euro), riesce a vendere dai 100 ai 300 quotidiani al giorno.

La vendita è coperta dal lunedì al venerdì, dalle 6 alle 10 e dalle 16 alle 19,30 (la domenica solo in alcune stazioni). Con questo esperimento gli editori contano di catturare parte dei 4,5 milioni di persone che circolano ogni giorno in metropolitana e l'1,7 che circola con i treni. Tra i titoli più richiesti: Le Parisien, L'Equipe, Le Monde, Liberation.

corriere

11 set 2008

Italiani!


Ecco i nostri "compaesani" che compaiono nella lista dei "billionaires" di FORBES.

Complimenti!
E noi quando ci saremo?
Aa Soon As Possible!

Rank Name Citizenship Age Net Worth ($bil) Residence
68 Michele Ferrero & family Italy 81 11.0 Monaco
77 Leonardo Del Vecchio Italy 72 10.0 Italy
90 Silvio Berlusconi & family Italy 71 9.4 Italy
203 Giorgio Armani Italy 73 5.0 Italy
396 Carlo Benetton Italy 64 2.9 Italy
396 Giuliana Benetton Italy 70 2.9 Italy
396 Gilberto Benetton Italy 66 2.9 Italy
396 Mario Moretti Polegato Italy 55 2.9 Italy
396 Luciano Benetton Italy 72 2.9 Italy
446 Francesco Gaetano Caltagirone Italy 65 2.6 Italy
524 Stefano Pessina Italy 66 2.3 Monaco
573 Ennio Doris & family Italy 67 2.1 Italy
962 Silvio Scaglia Italy 49 1.2 Italy

6 set 2008

La sfida delle sfide

In questo blog trovate le biografie degli uomini più ricchi del mondo e a suo tempo si sottolineò il sorpasso di Bill Gate ormai "solo" al terzo posto.
E' molto interessante vedere come è avvenuto il superamento da parte di Warren Buffet e Carlos slim Helu.

Dal 2001 al 2008 ecco cosa è successo:



Guardate che rincorsa ha fatto Carlos.... del resto lo avevamo detto... (QUI)
I soldi generano soldi, per chi lo sa fare ovviamente!

4 set 2008

gli italiani nel cuore delle nuove tecnologie



Un ponte tra Italia e Silicon Valley
Da Mind the Bridge a Sviec e Baia: ecco come gli italiani d'America cercano di esportare un nuovo modello di business




SAN FRANCISCO - L’unico termometro infallibile sullo stato di salute dell’economia della Silicon Valley è la 101, la strada che collega San Francisco con Palo Alto. Il traffico quotidiano funziona meglio del Nasdaq. Fra il 1998 e il 2000 per percorrere il corridoio si impiegavano due ore. Nel 2001, dopo lo scoppio della bolla della new economy, la “one-o-one” era diventata un deserto. Adesso è tornato un certo fermento. Non ai livelli isterici pre-bolla, ma nelle ore di punta, in entrata e in uscita da San Francisco, capita di stare in fila.

GLI ITALIANI NELL’ECOSISTEMA - A tirare questo ecosistema della tecnologia sono adesso i settori dell’energia rinnovabile e della “security” (sicurezza nazionale, sistemi di controllo e di riconoscimento biometrico). Ma è soprattutto l’aria di ottimismo che si respira nelle aziende e un modello imprenditoriale improntato al coraggio che fanno veramente la differenza e rendono questa parte di mondo per molti aspetti unica. Nella Silicon Valley tanti italiani hanno raggiunto posti di primo piano. Tanto che negli ultimi anni hanno fatto nascere ben tre associazioni che, con ruoli diversi, hanno un unico obiettivo: esportare il modello imprenditoriale anche in Italia costruendo un contatto permanente tra la realtà americana e le tante eccellenze che pure ci sono nel nostro Paese, ma che spesso da noi non riescono a trovare la fortuna che meriterebbero.

