23 apr 2012

«Io, esodato, pago 50 mila euro per andare in pensione»


Gennaro Casafina, 57 anni, dipendente delle Poste, lascia il posto a ottobre, da marzo è senza stipendio

Gennaro CasafinaGennaro Casafina
ROMA - Prima scena, 18 ottobre 2011, Torino. Gennaro Casafina, quadro di primo livello delle Poste italiane, firma un foglio nell'ufficio del personale. In cima c'è scritto esodo incentivato: a 57 anni accetta di lasciare il lavoro in anticipo, in cambio c'è uno scivolo che lo accompagnerà fino alla pensione, prevista per il maggio 2013. Torna a casa e dà un bacio alla moglie Rosa. Si sente felice.

Seconda scena, 4 dicembre 2011. Il signor Gennaro è in macchina, accende la radio. Al giornale radio dicono che il nuovo governo Monti sta per cambiare le regole sulle pensioni. Lui fa due conti, con i contributi che ha versato dovrebbe aspettare il 2018. Oltre il parabrezza vede aprirsi un buco nero lungo cinque anni tra l'ultimo stipendio e la prima pensione. Cinque anni da zero euro al mese. Accosta, urla e poi tira un memorabile cazzotto al volante. Il traffico di Torino lo sommerge di clacson, fuori piove proprio come nei film. Anche Gennaro si mette a piangere e prima di tornare a casa fa un lungo giro per smaltire la rabbia («no, guardi, la parola giusta è incazzatura»). Terza scena, adesso. Gennaro non riesce più a dormire, passa il giorno a smanettare su Internet in cerca di soluzioni annunciate che non arrivano mai. È uno degli esodati in attesa di giudizio. Non rientra nella categoria dei cosiddetti salvaguardati, quei 65 mila italiani per i quali il governo ha messo una prima «pezza», perché il lavoro l'ha lasciato dopo la data spartiacque fissata nel decreto Milleproroghe.

«Per evitare quei cinque anni di buco nero - spiega - dovrei pagarmi i contributi che mi mancano. Così potrei andare in pensione ad ottobre del 2014, resterebbe scoperto solo un anno e mezzo. Ma dovrei trovare 50 mila euro. E chi me li dà?». I Casafina hanno subito varato la loro manovra salva-famiglia. «Niente caffè al bar - elenca il signor Gennaro - niente pizza al sabato sera, spesa solo quando ci sono gli sconti, di vestiti nuovi non se ne parla. E naturalmente ho cancellato quel viaggio a Dublino che volevo fare da tanto tempo per festeggiare la pensione. Mettiamo da parte pure i centesimi. È come essere in guerra».

Dal lato delle entrate la sua famiglia può contare sullo stipendio della signora Rosa, la moglie, 1.100 euro al mese in un'azienda che produce ricambi per le macchine. E su quello del figlio Antonio, che vive ancora in casa, 1.200 euro che se ne vanno buona parte in benzina perché fa il pendolare, 50 chilometri al giorno. C'è poi l'altra figlia, Elena, che però si è sposata due anni fa e avrebbe messo pure in cantiere un figlio ma adesso chi lo sa. Accetterebbe di tornare al lavoro, come ipotizza il governo? «Farei di tutto pur di trovare i soldi per i contributi che mi mancano. Ma alle Poste mi sembra difficile, si sono ben guardati dal fare il minimo passo. E quelli nelle mie condizioni che si sono ripresentati in ufficio sono stati messi alla porta in malo modo». L'unico cenno dell'azienda è stata una email di poche righe, per avvertirlo che il «rapporto di lavoro del dipendente in oggetto si risolverà definitivamente e irrevocabilmente senza oneri reciproci di preavviso». Con la postilla che «eventuali risposte alla presente potrebbero essere conosciute, per motivi di sicurezza e organizzativi, dal personale di Poste italiane».

Il signor Gennaro conserva quella mail, la legge, la rilegge. Ed è meglio non ricordargli che il ministro Fornero ha detto di comprendere l'ansia degli esodati. «Volevo essere lì a tirarle le uova. L'ansia non si comprende, bisogna viverla. Ti toglie il sonno, la voglia di andare avanti, ti fa venire in mente l'idea di gesti estremi». Cinque giorni prima di firmare quell'accordo il signor Gennaro aveva perso il papà. «Speravo di poter stare vicino a mia madre, rimasta sola. E di aiutare mia figlia che ci vorrebbe regalare un nipotino ma una baby sitter non se la può permettere». Una vita nuova che in quel giorno di pioggia si è trasformata in un dolente punto interrogativo. «Pensavo di ridare alla mia famiglia il tempo che le ho rubato in 39 anni di lavoro. Per questo ho firmato un patto, un patto stracciato da un momento all'altro. Sa come mi sento?». No, me lo dica lei. «Mi hanno mangiato la vita».

Lorenzo Salvia

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