04 apr 2012

Il progetto di un polo dell'eccellenza

Papa Wojtyla lo chiamava "Vaticano tre". Il Policlinico Gemelli, il grande complesso ospedaliero e universitario romano dell'Università Cattolica, è un pezzo di storia recente della Chiesa italiana, e uno dei cuori pulsanti della sanità nazionale.

Attraversa un periodo difficile, stretto tra una massa di crediti vantati per oltre 800 milioni verso la Regione e un piano di risanamento e rilancio che taglia parecchio e che il personale contesta. Ma il Gemelli è solo la punta emersa di un mondo, quello della sanità cattolica, che innerva (insieme alle scuole) il territorio del paese. Un patrimonio immenso non solo di immobili, ma anche di conoscenza e professionalità, che affonda le radici addirittura nell'antica Roma, visto che il primo nosocomio legato alla Chiesa risale a 390 d.c. ad opera delle due dame Fabiola e Marcella. Da allora in poi la tradizione ecclesiastica e la pratica sanitaria sono andate sempre a braccetto: basti citare l'Ordine dei Cavalieri di Malta o i Fatebenefratelli di san Giovanni di Dio.

Ma la crisi morde, e le difficoltà economiche di recente hanno spinto la Santa Sede ad immaginare per alcune realtà una sorta di intervento complessivo, che tuttavia non è andato in porto. Il disegno immaginato meno di un anno fa ai piani alti della Santa Sede era davvero in grande: fare della sanità di diretta emanazione del Vaticano un polo nazionale d'eccellenza, con un unico centro di comando decisionale, scientifico e finanziario. Il progetto era stato sottoposto anche al cardinale Tarcisio Bertone, che da segretario di Stato ha le leve di comando gestionali ed economiche d'Oltretevere. L'idea era di fare del Bambino Gesù - il colosso pediatrico romano - una sorta di polo aggregante di realtà presenti in altre aree del territorio nazionale sempre di estrazione cattolica. Inizialmente i rumors avevano indicato che il disegno aveva puntato davvero in alto, immaginando di coinvolgere addirittura il Policlinico Gemelli.

Ma a Bertone era stata attribuita la "benedizione" di un disegno di unione che coinvolgesse anche la Casa per il Sollievo della Sofferenza, il complesso fondato da Padre Pio a San Giovanni Rotondo. Nel frattempo, era solo l'estate scorsa, si è consumato il crack del San Raffaele di don Verzè, che ha visto il rapido intervento del Vaticano in veste praticamente di "commissario" con la promessa di mettere sul piatto 250 milioni di euro per il salvataggio, da prelevare dal patrimonio dello Ior. Com'è andata è noto: di lì a poco l'impreditore ospedaliero Giuseppe Rotelli ha messo sul piatto molti più soldi, 405 milioni, e così gli uomini della Santa Sede hanno lasciato il grande polo di Segrate, rivendicando comunque un ruolo positivo in un momento di grave crisi. 

Sul progetto San Raffaele, tra l'altro, i vertici Cei e molti vescovi consideravano l'iniziativa inopportuna; decisivo è stato l'intervento del Papa per far pendere la bilancia dalla loro parte. San Raffaele a parte, il Papa non ha mai fatto mancare il suo personale sostegno alla sanità cattolica, anche con pubblici richiami alle autorità politiche. Ma anche con segnali simbolici: come la visita che compirà il prossimo 3 maggio proprio al Policlinico Gemelli.

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