05 apr 2012

Fede vuota il sacco e attacca Mediaset


Emilio Fede dopo un interrogatorio

L'ex direttore del Tg4 ai pm: "Dietro il complotto contro di
me un dirigente dell'azienda"

PAOLO COLONNELLO
MILANO

Per parlare, ha parlato. Ma a modo suo, con tante allusioni e «fedele» alla linea di sempre: «Sono una vittima». Emilio Fede dunque, accompagnato dal suo avvocato, il professor Gaetano Pecorella, ieri mattina è tornato a sedersi davanti al pm Eugenio Fusco come indagato di concorso in ricettazione. Ma più che per difendersi, questa volta per attaccare.

In quasi sei ore d'interrogatorio al riparo da occhi indiscreti, nella Caserma della Guardia di Finanza di via Fabio Filzi, l'ex direttore del

Tg4 ha ripercorso da una parte la vicenda dei soldi ricevuti da Lele Mora in Svizzera, dall'altra la strana storia della valigetta con due milioni e mezzo di euro che secondo accuse, allo stato anonime, avrebbe tentato di depositare sul conto di una banca di Lugano nel dicembre dello scorso anno. Circostanza che Fede ha sempre negato con decisione: «È un falso, troppe cose non tornano. C'è qualcuno che ce l'ha con me per rovinarmi». Ma chi? Gli avrebbe chiesto il magistrato. E l'ex direttore non si sarebbe fatto pregare, indicando, tra mille distinguo e mille riserve, il possibile nome di un alto dirigente Mediaset. Secondo Fede, e non si capisce su quali basi se non quella di vecchie ruggini personali, sarebbe stata questa persona ad ordire ai suoi danni «il complotto» della valigetta che avrebbe portato poi al suo burrascoso licenziamento.

Peccato che in realtà la vicenda del tentativo di deposito in Svizzera di due milioni e mezzo abbia a che fare solo di sponda con la cacciata di Fede da Mediaset, giustificata dai vertici aziendali con le interviste e le dichiarazioni rilasciate dall'ex direttore il giorno dopo la pubblicazione sui giornali della notizia del suo presunto coinvolgimento nella misteriosa storia. Dichiarazioni che senza mezzi termini chiamavano in causa sempre i vertici aziendali o, in alternativa, i rancori di Lele Mora, ormai da nove mesi detenuto in carcere.

Che alla storia della valigetta non creda nemmeno la procura milanese, è un dato di fatto. Ma che il pm Fusco a questo punto intenda vederci chiaro è altrettanto assodato. Anche perchè, in un certo senso, le due storie, quella della valigetta piena di soldi e del denaro ricevuto da Lele Mora sul famoso conto «succo d'Agave», in un certo senso s'intrecciano. Proprio sulle origini del versamento di Mora infatti avrebbe voluto sapere qualcosa di più il magistrato. Come si ricorderà dalle intercettazioni dell'inchiesta Ruby era emerso come Fede e Mora si fossero accordati per ottenere da Silvio Berlusconi un «prestito» a favore dell'ex impresario. Due milioni e 850 mila euro di cui, secondo le accuse, Fede avrebbe preteso da Mora di ottenere almeno un milione e 180 mila euro. «Si trattò di un'estorsione», mise l'ex impresario a verbale.

Ma ieri Fede ha ripetuto quanto aveva spiegato nel suo primo interrogatorio: e cioè che non è vero che si trattò di un ricatto e che ricevette da Mora non più di 300 mila euro pagati per non meglio precisati «debiti» di Mora su vicende di spettacolo, quelli che Fede versò sul conto poi scoperto dagli inquirenti. Nessun ricatto a Mora e tantomeno a Silvio Berlusconi che come si sa, dopo che Fede venerdì scorso aveva fatto sapere di aver chiesto di essere interrogato dal pm, lo ha invitato a cena la sera stessa «per far pace».

Ora la palla torna nelle mani della Procura che sta seguendo con un interesse crescente quella che a prima vista si direbbe una delle più difficili partite a poker di Fede. I giocatori non sono molti e qualcuno è ancora coperto. Ma presto le carte si dovranno rovesciare. E a quel punto si vedrà chi ha bluffato e chi no.

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