10 mag 2012

Grillo ai «grillini»: non andate in tv

L LEADER DEI «CINQUE STELLE»: PARTECIPARE AI DIBATTITI FA PERDERE VOTI

L'ultimo post:«Chi partecipa ai talk show deve sapere che d'ora in poi farà una scelta di campo».

Il comico-blogger Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle (Ansa)Il comico-blogger Beppe Grillo, leader del Movimento 5 stelle (Ansa)
ROMA — Il suo guru, perché anche Beppe Grillo ne ha uno, tiene sul comodino da anni i testi di Marshall McLuhan e «Cattiva maestra televisione» di Karl Popper. Non è escluso, dunque, che sia stato proprio Gianroberto Casaleggio, da sempre misterioso spin doctor e consulente per la comunicazione del leader dei Cinque Stelle, a sollecitarlo a lanciare l'ennesimafatwa contro i talk show. Ma la decisione Grillo l'ha presa quando ha visto i suoi giovani candidati farsi massacrare in tv dai vecchi marpioni della partitocrazia. E così ha preso il Pc e ha dettato l'ennesimo post-ukaze: «Chi partecipa ai talk showdeve sapere che d'ora in poi farà una scelta di campo».

RISCHIO OMOLOGAZIONE - Frase sibillina, da interpretare liberamente come un amichevole consiglio, un diktat o un preannuncio di espulsioni. Perché, spiega, «partecipare ai talk show fa perdere voti e credibilità non solo ai presenti, ma all'intero Movimento». Andarci, confrontarsi con «le mummie solidificate dai partiti» produce «omologazione». Grillo sa bene cos'è la tv. Deve al piccolo schermo (e a Pippo Baudo) la sua prima notorietà, culminata con l'allontanamento per lesa maestà (di Bettino Craxi) e con un lungo esilio. Esilio trasformato in un'arma, con la strategia dell'assenza e del vittimismo. Quando si presenta in tv lo fa solo da «monologhista» (definizione di Antonio Ricci). In studio con Ilaria D'Amico, nel 2009 a «Exit», si produce in una lunga tirata contro «la privatizzazione dell'acqua». Poi, lasciando attoniti i presenti, si dilegua. I maligni sospettano che voglia evitare il confronto. Quel che è certo è che non ama i giornalisti, a più riprese definiti «parassiti», «insetti ripugnanti» e «scarafaggi».

 Federico Pizzarotti, posa per una foto con la moglie Cinzia (Ansa)Federico Pizzarotti, posa per una foto con la moglie Cinzia (Ansa)
IL WRESTLING AMERICANO - Così non ha sorpreso nessuno che nei giorni scorsi Grillo si sia scagliato contro i dibattiti nello «stupid box», che ospita «match di wrestlingamericano» in «spazi poco igienici», controllati «in ogni sua piccola parte dai partiti». I conduttori? «Vivono in simbiosi come il paguro bernardo e l'attinia». Ma i primi appelli ai suoi non hanno funzionato. Solo Mirco Moreschi, consigliere comunale di Nogara (Verona) aveva deciso di disertare il salotto di Lilli Gruber, lasciandola con una sedia vuota. Poi sono arrivate le urne. E nel giro di pochi giorni ci sono andati tutti in tv: da Federico Pizzarotti (Parma) a Paolo Putti (Genova), fino a Nicola Fuggetta (Monza). Così Grillo ha deciso per il pugno duro. Conseguenza immediata: «Servizio Pubblico», per la puntata «L'anno del Grillo» di domani, sta ricevendo una raffica di no. Il genovese Putti, processato in rete per la sua partecipazione a «Omnibus», dove l'Udc Gian Luca Galletti lo ha sopraffatto, risponde negando di «essere stato bacchettato da Grillo». E si lancia in una dichiarazione decisamente ottimista: «Possibile che non abbiate ancora capito che l'invidia, i personalismi, la ricerca della visibilità non fanno parte del movimento?». Per Putti, comunque, nulla di grave: «Credo che Grillo, con cui ci siamo sentiti parlando di altro, si fregherà le mani da qualche parte, sdraiato in panciolle, pensando a quanto facciamo dannare certi mezzi di comunicazione vicini ai partiti con il nostro essere per loro incomprensibilmente "normali"». Possibile.

IL MOTTO - Del resto, il motto «ognuno vale uno», tavola della legge grillina, esclude solo un «Uno». Grillo, naturalmente. Che è l'«unico titolare dei diritti d'uso» del contrassegno del Movimento (come da «Non Statuto»). E ha imposto le sue regole: no a dibattiti pubblici sull'organizzazione del Movimento (con scomunica di chi ci aveva provato, come il ferrarese Valentino Tavolazzi), no all'alleanza con altre liste, no alla «mediazione di organismi direttivi o rappresentativi», perché il ruolo di governo è attribuito «alla totalità degli utenti della Rete»; no all'entrata nel movimento di persone che hanno aderito ad altri partiti; no a iscritti che non siano cittadini italiani; no a candidati che non siano incensurati o che abbiano in corso procedimenti penali, «qualunque sia la natura del reato a essi contestato». Lungo elenco, che potrebbe continuare, e che non esaurisce un quadro di regole paradossalmente bifronte: calate dall'alto, dal «titolare» Grillo, e decise in maniera spasmodicamente democratica dal basso, con «l'ognuno vale uno».

IL MOVIMENTO - Risultato, un movimento vivo, pieno di idee e risorse umane, agile e libero dalle pastoie dei rituali dei partiti. Ma anche un movimento frammentato, litigioso, che deve strutturarsi. Anche per questo andare in tv a mostrare le debolezze può essere un pericolo. Così Nicola Fuggetta, il candidato monzese, dà ragione a Grillo: «Forse ha sbagliato la tempistica, perché adesso era giusto andare in tv a ringraziare gli elettori. Ma queste elezioni hanno dimostrato che si può arrivare alla massa anche con altri canali. E poi, nel rivedermi a Otto e Mezzo, anche solo nel monitor di servizio, la mia immagine e la mia voce erano deformate. La tv è uno strumento pericoloso. Molto meglio mettersi davanti a una videocamera amatoriale e postare un video su youtube, senza mediazioni». E il diktat di Grillo? Non c'è il rischio di farsi comandare dall'alto? «Non lo so. Quella di ieri è una frase molto dura, ma mi fido di lui. So che ha la visione. E che vuole il bene del movimento».

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