6 mag 2008

Warren Buffett


L'Oracolo di Omaha


Milano. La sua straordinaria ricchezza non è frutto di imprevisti “colpi di fortuna”, come qualcuno potrebbe pensare. Il suo immenso impero finanziario lo ha realizzato tutto a tavolino, scegliendo personalmente le società su cui investire. “Ogni volta che decido di comprare un’azienda, per prima cosa immagino come sarà il suo bilancio tra dieci o vent’anni. E per farlo, devo capire fino in fondo il tipo di business e il mercato in cui opera”, ripete spesso.
A 77 anni appena compiuti, Warren Buffett resta il migliore investitore vivente del mondo, forse il più bravo di tutti i tempi. Una fama guadagnata sul campo, dimostrando in quasi mezzo secolo di attività di avere un fiuto eccezionale, se non infallibile, per gli affari. No, non si esagera. Basta dire che, partendo dal nulla, Buffett è diventato il secondo uomo più ricco del mondo, alle spalle del suo amico e compagno di bridge, Bill Gates, il fondatore della Microsoft.
E poi, i numeri non mentono. Nel lontano 1962 ha versato 7,4 dollari per rilevare la Berkshire Hathaway, la società attraverso cui gestisce tutt’ora i suoi affari. Nel 1970 gli stessi titoli erano già saliti a 42 dollari ma nel ’95 il loro prezzo era balzato a 30.000 dollari mentre oggi per un’azione Berkshire ci vogliono addirittura 120.000 dollari. Insomma, Buffett è un indiscusso mago della finanza.


Le classifiche dicono che siede su una fortuna personale di oltre 52 miliardi di dollari in contanti. Una montagna di quattrini che ha messo insieme restando sempre fedele a se stesso e alla sua celebre strategia orientata alla creazione di valore: investire in società economicamente solide, attive in business sicuri, acquistandole a prezzi ragionevoli, meglio ancora se stracciati. Un metodo tutto sommato semplice, applicato in maniera scientifica, che gli addetti ai lavori hanno ribattezzato Buffettology.
Dozzine di libri, migliaia di articoli e almeno un centinaio di siti hanno analizzato negli anni la strategia di Buffett, cercando ogni volta di sviscerare l’essenza del suo successo con i soldi. Ma il vero segreto, forse, è la meticolosa costanza con cui si è attenuto alla sua filosofia d’investimento. In vita sua Buffett non ha mai fatto trading di Borsa o speculazioni di breve periodo, preferendo sempre investimenti di lunga durata in poche e ben selezionate società. E’ stato questo il suo paracadute contro i cicli dell’economia e quelli della Borsa. E, alla fine, ne è uscito vittorioso.
E’ stato molto bravo a non cedere alle sirene del mercato. Non lo ha fatto, ad esempio, all’epoca della New Economy. “Io non sono così intelligente da distinguere un buon affare da una fregatura, le pepite dai sassi”, diceva a quell’epoca mentre, giorno dopo giorno, vedeva i titoli della Berkshire Hathaway precipitare a 40.000 dollari, sui valori di dieci anni prima, e il Nasdaq, il listino tecnologico di Wall Street, svettare verso nuovi record. Ma lui non si scomponeva. Non faceva altro che applicare alla lettera la sua regola chiave: investire solo in imprese solide con un business comprensibile. La maggior parte delle aziende hi-tech non aveva mai visto un utile e molte non avevano nemmeno un business da offrire, ma solo promesse. Come è andata a finire lo sappiamo. La bolla è scoppiata, un’infinità di soldi è stata spazzata via dall’”euforia irrazionale” di quel periodo, e Buffett ha avuto la sua rivincita.
Più di recente, la sua leggenda di grande genio della finanza ha trovato conferma durante la crisi d’agosto delle Borse mondiali. Negli ultimi anni, mentre a Wall Street i fondi di private equity compravano tutto il comprabile a prezzi folli indebitandosi per cifre mostruose, Buffett se ne è stato perlopiù alla finestra. La sua regola dice infatti di acquistare solo a prezzi ragionevoli, e i multipli in circolazione non lo erano. Adesso che il mercato si è sgonfiato e gli squali di Wall Street annaspano sotto il peso dei debiti, lui torna alla ribalta. Quando il prezzo è giusto, “posso spendere più velocemente di Imelda Marcos” ha confidato qualche settimana fa al Wall Street Journal alludendo alla passione per lo shopping che la consorte dell’ex dittatore delle Filippine aveva coltivato negli anni da first lady. E oggi molti gruppi finanziari in difficoltà guardano fiduciosi a lui come possibile Cavaliere Bianco per uscire dai guai.
Non c’è voluto molto per fargli conquistate il soprannome di “Oracolo di Omaha”, dal nome della cittadina del Nebraska che gli ha dato i natali e da dove, ancora oggi, dirige il suo impero. A differenza di George Soros, l’altro grande guru della finanza che si è trasferito dall’Ungheria in America in cerca di fortuna, Buffett in America ci è nato. Anzi, qui affondano le sue radici. Qualcuno lo ha perfino un po’ irriverentemente definito un “pezzo da museo” della storia americana.
A ripercorrere il suo passato e a leggere il suo presente, si ha l’impressione che una parte del suo successo nasca proprio da lì, dall’attaccamento alle tradizioni della sua terra. Non a caso Buffett ha scelto di vivere e lavorare lontano dalla frenesia di Wall Street. Nella rassicurante tranquillità ovattata di Omaha si sente al riparo dalle mode passeggere del più grande mercato finanziario del mondo, che continua a guardare con un certo distacco.

