25 mar 2013

Berezovsky, l’eminenza grigia del Cremlino che sfidò Putin


Boris Berezovsky, classe 1946, è stato uno dei primi miliardari del periodo post-sovietico


Negli ultimi 20 anni non ci fu 
carriera o evento in Russia che
non venisse attribuito all'influenza
dell'Oligarga morto in esilio
ANNA ZAFESOVA

E' la fine di un'epoca. Boris Berezovsky non era un'oligarca, era L'Oligarca, come diceva anche il titolo del film sulla sua vita che il beniamino di Cannes Pavel Lunghin aveva girato una decina di anni fa. Era suo il brevetto di quella miscela di soldi, potere, politica, ambizione, crimine e sogni che fu il primo capitalismo nato dai rottami dell'Urss, e lui ne fu il personaggio più carismatico e controverso, odiato e temuto quasi da tutti, ma anche riconosciuto da tutti come un genio (del male).  

 

Figlio di una famiglia di piccola intellighenzia ebraica, aveva trascorso i primi 40 anni della sua vita nella ricerca matematica, quel mondo accademico sovietico dove era concesso un micro-dissenso e dove i migliori cervelli dell'impero cercavano rifugio intellettuale. Pochi anni dopo era un miliardario, partito dalla compravendita del primi Pc che arrivavano in Urss e dalle cooperative autorizzate da Gorbaciov, per costruire un impero con i primi concessionari privati delle ambitissime Lada, le vecchie Fiat 124 sogno dei sovietici. Poi arrivò tutto il resto, il petrolio, le tv, l'Aeroflot, ma soprattutto il potere, il suo business preferito. 

 

Negli ultimi 20 anni non ci fu carriera o evento in Russia che non venisse attribuito in qualche modo alla malefica influenza di questa eminenza grigia che, invece di farsi re, volle farsi manipolatore e inventore di re. C'era Berezovsky dietro alla miracolosa rielezione di un Boris Eltsin distrutto nel 1996, c'era Berezovsky dietro alla incredibile ascesa in pochi mesi di Vladimir Putin, c'era Berezovsky sia dietro alla pace raggiunta con la Cecenia che dietro alla nuova guerra che scoppiò pochi anni dopo. Secondo molti a Mosca, c'era Berezovsky dietro alla morte di Anna Politkovskaya, a quella d Alexandr Litvinenko, uno dei suoi fedelissimi, e la magistratura russa tenta ancora di provare che ci fu lui dietro all'esplosione della protesta in piazza dell'inverno scorso.  

 

Un personaggio che godeva di una fama quasi diabolica, che sguazzò nella corruzione e nel nepotismo eltsiniano, ma i suoi talenti di incantatore e genio combinatorio non vennero richiesti da Putin, marionetta ribelle che ha spedito il suo creatore in esilio. Dal 2001 viveva a Londra sotto la protezione di Sua Maestà, eternamente accusato di qualche complotto, circondato da una corte di uomini dei servizi segreti, ribelli ceceni, difensori dei diritti umani e affaristi, sempre più accanito nel denunciare il putinismo che aveva contribuito a creare, e sempre più emarginato.  

 

E povero. La causa persa con Roman Abramovich, altra sua creatura che gli aveva voltato le spalle, il divorzio miliardario, la gestione sempre più complicata di amanti, questuanti, politici di serie B, e soprattutto dei creditori e dei magistrati (in Russia era ricercato e condannato a un totale di 18 anni), l'avevano ridotto sul lastrico, per i parametri oligarchici beninteso. Ma soprattutto, il gioco del potere era finito definitivamente in altre mani. L'uomo a cui Forbes negli anni '90 dedicò la storica copertina "L'uomo più potente della Russia. No, non è Boris Eltsin" era un pensionato di lusso del Surrey, pieno di cause e debiti. La sua storia era diventata un romanzo ("La grande razione" di Yuli Dubov, mai tradotto in Italia) e un film, ma lui era diventato solo un reperto storico. 

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