06 mar 2012

Palazzo Chigi taglia le consulenze


Norma sulle banche verso la correzione

Il presidente del Consiglio Mario Monti (foto Reuters)Il presidente del Consiglio Mario Monti (foto Reuters)
ROMA - Freno alle consulenze e agli incarichi fuori ruolo: il premier Mario Monti inizia dalla Presidenza del Consiglio per la stretta sulle spese di gestione. Con una nota lunedì a tarda sera ha infatti comunicato che i primi a dover lasciare la loro attività a Palazzo Chigi saranno i pensionati ai quali peraltro «non potranno essere conferiti incarichi di consulenza». Monti ha poi deciso di riorganizzare gli uffici della Presidenza «anche alla luce delle risultanze della spending review» affidando nel frattempo al segretario generale la reggenza di tre uffici e cinque Dipartimenti. Infine il premier ha dato la direttiva di attuare «un rigoroso contenimento del personale non di ruolo» in servizio a Palazzo Chigi.

Se Monti si concentra sui tagli dei costi di funzionamento della politica, in Parlamento si cerca la soluzione per uscire dal pasticcio sulle commissioni bancarie. Il problema è come intervenire per modificare e delimitare la portata della norma che tout court elimina tutte le commissioni bancarie su crediti e fidi approvata al Senato all'interno del decreto sulle liberalizzazioni. Una misura che ha provocato la ribellione delle banche e le dimissioni dell'intero gruppo di comando dell'Abi, l'associazione che le rappresenta. Secondo i primi calcoli delle aziende di credito la misura determinerebbe un potenziale taglio dei ricavi di circa 10 miliardi di euro con una conseguente riduzione di 2 miliardi circa di euro dell'ammontare delle imposte versate dalla categoria allo Stato. Chiamato a risolvere la questione, tra l'imbarazzo delle forze politiche che non vogliono apparire troppo disponibili ad assecondare le proteste delle banche, è il relatore al provvedimento Stefano Saglia del Pdl che ha indicato le strade di iniziativa parlamentare possibili da percorrere in assenza di un'iniziativa del governo, non intenzionato a sbrogliare la matassa ingarbugliata dai senatori.

L'ipotesi più naturale sarebbe un emendamento allo stesso testo sulle liberalizzazioni nel corso dell'iter di approvazione alla Camera, cosa che imporrebbe la terza lettura al Senato e un allungamento dei tempi di approvazione col pericolo di una riapertura di contestazioni e ritocchi. La seconda ipotesi sarebbe un emendamento ad un altro provvedimento in via di approvazione, quello sulle semplificazioni. Ma in questo caso ci sarebbe il problema di non irritare il Quirinale che ha chiesto coerenza di contenuti nelle modifiche dei testi in discussione.

Oltre al fatto che si avrebbe uno sfasamento dei tempi di approvazione delle leggi: il taglio delle commissioni entrerebbe in vigore senza rete sparigliando l'attività bancaria proprio a cavallo della chiusura dei conti trimestrali. La terza ipotesi prevede la messa a punto di un ddl ad hoc , di un solo articolo, in grado di imboccare grazie ad un accordo bipartisan la corsia veloce dell'iter parlamentare. Ma se tale accordo fosse possibile - ed è su questo che si risolverà il rebus - perché non utilizzarlo per la prima ipotesi, cioè per reintervenire senza sfilacciamenti nello stesso decreto sulle liberalizzazioni?

Quanto all'emendamento, si farebbe rientrare la misura generale sulle commissioni in quella già prevista per l'istruttoria veloce (ex massimo scoperto) prevedendo il rispetto delle regole sulla tutela dei clienti negli affidamenti che dovranno essere emanate dal Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio).

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