17 gen 2012

Viaggio dentro le superville dei boss dei casalesi abbandonate dallo Stato

CASAL DI PRINCIPE - Le ville dei boss le riconosci subito. Sono concepite e costruite nel segno dell'ostentazione. Abbondano tutte di colonnati, marmi, capitelli, archi. Alcune sembrano rivisitazioni trash del Partenone. All'interno non manca quasi mai la vasca idromassaggio, il camino, scalinate ricoperte di marmo pregiato e ogni tipo di fregio. Poi c'è il bunker nascosto da qualche parte. Si entra da una botola e si va sotto terra.

Quella di Francesco Schiavone detto "Cicciariello",cugino e omonimo del più famoso Sandokan, capo dei casalesi, non si discosta troppo. Ma in via Bologna ce ne sono una dietro l'altra. Alcuni la chiamano "la via degli Schiavone". Praticamente c'è tutta la famiglia. O meglio, c'era. Molte di queste abitazioni lo Stato le ha confiscate o lo sta per fare. Ma poi restano abbandonate. Ed è peggio che se ci abitasse ancora il boss. La villa di Cicciariello doveva diventare un asilo nido. La regione Campania aveva concesso anche il finanziamento. Da sei mesi è tutto fermo. La società Agrorinasce che si occupa del recupero del beni sottratti alla camorra è in attesa di un certificato: una perizia sismica. Da sei mesi l'ufficio del Genio civile - che dipende sempre dalla Regione Campania - non ha istruito nemmeno la pratica. Intanto gli affiliati al clan hanno vandalizzato tutto. Distrutto il mobilio, sventrato porte e finestre, incendiato la cucina, sradicato le piante nel giardino. Così, non solo lo rendono inutilizzabile, ma moltiplicano i costi per lo Stato che deve recuperarlo.

Secondo l'Agenzia nazionale dei beni confiscati nel 30 % dei casi la burocrazia blocca o allunga a dismisura i tempi di consegna degli immobili confiscati (a causa di ipoteche sul bene, comproprietà di quote, azioni giudiziarie, etc). Un caso emblematico è quello della "masseria degli Schiavone" a Santa Maria la Fossa. E' un'area di 220 mq, appartenuta alla Cirio. Prima della confisca ci lavoravano 800 persone ma oggi è un paesaggio spettrale. Gli eredi del boss hanno messo in campo i migliori avvocati per tentare la revoca della confisca. In pratica accusano lo Stato di procedere senza averne titolo. «Il paradosso è che dopo circa un anno di attesa, un giudice è cambiato e ora bisogna rifare tutto daccapo» dice sconsolato Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce. In altri casi, per ritardare l'assegnazione, è bastato che alcuni tecnici comunali facessero una errata o imprecisa individuazione del bene da confiscare. Ma non sempre è merito degli avvocati del clan. Molto spesso è lo Stato a complicarsi la vita. Con situazioni che rasentano il ridicolo.

A Casapesenna c'è una bellissima villa a tre piani.Apparteneva a Vincenzo Zagaria, altro camorrista in galera. Da 20 anni è abbandonata perché - sembra incredibile - i magistrati inserirono nel dispositivo di confisca solo il fabbricato e non il giardino circostante. Per il Tribunale, infatti, il fabbricato risulta essere il frutto di attività illecita ma non il terreno su cui nasce, intestato ai genitori. Oggi per accedere alla casa occorre chiedere il permesso ai familiari del boss. Che naturalmente lo negano. La percentuale dei beni abbandonati sale se si aggiungono quelli consegnati ma che lo Stato non riesce a utilizzare per mancanza di soldi. Poco distante da quella di Sandokan, c'è la villa di Luigi Venosa, altro boss condannato all'ergastolo. La confisca risale a circa 12 anni fa. Ci sono voluti 5 anni solo per trovare un finanziamento (in questo caso è intervenuto il ministero dell'Interno). Nel frattempo hanno portato via i pavimenti, le finestre, le ringhiere e persino le piastrelle della cucina. Tutta la trafila che va dal sequesto all'assegnazione da parte dei comuni può durare dai 10 ai 15 anni. Dopodiché arrivano alle cooperative specializzate nella riconversione dei beni mafiosi. Che riescono a compiere veri e propri miracoli. Proprio accanto a un terreno confiscato e abbandonato, un gruppo di ragazzi ha fatto nascere le terre di don Peppe Diana. Tutto è coltivato e produttivo. Un'insegna colorata dice che lì la burocrazia e la camorra hanno perso.

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