27 set 2011

Il ricercatore universitario che si mantiene guidando il taxi

«guido l'auto di papà, così potrò andare a vivere da solo»


Matteo Alvaro, 28 anni, geologo, è rientrato dagli Usa: «L'assegno della facoltà non basta»

Matteo Alvaro (Fotogramma)
Matteo Alvaro (Fotogramma)
MILANO - Matteo Alvaro di professione fa il ricercatore è alla sua prima domenica da tassista, lo si capisce subito. Una svolta a destra di troppo e si dirige nella direzione opposta a quella richiesta. «Mi scusi, sono un po' confuso», si giustifica. E inizia a raccontare. «Sono salito sul taxi di mio padre dopo due anni di specializzazione negli Stati Uniti». Si ripassa esattamente al punto di partenza e il taxista-ricercatore azzera il tassametro: «È da stamattina che faccio sconti per le mie sviste».

Matteo è nato 28 anni fa a Milano, vive a Binasco nella casa dei genitori e ha una sorella più grande. Ha alle spalle il biennio passato alla Virginia Tech di Blacksburg, prestigiosa università del profondo Sud americano. «Fin da piccolo sognavo di fare il geologo: così, dopo essermi diplomato all'istituto tecnico di Pavia mi sono laureato in Geologia. Poi ho vinto una borsa di studio per il dottorato e ho continuato a lavorare all'università. A un convegno ho conosciuto Ross J. Angel, il numero uno nel campo della cristallografia e, grazie anche all'aiuto dei miei professori, ho potuto anticipare il dottorato e partire per un ruolo di postdoc (l'equivalente del nostro posto di ricercatore) alla Virginia Tech». Negli Usa gli avevano proposto di scegliere tra due contratti: «Uno di 4 anni e l'altro di 2. Scelsi quello più breve anche per questioni di cuore, visto che avevo una storia in Italia». Pentito di quella decisione? «Sì, anche perché nel frattempo la storia è finita. Lo penso soprattutto dopo una giornata passata sul taxi con la moda a Milano».

Quando in America la crisi economica ha cominciato a farsi sentire, il suo professore gli ha scritto un'email prima che scadesse il contratto e gli ha consigliato di cercarsi un'altra opportunità, offrendo le sue referenze. «I colleghi di Pavia con cui ho mantenuto i rapporti, mi hanno suggerito di rientrare. Devo ringraziare il dipartimento che si è sempre adoperato per non farmi restare senza un minimo di sussidio economico. Ma in Italia le retribuzioni per chi lavora in ricerca sono molto più basse rispetto a quelle americane». Un postdoc guadagna mediamente 40 mila dollari all'anno e può arrivare anche a 80/100 mila. «In Italia, invece, lo stipendio credo sia intorno ai 1.400 euro al mese. Esattamente non lo so ancora, visto che devo aspettare il concorso per entrare in servizio».

Nel frattempo Matteo ogni domenica mattina sale sull'auto bianca del padre e fa il tassista a Milano, «possibilità offerta dalla "collaborazione familiare" per cui la licenza taxi può essere estesa a un parente», spiega. «E lo farò anche quando arriverà l'assegno, per arrotondare».
Poi, dal lunedì al venerdì, il tassista ricercatore con la passione per la tecnologia («ho quattro computer, due sono portatili») frequenta il laboratorio del dipartimento di Scienze della Terra all'Università di Pavia. «Scrivo articoli scientifici in attesa di riprendere la mia attività: lo studio delle proprietà chimico-fisiche dei minerali. I risultati possono essere utilizzati per approfondire le conoscenze di base nel campo della geologia ma possono anche servire per produrre nuovi materiali, come certe argille utilizzate per la messa in sicurezza di siti contaminati».
All'estero la possibilità di fare ricerca è maggiore grazie anche ai fondi privati. «Nel mio dipartimento eravamo in 17 italiani, siamo rientrati solo in tre. Abbiamo fatto tutti il dottorato in Italia e siamo costati allo Stato, costi che vanno a vantaggio dei Paesi esteri. Senza contare che qui lavoriamo con strumenti degli anni 80 mentre negli Usa hanno a disposizione le ultime tecnologie. E questo incide sui risultati».

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