09 mag 2012

Derubava gli amici nobili Preso il conte veneziano


Sostituiva i quadri con falsi. Complici i maggiordomi

Cristano BarozziCristano Barozzi
In crisi di liquidità e dotato di senso pittorico, il settantenne conte venezianoCristiano Barozzi l'ha studiata così: faccio le foto ai quadri più interessanti, li riproduco identici, sostituisco l'originale e me lo rivendo. Semplice, stravagante, efficace. Con l'aiuto di un paio di maggiordomi cingalesi, di un consulente della Soprintendenza alle Belle arti di Padova e di un esperto di stampe digitali, in pochi mesi Barozzi ha messo a segno 5 colpi eccellenti per un incasso stimato oltre il milione di euro. È riuscito cioè a trafugare 41 tele da alcune case patrizie veneziane che conosceva anche grazie alle sue nobili orgini, essendo discendente di una blasonata famiglia lagunare che vanta fra gli avi, baroni, patriarchi e vescovi.

E gli sarebbe pure andata bene se sei mesi fa uno dei domestici, messo alle strette dai carabinieri di Mestre nell'ambito di un'altra indagine, non si fosse lasciato scappare qualche particolare sulla vicenda. Il pm Giorgio Gava non ci ha pensato due volte e ha aperto un fascicolo per furto aggravato e ricettazione, chiedendo e ottenendo nel marzo scorso tre ordinanze di custodia. Acciuffati subito l'uomo delle Belle arti e l'esperto digitale, Claudio Mella e Claudio Celadin, rimaneva da prendere il conte Barozzi, la mente di questa «nobile» banda specializzata in furti di tele del Settecento e Ottocento veneziano. Fiutato il pericolo, l'uomo era infatti riuscito a scappare a Santo Domingo.

Lunedì è rientrato dai Caraibi e si è costituito. Il suo avvocato, Vittorio Usigli, dice che avrebbe qualcosa da rivelare, forse su molti di questi quadri e sulla ragione delle sue debolezze. Nel frattempo una decina di opere sono state recuperate, in parte a Pordenone. «Si tratta di un Carlevaris e di un Marco Ricci, valore stimato 220 mila euro», ragguaglia il maggiore Salvino Macli, comandante dei carabinieri di Mestre. Ma all'appello manca la maggior parte della refurtiva, dove figurano soprattutto i «paesaggisti» della scuola del Guardi e del Tintoretto. Non si tratta delle tele dei padri pittorici veneziani ma di quelle firmate dai loro seguaci. Quadri comunque del valore di decine di migliaia di euro e di più facile mercato. Oltre un milione di euro, si diceva, sempre che il terzetto sia riuscito a monetizzare tutto. È il bottino dei cinque furti d'arte, dei quali tre nel centro storico veneziano: in una casa nobile di campo San Maurizio, vicino a San Marco, dove al posto dei nove dipinti del valore stimato di 250 mila euro sono state trovate altrettante copie fotografiche, apparentemente identiche; stessa scoperta in un'abitazione a Dorsoduro: 6 quadri, tutti falsi, sempre 250 mila euro; peggio è andata alla Casetta Rossa del d'Annunzio, dalle parti di San Marco, dove l'«intervento» è stato diversificato: non solo quadri (14) ma, voilà, anche mobili antichi e suppellettili per circa 300 mila euro. Il magistrato ha fatto analizzare i falsi: «Sono litografie stampate digitalmente su tela, ritoccate e inserite in cornici originali».

Ma Barozzi pare sia andato oltre, puntando su alcune ville venete: quella del conte Andrea Marcello Grimani Giustinian a Schio, dove è stata trafugata soprattutto l'argenteria, e la Barbariga di Stra, 12 quadri e 25 mila euro di furto. Ovunque a collaborare sono stati i domestici, pure loro indagati. Per gli inquirenti però la mente era solo lui, il conte Cristiano Barozzi. Conte di che, poi? «Di Santorini», assicura l'avvocato. Un titolo che gli arriva da molto lontano, da un avo di nome Giacomo che otto secoli fa fu fatto barone di Santorini e Thirasi direttamente dall'imperatore bizantino. Poi ci furono i Barozzi generali, i patriarchi, i vescovi, i matematici. Fino a lui, il conte Cristiano, nobile con destrezza.

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