11 apr 2012

Tre punti concreti per voltare pagina senza giochi di prestigio


Se bastasse l'annuncio di un intervento d'urgenza sulle regole del finanziamento per restituire credito ai partiti, forse non esisterebbe la crisi in cui si dibatte il sistema politico. Purtroppo tale crisi esiste ed è drammatica.

Le vicende Lusi e Belsito l'hanno portata all'attenzione della grande opinione pubblica, ma che l'albero fosse marcio dalle radici era purtroppo noto da tempo, senza che mai qualcuno avesse alzato un dito per correggere le storture. Dice Bersani: «Non tutti i partiti sono uguali, i bilanci del Pd sono certificati». Ma è un'affermazione debole, buona per rassicurare i quadri. Come insegnano le cronache, nessuno è al riparo dal rischio di scivolare: almeno fin quando i partiti, o almeno la maggior parte di loro, si comporteranno come altrettanti comitati d'affari.
Questo è il vero punto da cui partire. I partiti si occupano di infinite materie che non riguardano l'attività politica in senso stretto. Fanno affari, appunto. Hanno tempo da dedicare agli investimenti, operano alla stregua di società finanziarie.

I tesorieri di un tempo, da Citaristi a Balsamo a Greganti, finirono in terribili guai al tempo di Tangentopoli, ma erano uomini di un'altra epoca. Da non rimpiangere, certo, ma di un'altra epoca. Il loro compito era far tornare i conti: talvolta non ci riuscivano, altre volte facevano collimare entrate e uscite con sforzo. Raramente avevano dei surplus. Oggi il problema è come incrementare il patrimonio immobiliare o studiare i trasferimenti di denaro in luoghi esotici. Tutto questo da parte di organizzazioni che non hanno un profilo giuridico definito, nonostante che da decenni gli illusi chiedano sul punto l'attuazione pratica della Costituzione.
Ora la gran fretta con cui i tre leader della maggioranza (Alfano, Bersani e Casini) dichiarano di voler riformare il finanziamento pubblico (talvolta ribattezzato con pudicizia 'rimborso elettorale') sarebbe lodevole se non fosse sospetta.

C'è il pericolo di un gioco di prestigio mediatico per superare le difficoltà del momento, finché i partiti restano sulla graticola. Con il retropensiero di riprendere il vecchio sentiero non appena il clamore si sarà calmato. In effetti è troppo tardi illudersi di riacquistare credibilità grazie a un meccanismo di controlli più severo. S'intende, la Corte dei Conti è una soluzione più idonea di un'ennesima 'Authority' costituita ad hoc. Ma non è solo questo il punto.

Si può voltare pagina se il Parlamento avrà il coraggio di affrontare in tempi molto brevi tre punti. Primo, la quantità di risorse che in ogni legislatura arriva ai partiti. Sono centinaia e centinaia di milioni di euro. Questa montagna di denaro va ridotta in modo sensibile, controlli o non controlli. Secondo, va ricostruito un canale diretto fra il partito e la base dei militanti o simpatizzanti. Il finanziamento deve arrivare in prevalenza da costoro, lo Stato può garantire solo un minimo di rimborso certificato. Oggi il 'Sole' presenta in modo chiaro la proposta concepita dal professor Pellegrino Capaldo.

È un sistema per ridurre in modo progressivo, nell'arco di un quinquennio, il flusso delle risorse statali; favorendo al tempo stesso, attraverso un vantaggio fiscale, le donazioni dei privati. Si può contestare questa idea, a patto di produrne un'altra altrettanto efficace. Quello che non si può fare è lasciare scorrere inalterato il fiume dei finanziamenti, limitandosi a prevedere qualche controllo in più.

Terzo punto. È opportuno che i partiti evitino di suscitare attese per poi deluderle. L'opinione pubblica potrebbe non essere più disposta a chiudere un occhio. Finora la politica degli 'annunci' è stata sfruttata nel caso delle riforme istituzionali e della legge elettorale. Sarebbe grave se si ricorresse alla stessa tecnica nel caso del finanziamento/rimborso. Dopo gli scandali la pazienza potrebbe essersi esaurita.


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