05 gen 2012

Il super manager che non riusciva a staccarsi dal lavoro


Sindrome «Itso»: vivere sempre connessi
Rischi connessi all'abuso di tablet e smartphone

Antonio Horta-Osorio, il numero uno del colosso bancario Lloyds
Dal nostro corrispondente
LONDRA - La sbronza da lavoro è stata smaltita e Antonio Horta-Osorio, il numero uno del colosso bancario Lloyds, torna sulla plancia di comando. Appuntamento a lunedì e festa nella City: il peggio è alle spalle.

Il suo caso ha fatto discutere la comunità degli affari e messo in allarme gli azionisti privati e soprattutto quelli pubblici di una istituzione globale (con il 41 per cento il governo di sua maestà ne è il primo controllore) che ha 104 mila dipendenti, ventuno milioni di correntisti, 200 miliardi di sterline (240 miliardi di euro) dei loro risparmi da gestire, una capitalizzazione alla Borsa di Londra vicina ai 19 miliardi. Che dall'oggi al domani il top manager di uno degli scrigni più importanti della finanza mondiale (salvato nel 2008 dallo Stato) fosse costretto ad alzare bandiera bianca per estrema compulsione da scrivania non era roba da passare inosservata.

Mai un pub. Mai un cinema. Mai i figli. Mai la moglie.La banca e basta. Normale? Antonio Horta-Osorio, cinquantenne portoghese e sportivissimo, aveva sbalordito il Miglio Quadrato alla fine dello scorso ottobre. Senza preavviso si era dichiarato malato e inabile (temporaneamente) a guidare il Lloyds Banking Group. Fulmine a ciel sereno. Glielo avevano imposto i medici. 
Lui non dormiva più. E non era una semplice insonnia. No, era l'impossibilità di muoversi dall'ufficio, di bilanciare la sua vita professionale con gli affetti e di conservare interessi privati oltre al business.

Cervello e cuore per i soldi, suoi, degli azionisti, dei risparmiatori. Se non fossero intervenuti i dottori sarebbe andato avanti così, tormentato dalla «inability to switch off», per dirla all'inglese, dall'incapacità di staccare la spina, una sindrome pericolosa e, pare, oggi sempre più diffusa nella City. Ventiquattro ore su ventiquattro davanti al computer, ai conti, ai bilanci.

Poverino. Non chiudeva occhio, nel vero senso della parola. «Come un computer - ha confidato di recente al Financial Times - che esaurisce la propria carica». La sua era scesa a livello zero. Poco prima di chiamare il presidente del consiglio di amministrazione per avvertirlo che, sfinito, stava per gettare la spugna, era rimasto cinque giorni e cinque notti con le pupille sbarrate, attaccato ai grafici dei mercati, appeso alle tensioni dell'eurozona, «drogato» dalla City e dagli impegni.

Ultimo campanello d'allarme. Lo avevano chiamato all'inizio del 2011 e a peso d'oro gli avevano offerto la carica di amministratore delegato (retribuzione e bonus da milioni di sterline). Non c'era da meravigliarsi di tanta dedizione alla causa, visti i tempi difficili. Solo che Antonio Horta-Osorio, un curriculum fantastico da Goldman Sachs al Santander, aveva un vizio (o una virtù per altre campane): accentratore, non amava le deleghe, confidava sulla sua tempra gladiatoria. E si occupava di tutto. Non si è accorto che pure lui è un comune mortale, i banchieri si credono invincibili e non lo sono. Si è preso una pesantissima sbronza da lavoro. Ed è crollato finendo in clinica dove ha scoperto, lo ha ammesso lui ai giornali inglesi, che fra i top manager della City uno su due («me lo hanno certificato i dottori») soffre di morboso attaccamento alla poltrona. Potere, vanità e arroganza: non c'è altro all'infuori del mercato. Alla fine si va in tilt.

Adesso Antonio Horta-Osorio è guarito, giura che dorme «fra le sette e le otto ore» e che si è reso conto di quanto sia importante coltivare gli affetti. Gli azionisti, pubblici e privati, scottati dalla defezione sia pure momentanea (che cosa sono due mesi e mezzo di astinenza da banca?) hanno messo il muso e lo hanno torchiato per studiarne l'idoneità e l'affidabilità. Nuovo esame. Ciascuno degli 11 membri del board Lloyds Group lo ha sottoposto a un lungo colloquio di verifica. Promosso. Da lunedì gli toccherà occuparsi dei 15 mila «esuberi» nel gigante del credito britannico e delle 632 filiali Lloyds che sono in vendita. Un incubo. Da togliere il sonno. 

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