01 feb 2013

La ricerca in Italia? Meglio fare il lampredotto Dopo tre anni di dottorato in medicina molecolare e quattro anni di borse di studio, un'ex ricercatrice ha lasciato la carriera universitaria realizzando che avrebbe avuto più stabilità economica vendendo panini al chiosco della famiglia. - Piero Riccardi, Ernesto Pagano

Con una laurea in chimica farmaceutica, un dottorato in medicina molecolare, un master in biomateriali e svariati assegni di ricerca, Silvia Pezzatini ha deciso di lasciarsi alle spalle 17 anni passati tra libri e laboratori per mettersi a vendere panini al lampredotto nel chiosco di famiglia in piazza Dalmazia a Firenze. 
Follia? «Per la mia professoressa e per alcuni colleghi sì», risponde sorridente mentre tiene sott'occhio la figlia di sedici mesi che fa lo slalom tra gli sgabelli del chiosco e le scatole di chinotto.

Ma la scelta di Silvia, 39 anni, bandana e grembiule già indossati per una nuova giornata a servire panini, è l'epilogo – forse davvero folle – di mezza vita passata a mietere successi in campo scientifico e frustrazioni in campo economico e professionale.

«Dopo quasi vent'anni passati all'università, la prospettiva di diventare ricercatrice a tempo indeterminato rimaneva sempre un miraggio», spiega con voce decisa. «In più – aggiunge – vivevamo costantemente con la paura di non vederci rinnovate le borse di studio, e spesso si rimaneva anche tre mesi senza vedere l'ombra di un euro».

A conti fatti, dopo tre anni di dottorato a 800 euro al mese e quattro anni di assegni e borse a 1200 euro all'università di Siena, si scopre che fare panini al lampredotto dà molta più stabilità. «Non tanto per i soldi che si guadagnano - ci tiene a precisare – quanto per la sicurezza di ricevere uno stipendio a fine mese». Una sicurezza non da poco, che forse le darà finalmente diritto anche a un posto per la figlia al nido comunale, «visto che l'anno scorso – lamenta – il mio punteggio da assegnista di ricerca mi ha fatto arrivare in fondo alle graduatorie di assegnazione».

L'evento che ha contribuito a farle conoscere «la povertà e la disorganizzazione» dell'università italianaè stato un soggiorno di sei mesi a Zurigo passato a lavorare con un'equipe internazionale. «Lavoravamo alla compatibilità dei biomateriali usati per costruire protesi ossee e di altri tipi. La coordinatrice del progetto aveva qualche anno più di me, tutti gli altri ricercatori erano giovanissimi, e i dottorandi avevano dei contratti veri e propri, con tanto di malattia e ferie pagate».

Ma tornata alla realtà italiana lo scenario è apparso sempre più scoraggiante. «Nel 2008 – racconta – abbiamo costituito col mio gruppo di ricerca una società che ha vinto un progetto da cinquecento mila euro finanziato dal Miur per commercializzare un farmaco brevettato dall'università di Siena». Peccato che «da quando il progetto è stato vinto di soldi non se ne sono visti. Abbiamo chiesto finanziamenti alle banche per cominciare a fare i test sul farmaco, ma anche quelli sono finiti».

E così, da un sogno infranto a un altro «si è spenta la passione per la ricerca». Per questo Silvia ha deciso di dedicarsi all'altra sua passione: il lampredotto, una pietanza di cui rivendica con orgoglio la tradizione della sua famiglia, titolare del chiosco dal 1975. In effetti il panino, bagnato di sopra e di sotto, solo sale e pepe o anche completo con salsa verde è davvero buono. Ma la madre di Silvia, mentre affetta la trippa – o più precisamente il quarto stomaco della vacca – scuote la testa, perché la decisione della figlia, dopo tanti sacrifici per portare la prima laureata in famiglia, è stata difficile da digerire. «Anch'io ho fatto sacrifici – ribatte la farmacologa lampredottaia – perché anche ai tempi della laurea ho lavorato in un'impresa di pulizie per potermi permettere qualche vacanza, ma piuttosto che scegliere come ripiego di stare dietro il banco di una farmacia ho preferito continuare quello che ha costruito la mia famiglia».

D'altronde, secondo un'indagine di Almalaurea, su un campione di laureati interrogati nel 2011 il 38,2 per cento ha dichiarato di fare lo stesso lavoro svolto prima del titolo di studio. 
Un dato che può dare un'indicazione di quante potenziali "Silvie" ci siano in giro per l'Italia, dove sono sempre più frequenti le storie di ingegneri netturbini, sociologhe commesse, archeologi bigliettai... e farmacologi lampredottai.

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