11 dic 2011

Tagli alle indennità, la norma si blocca Rivolta dei parlamentari dopo la decisione del governo. Il presidente della Camera Fini assicura: «Niente dilazioni»

ROMA - La maggioranza non sarà una vera maggioranza, ma stavolta insorge unita contro la decisione del governo (già bocciata dalla commissione Affari costituzionali) di prevedere nella manovra un articolo che impegna i parlamentari a decurtarsi entro il 31 dicembre le indennità portandole in linea con la media europea, altrimenti sarà l'esecutivo stesso a farlo per decreto legge.

«Non si può fare, è un'ingerenza del governo, su queste materie c'è competenza esclusiva delle Camere», hanno protestato da destra a sinistra contro una norma che di fatto stabilisce un termine ai lavori della commissione tecnica - presieduta dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini - che da settimane sta lavorando per stabilire i parametri economici che rendano uniformi a quelli dei colleghi europei gli stipendi di amministratori, consiglieri, sindaci e parlamentari.
Perfino Gianfranco Fini definisce «inopportuna e scritta male» la decisione del governo «perché non è possibile intervenire per decreto in materia di competenza esclusiva delle Camere», affrettandosi però ad escludere che «nel Parlamento ci possa essere un'azione dilatoria o di contrasto» rispetto alla riforma. Precisazione dovuta perché, nel frattempo, l'ira montante dei parlamentari che non vorrebbero vedersi dimezzato lo stipendio e lo sdegno dei tanti che pur disposti al sacrificio accusano il governo di «demagogia» (Maurizio Gasparri ironizza: «Io chiedo che tutti gli stipendi sopra una certa soglia, pubblici e privati, vengano tagliati. Vediamo chi è d'accordo...») ha portato ieri pomeriggio all'idea di presentare un emendamento in cui si pone un diverso termine per la fine dei lavori della commissione (si è pensato a marzo-aprile), superato il quale le Camere sarebbero impegnate a rendere effettivo il taglio «entro trenta giorni».
Un rinvio insomma, che Massimo Corsaro, vicecapogruppo del Pdl, spiega così: «Al ministro Giarda abbiamo detto chiaro che, se la norma restasse com'è, sarebbe inapplicabile, e noi potremmo altamente disattendere l'obbligo di tagliare le indennità. Stabilendo invece dei termini certi e affidando alle Camere l'obbligo di applicarlo, diamo la garanzia che la riforma si faccia».

E però, in tempi grami in cui tutti sono costretti a stringere la cinghia, la mossa ha provocato un terremoto. E le reazioni sdegnate di chi ha il sospetto, se non la certezza, che si tratti di una manovra dilatoria per rimandare a dopo, forse a mai, il sacrificio. Proteste che si affollano sui siti Internet, che arrivano nelle sedi dei partiti, e che costringono tutti alla marcia indietro e alle messe a punto.
Il relatore alla manovra del Pd, Paolo Baretta, assicura che «da parte nostra non abbiamo intenzione di presentare alcun emendamento: se al presidente Giovannini servirà più tempo, ce lo farà sapere. In ogni caso, non può essere il governo a rivedere le indennità..». Sulla stessa lunghezza d'onda il segretario del Pdl Alfano: «Nessun rallentamento, ma su un tema così delicato il Parlamento non si faccia commissariare dal governo». E lo stesso Fini chiarisce che «non è in discussione la revisione delle indennità dei deputati», perché «in tempi brevi» i tagli arriveranno. Si tira fuori dalla querelle Pier Ferdinando Casini: «Per quanto riguarda il gruppo dell'Udc non ci sarà alcun emendamento che escluda dai tagli gli stipendi dei parlamentari».


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