
Flessibilità + sicurezza: è la nuova parola d’ordine europea.
In un libro pubblicato tempo fa, il sociologo americano Richard Sennett affermava che “la pratica della flessibilità si concentra soprattutto sulle forze che piegano le persone”. E parlava degli “uomini flessibili”: quelli “piegati”, appunto, dai cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro contemporaneo, dove l’espressione “tempo indeterminato” è stata rimpiazzata dalle parole d’ordine del nuovo capitalismo – “mobilità”, “rischio”, “incertezza”. Da qualche anno in Europa si parla di flexicurity; un neologismo che combina, quasi in un ossimoro, i concetti di flessibilità e sicurezza. Ma è un’unione davvero possibile? E a quale prezzo?
La mondializzazione, la flessibilità della domanda e dell’offerta, le nuove forme di produzione del lavoro e le stesse tecnologie della comunicazione hanno cambiato radicalmente lo scenario lavorativo. Per questo, secondo Marcello Messori, la formula ibrida della flexicurity potrebbe essere “un tentativo interessante di combinare mobilità e sicurezza, se interpretata in senso proprio come accade in Danimarca; per farlo però non si può ricorrere a scappatoie: vanno investite moltissime risorse pubbliche, con ammortizzatori sociali molto estesi, per non dire universalistici, e un sistema di formazione permanente che permetta l’adeguamento delle risorse umane”. Ma il modello proposto dalla Danimarca non è una panacea. È Cerfeda a puntualizzarlo: “Sarebbe scorretto addossare alla collettività, come accade nel modello danese, tutti i costi e le conseguenze della flessibilità. A questo che è uno dei fondamenti teorici della flexicurity, bisogna in qualche modo rispondere: è vero che le imprese oggi si trovano a fare i conti con il mercato globale ma, in ogni caso, non vanno esentate dalle conseguenze che la flessibilità comporta”.
La flexicurity non funziona per tutti
Sulla base della sua esperienza in Danimarca, Amoroso illustra i risultati del caso danese: “Da anni circa un milione di persone (il 20% della popolazione) non considerate disoccupate e in età attiva vivono di redditi di trasferimento. La flexicurity funziona nel consentire rotazione nell’impiego tra i gruppi professionali più attivi, ma si rivela di scarsa efficacia nel garantire il reinserimento produttivo per gruppi professionali emarginati o per classi di età oltre i 45 anni”. Come spiega Messori, il contrasto che va composto è tra la mobilità delle risorse umane, dall’altro la loro valorizzazione, “perché la vera competitività si gioca sul fattore umano, o su quello che la teoria economica definisce capitale umano”. In altre parole, la flessibilità se “è intesa come modalità per contenere il costo del lavoro nel breve periodo, non è un fattore di competitività. Né è resa necessaria dal processo di unificazione dei mercati globali, perché contraddice e indebolisce la forza delle risorse umane, della loro formazione, del loro enorme potenziale”. Insomma un conto è la precarietà, un conto è una mobilità legata a un processo innovativo di grande portata. Anche per questo occorre - aggiunge Cerfeda – “sostenere la mobilità attraverso un processo di formazione che consenta una riconversione di qualità e garantisca un livello di welfare il più elevato possibile”.
I rischi della precarizzazione
Precarietà e precarizzazione del lavoro sono alcuni elementi chiave in gioco nel dibattito intorno alla flexicurity. A tale proposito Walter Cerfeda avverte che rafforzare la componente flessibile a discapito della sicurezza e delle garanzie, non parlare più di lavoro standard ma di semplici impieghi “sarebbe un errore, un regalo al liberismo, visto che nell’Europa a 27 gli elementi di precarizzazione del mercato del lavoro sono già in esplosione esponenziale”.
Ecco insomma che, pur parlando della flexicurity europea, siamo tornati alla flexibility di Richard Sennett, quel concetto che un tempo serviva a indicare la capacità dei rami di un albero di piegarsi al vento senza spezzarsi e che poi è passato a indicare la capacità umana di adattarsi ai cambiamenti. Eppure tutto ha un prezzo se il titolo originale che Sennett aveva scelto per il suo libro è The Corrosion of Character - la corrosione della personalità -, benevolmente tradotto in italiano nell’espressione L’uomo flessibile. Cosa ne sarà ora dell’uomo flessicuro?
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