Buffett è un miliardario molto atipico. “Negli anni ha incontrato migliaia di studenti, spesso in sessioni informali dove affiorano meglio il suo umorismo e la sua etica. Sono convinta – dice di lui la sua grande amica Melinda Gates, moglie del numero uno di Microsoft - che le sue idee più brillanti nascono proprio in quelle occasioni, piuttosto che nelle compassate riunioni di Wall Street. Quasi tutto quello che so del mondo degli affari me lo ha insegnato Warren: una sola giornata con lui vale come sei mesi in una business school”.
Nato il 30 agosto 1930, Buffett coltiva fin da piccolo la passione per gli affari, che condivide con il padre, affermato broker finanziario. Leggenda vuole che a 11 anni acquistò le sue prime azioni e che a 14 investì i primi guadagni in un appezzamento di terreno che poi affittò a pastori locali. Il giovane Warren inizia dunque presto a prendere confidenza con il denaro.
Arrivano gli anni dell’università. Si laurea in economia all’Università del Nebraska e consegue il master in Business Administration alla Columbia Business School, dove incontra Benjamin Graham, analista di successo e padre della cosiddetta “value strategy” che ha spiegato in un libro, The Intelligent Investor, pubblicato per la prima volta nel 1947. Un libro e una teoria da cui Buffett viene folgorato e che segneranno in profondità la sua formazione e la sua attività di investitore.
E’ la realizzazione di un sogno quando, appena finiti gli studi, trova impiego come analista finanziario presso la Graham-Newman, la società di investimenti dello stesso Graham, dove rimane fino al 1956, ossia fino al momento in cui il suo maestro si ritira a vita privata. Buffett decide allora di lasciare Wall Street e torna a Omaha. Qui inizia a gestire per qualche anno – con enorme successo - i patrimoni di parenti e conoscenti attraverso una propria società.

