06 apr 2012

E il Wsj fa dietrofront: «Monti non è Thatcher»

IL QUOTIDIANO ESPRIME COSÌ LA SUA DELUSIONE SULLE ULTIME MODIFICHE ALLA RIFORMA DEL LAVORO

«La migliore analogia con i britannici potrebbe essere con Ted Heath, lo sventurato predecessore Tory della Lady di Ferro»

Margaret Thatcher, la lady di FerroMargaret Thatcher, la lady di Ferro
MILANO - «Un'opportunità rara per educare gli italiani sulle riforme economiche». Così aveva definito il Wall Street Journal la missione "pedagogica" di Monti alla cloche di comando del Paese. Per evitare di «sprofondare nell'abisso-Grecia» la riforma-principe è proprio quella del lavoro - secondo il prestigioso quotidiano finanziario - e l'abbandono della concertazione con le parti sociali che sembrava l'esito sorprendente della prima bozza del disegno di legge preparata dal governo aveva fatto presagire uno spartiacque fondamentale della storia repubblicana, in direzione di una presunta funzione taumaturgica del premier-tecnico: «Se a Roma sarà risparmiato il destino recentemente toccato ad Atene, segnatevi questa settimana come il momento della svolta», aveva scritto il quotidiano Usa.

IL TOTEM - Aveva argomentato il Wsj sottolineando come le leggi italiane sul lavoro fossero «fra le più restrittive nel mondo occidentale». Con «il totem dell'articolo 18 che vieta alle imprese con oltre 15 dipendenti di licenziare, indipendentemente dagli indennizzi offerti. Monti ha proposto di sostituire questo schema del posto fisso a vita con un generoso sistema di indennizzi garantiti quando i lavoratori sono licenziati per motivi economici», aveva proseguito il giornale Usa, aggiungendo che «nella gran parte del mondo libero questa sarebbe considerata una riforma utile anche se moderata».

IL CORAGGIO - «Sfidare i sindacati italiani richiede coraggio, e non solo di natura politica. Dieci anni fa questo mese l'economista Marco Biagi fu ucciso da terroristi di sinistra per il suo ruolo nella messa a punto di un'altra riforma del lavoro. L'azione di Monti ha spinto la Cgil, il più grande sindacato italiano, a proclamare uno sciopero generale», aveva poi segnalato il Wall Street Journal, accostando così il presidente del Consiglio alla Thatcher, la Lady di Ferro, che osò sfidare le trade unions ottenendo indiscutibili successi sul fronte della flessibilità sul lavoro, tanto da essere l'icona dei liberisti ultra-convinti e temuta e odiata dai laburisti oltranzisti.

LA DELUSIONE - Ma il dietro-front del governo sul lavoro, che ha rinunciato a eliminare tout court il reintegro nel caso di licenziamento economico illegittimo, sarebbe in realtà una «resa» a coloro che vorrebbero portare l'Italia vicina all' abisso della Grecia. Ecco che - scrive sarcasticamente il Wsj - «la migliore analogia con i britannici potrebbe allora essere con Ted Heath, lo sventurato predecessore Tory» della Lady di Ferro. Motivo del cambio di giudizio è l'aver ceduto alla sinistra della coalizione di governo sull'articolo 18. «Gli ottimisti in Italia - ebbene sì, ve ne sono ancora - dicono che una riforma limitata è meglio di niente. Forse».

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