MIND THE BRIDGE – Mind the Bridge è una associazione nata nel 2007 con l’obiettivo di creare per la prima volta un collegamento diretto tra business plan italiani e le start up della Silicon Valley. “La missione che ci siamo dati – spiega Marco Marinucci, responsabile Content partnership di Google e anima dell’associazione – è individuare progetti italiani nel campo delle tecnologie e aiutarli a sbarcare nella Silicon Valley dove possono trovare imprenditori pronti a scommettere e investire sulla bontà dell’idea”. Tutto ruota intorno a un evento organizzato annualmente. L’associazione attraverso il sito raccoglie progetti e idee da presentare alle start up americane. Per il 2008 la deadline per l’iscrizione, che si può fare dal sito, è il 4 settembre. I progetti inviati vengono sottoposti al comitato di selezione, formato da 12 imprenditori e venture capitalist. I venti progetti scelti verranno poi presentati al “Venture Camp”, un evento che si terrà il 10 e 11 ottobre al Parco Scientifico Tecnologico di Venezia. Da qui usciranno i 5-6 progetti da portare in aprile nella Silicon Valley per presentarli ai venture capitalist americani. “L’associazione – spiega Marinucci – vuole essere prima di tutto un canale pratico che individui nuove idee interessanti in Italia e le aiuti a sbarcare nel mercato internazionale degli investitori per accedere a partnership o investimenti. Noi li affidiamo a mentori che in 4-5 mesi li aiutino a focalizzare l’idea imprenditoriale e a scrivere un business plan che possa avere maggiori possibilità di successo. Poi, ad aprile, li portiamo qui e li facciamo incontrare con investitori e società che studiano il piano e valutano su quali investire o stringere partnership”. L’anno scorso il successo è stato incoraggiante: dei 55 progetti presentati ne sono stati selezionati 5 e tutti sono andati avanti con sviluppi che vengono regolarmente seguiti sul sito. “Ci arriva di tutto – spiega Marinucci _ dal ragazzo fresco di università con un’ottima idea ai centri di ricerca e all’aziende che hanno anche 10 anni di attività, ma che in Italia non sono riuscite a decollare”.

SVIEC – Jeff Capaccio, avvocato, è l’anima del Silicon Valley Italian Executive Council (Sviec), un gruppo all’interno della Niaf (National Italian American Foundation), con 300 soci orientata esclusivamente alla fascia alta dei manager che hanno il potere nelle aziende hi-tech. Sviec è un networking che riunisce italiani e americani che si scambiano idee e discutono progetti di business. “Cerchiamo di facilitare gli scambi commerciali tra gli italiani che vivono qua e l’Italia – dice Jeff Capaccio - Qui si creano gli agganci e i contatti con i più prestigiosi venture capital e le start up: da Intel a Cisco e Hp”. Nella Silicon Valley non mancano le storie esemplari di innovazione italiana: da Federico Faggin, uno dei padri del microprocessore Intel, a Roberto Crea che in America nel 1978 creò l’insulina sintetica e oggi è una delle figure di spicco della biotecnologia commerciale; da Giacomo Marini e Pierluigi Zappacosta, tra i fondatori di Logitech, a Enzo Torresi, presidente di Olivetti Advanced Technologies Center. Tutti personaggi che ruotano intorno a Sviec che ogni anno organizza incontri di studio in Silicon Valley con una 30 di laureati italiani in ingegneria e economia e commercio. In due settimane gli studenti visitano 15-20 aziende e partecipano a corsi e seminari. Alcuni finiscono per trovare stage nella zona e fanno la tesi su realtà americane. “Qui si respira un’aria imprenditoriale dove tutto è possibile, c’è una cultura di rischio per la quale anche fallire è considerata una buona esperienza che ti insegna: fallire non è una brutta cosa perché vuol dire che ci hai provato”, spiega Capaccio. “C’è tanta energia e tanta carica, per questo uno che ha una buona idea qui trova sempre il talento manageriale e il denaro per decollare”. La Silicon Valley si è caratterizzata sempre di più non solo come una realtà locale, ma come uno stato mentale, punto di riferimento per tutto quello che è tecnologico e biotecnologico. “Noi lavoriamo molto con il Politecnico di Torino, la Bocconi di Milano e il Sant’Anna di Pisa – dice Capaccio – e con Niaf stanziamo oltre un milione di dollari l’anno per le borse di studio. Il fatto è che l’Italia ha ingegneri molto preparati, tra i migliori del mondo, che qui si sono sempre distinti, ma purtroppo manca di mentalità commerciale. Per questo cerchiamo di trasferire in Italia quanto c’è di buono da questa parte del mondo”.

BAIA – La Business Association Italy America è nata nel 2005 e oggi conta oltre 5000 soci tra Italia e Usa. L’associazione è aperta a tutti e copre tutti i settori del business che hanno interessi legati all’Italia. “Lo spirito dell’associazione – spiega Matteo Fabiano, executive director - è creare eventi, momenti in cui riuniamo la comunità per creare un canale di comunicazione continuativo con tra l’Italia, la California e altri Stati americani”. Baia è focalizzata sulle tecnologie, le biotecnologie, le energie rinnovabili, ma anche i settori dell’import-export, dal cibo al vino, dai materiali da costruzione, all’arte e all’artigianato. “L’anno scorso abbiamo fatto partire due poli anche a Roma e Milano – dice Fabiano - Attraverso la piattaforma di social network e il blog quotidianamente avvengono scambi di idee e di opportunità. Un modo per esportare anche in Italia la mentalità e il modello di business che si è radicato nella Silicon Valley”.

corriere