Intanto nel 1962 rileva per pochi dollari la Berkshire Hathaway, un disastrato gruppo tessile dal futuro incerto. In tempi record, risana l’azienda e la rimette sul mercato. Ben presto, però, inizia a utilizzare la compagnia come una sorta di fondo di investimento scorazzando in lungo e in largo sul listino di Wall Street. Oggi la Berskshire è una conglomerata da 168 miliardi di dollari, attiva soprattutto nelle assicurazioni, il settore preferito da Buffett e quello più redditizio, ma con partecipazioni dirette in più di 70 aziende americane - dalla moda all’alimentare, dai trasporti all’arredamento – attraverso quote significative in gruppi di primo piano come Coca-Cola, American Express, Procter&Gamble, Johnson&Johnson, Kraft per citarne solo alcuni.
Dal 1970 la lettera agli azionisti della Berkshire Hathaway, scritta personalmente da Buffett, resta uno degli avvenimenti finanziari più attesi e seguiti dai mercati mondiali. L’assemblea degli azionisti, denominata dalla stesso Buffett la “Woodstock del Capitalismo”, attira ogni anno una folla di oltre 20.000 piccoli azionisti. Si presentano a Omaha da ogni angolo del pianeta per poter interrogare di persona il loro Oracolo: nessuna indicazione su singoli titoli, come da tradizione, ma di suggerimenti su come comportarsi in campo finanziario ne arrivano tanti.
Oggi la fama di Buffett è più alta che mai, al pari della sua bravura. Lo scorso luglio due gestori di fondi si sono aggiudicati una cena con il finanziere, messa in palio per beneficenza sul sito d’aste online eBay, pagando la stratosferica cifra di 650.100 dollari, qualcosa come 480.000 euro, la seconda somma più elevata finora raggiunta nelle aste di beneficenza del popolare sito americano.
Eppure l’età incalza anche per il saggio di Omaha. Nella lettera agli azionisti dell’anno scorso ha confidato di aver già scelto il suo successore, rifiutandosi però di svelarne l’identità. Gli indizi portano a Tony Nicely, 63 anni, attuale presidente del gruppo assicurativo Geico, la stella più brillante della galassia Berkshire. E’ possibile che sia proprio lui l’erede di Buffett. Ma tutti sanno già che, per quanto bravo possa essere, non riuscirà mai a eguagliare il suo maestro.
Nel frattempo, Buffett non molla. E insieme al suo fidatissimo braccio destro - Charles Munger, 84 anni, vice-presidente della Berkshire - continua a occuparsi di affari. Meticoloso e razionale in maniera quasi maniacale, Buffett non guadagna per il gusto di spendere o per l’avidità di possedere. Lavora per passione. La finanza è tutta la sua vita e, soprattutto, non gli ha cambiato l’esistenza. Sempre molto disponibile e alla mano, questo super miliardario continua a vivere una vita comune, per certi versi perfino parsimoniosa.

Abita nella stessa villetta di stucco grigio alla periferia di Omaha che acquistò nel 1965 per 31.500 dollari. Pranza quasi ogni giorno nello stesso ristorante dove ordina una bistecca al sangue e Coca Cola, come un americano qualsiasi, e guida da solo la propria auto. La tecnologia continua a non sedurlo: non ha un computer e non sa usare la e-mail. L’unica frivolezza hi-tech pare sia un telefonino, che ha iniziato a usare da poco più di un anno.
Si racconta che la prima moglie, Susie, lo abbia abbandonato perché non le lasciava rinnovare l’arredamento di casa. Forse sono solo maldicenze. Sposata nel ‘52, sono stati insieme fino al ’77. Poi hanno vissuto da separati senza mai divorziare fino alla sua morte, nel 2004. Più morigerata nelle spese è certamente la seconda moglie, Astrid, ex cameriera d’origine lituana, che gli è stata presentata dalla prima moglie e che Buffett ha sposato solo l’anno scorso dopo una lunghissima convivenza.
Anche i tre figli – Susie, Howard e Peter - avuti dalla prima moglie sono cresciuti in maniera spartana e senza troppe concessioni. E rischiano inoltre di ereditare solo una piccolissima fetta dell’ingente fortuna messa insieme dal padre. Nel giugno del 2006, Buffett ha infatti colto tutti di sorpresa annunciando di voler donare in beneficenza l’80% del suo patrimonio, gran parte del quale andrà alla Bill & Melinda Gates Foundation. Si tratta in assoluto della più grande donazione della storia che fa di Buffett l’uomo più generoso del pianeta.

Tra i pochi piaceri da nababbo a cui non ha saputo resistere c’è la passione per gli aerei. Ha un Jet tutto suo che ha ironicamente chiamato The Indefensible (L’Indifendibile), dopo che in passato aveva criticato quei manager che ne possedevano uno. Buffett è infatti impegnato da tempo in un’inconsueta (per un miliardario) campagna moralizzatrice. Fosse per lui, i ricchi dovrebbero pagare più tasse e i top manager delle aziende americane dovrebbero guadagnare di meno. “E’ assurdo che la mia segretaria paghi il 30 per cento di tasse sui redditi e io invece versi all’erario appena il 17 per cento dei miei utili”, ripete spesso. E per dare il buon esempio si è tagliato lo stipendio: solo 100.000 dollari l’anno di compensi per la sua carica di presidente della Berkshire Hathaway.
Dalla politica si è tenuto però a debita distanza. Pare che in passato si sia fatto conquistare dal democratico John F. Kennedy ma che, in tempi più recenti, abbia accettato di dare una mano al governatore della California, il repubblicano Arnold Schwarzenegger. Difficile dire per chi si schiererà alle prossime elezioni, anche se si parla di una certa simpatia ‘democratica’ per Barak Obama e soprattutto per Hillary Clinton: “entrambi potrebbero essere bravi presidenti” si è lasciato sfuggire ultimamente, ma il suo voto resta top secret.
La sua indiscussa genialità negli investimenti si accompagna a un’altra straordinaria dote personale, la capacità di valutare chi gli sta di fronte. “Prendi 20 persone che conosci abbastanza bene ma che Warren ha incontrato in maniera casuale. Poi chiedi la sua opinione su ciascuno di loro: ti stupirai nel vedere che li ha inquadrati tutti al primo colpo”, disse di lui una volta uno dei manager più bravi d’America, l’ex numero uno di General Electric, Jack Welch, per anni compagno di golf di Buffett, nonché suo rivale in affari nel business delle polizze automobilistiche:
Non c’è da sorprendersi se alla Berkshire nessun manager è mai stato licenziato e nessuno ha mai abbandonato il suo posto, se non per morte naturale. E non c’è da sorprendersi se l’età media dei suoi collaboratori è piuttosto elevata. D’altronde, tutti gli uomini che occupano le posizioni chiave sono gli stessi scelti e voluti in passato da Buffett.

Si dice che non alzi mai il telefono per sapere come stanno andando gli affari, aspetta che il telefono suoni. Ai suoi manager è solito fare sempre la stessa raccomandazione: “fatemi sapere al più presto ogni brutta notizia. Altrimenti siete liberi di chiamarmi quando volete, una volta al giorno o una volta al mese”.
Ma non si tratta certo di indifferenza. Alcuni suoi collaboratori sono convinti che Buffett impari addirittura a memoria i report che ogni mese gli inviano al quartier generale di Omaha. Racconta un manager: “Posso parlargli per 30 secondi o per 30 minuti, non importa: Buffett non perde una parola di quello che gli dico”.
Ma non si tratta nemmeno di diffidenza. Buffett lascia molta autonomia ai suoi uomini e detesta quando gli chiedono troppi consigli. E’ vero che questo suo stile manageriale gli ha procurato in passato qualche cantonata. Ma è troppo intelligente per non sapere quanto maggiore è il valore di un manager ben motivato. “Ciascuno di noi sente questa grande responsabilità verso di lui”, racconta un suo collaboratore, convintissimo che molti uomini d’affari lavorano di più e meglio ora che sono alle dipendenze di Buffett che non quando erano a capo dell’azienda di loro proprietà.
Da parte sua, Buffett continua a fare quello che gli riesce meglio: decidere dove investire i soldi. Questo è il suo mestiere, da sempre. Ogni società del gruppo si impegna quindi a far confluire la liquidità generata nelle casse della Berkshire e poi ci pensa lui, l’Oracolo di Omaha, a far rendere al massimo quel denaro.
Mai come ora, Wall Street sta tenendo i fari puntati sulle sue prossime mosse. Le ferrovie?, lo yen?, le società di mutui? Buffett può permettersi qualunque colpo. La Borsa scende e la sua Berkshire dispone di un tesoretto di 47 miliardi di dollari in contanti da investire. Insomma, la leggenda dell’Oracolo di Omaha continua.

Articolo tratto da Uomini&Business (ottobre 2007)

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