29 mag 2009

Il lato positivo delle crisi


Questa crisi cambierà il corso della tua carriera. Se tu sarai danneggiato o rafforzato dipende dal modo in cui reagisci





La recessione che seguì la seconda guerra mondiale fu dura per tutti ma in special modo per Bill Hewlett e Dave Packard. Infatti fornivano equipaggiamenti al Governo e ciò rappresentava la maggior parte dei guadagni della loro società; questo terminò con la fine della guerra stessa.Oltre a questo problema, la generale contrazione dell’economia che seguì la diminuzione dell’investimento Pubblico generò un’ulteriore diminuzione delle entrate della HP.

Fu questo uno di quei momenti in cui il comportamento nel breve periodo dei leader della compagnia, avrebbe determinato il suo futuro.

Come ha documentato il biografo M. Malone, Hewlett e Packard hanno costruito il loro business sui principi di lealtà e fiducia ma in quelle circostanze capirono di non poter fare a meno di licenziare il 60% dei loro dipendenti.
Tra i sopravvissuti tuttavia successe qualcosa di curioso, infatti furono costretti a sforzarsi in nuove maniere. Il capo della produzione della società, trasformò sé stesso un uomo di marketing ed ebbe così successo che rimase con quella carica per il resto della sua carriera. Perfino Packard dimostrò di avere delle capacità che nessuno avrebbe sospettato, infatti quando la compagnia era alla ricerca disperata di nuovi prodotti, anche se non era un ingegnere geniale (questo era il ruolo di Bill H.) si chiuse in laboratorio ed invento un nuovo prodotto: il Voltmetro. Questo rese guadagni alla società per cinquanta anni. Packard non inventò più nessun prodotto ma continuò a dirigere la società: la situazione di crisi lo aveva spinto ad eccellere oltre le sue capacità.
Questa recessione è molto peggiore di quella che seguì la seconda guerra mondiale e per molte persone rappresenta una profonda prova personale. Tutti sono sottoposti a ad una dura prova di sopportazione dello stress, ma ciò rappresenta anche un importante opportunità di crescita personale e di dimostrarsi un leader per le proprie capacità di risolvere i problemi.
Quali sono quindi le caratteristiche della vera leadership?
Si possono identificare quattro azioni che sembrano semplici solo apparentemente, ma che possono contribuire significativamente alla crescita di ogni leader.
1) Farsi vedere sempre al lavoro. Le persone vogliono essere condotte per mano. Vogliamo che il Leader sia un posto dove riporre le proprie paure. Quando le persone sono molto preoccupate vogliono che qualcuno con dei poteri più grandi dei loro lavorino a risolvere i problemi. Pertanto i leader di successo durante le crisi fanno vedere chiaramente che sono lì presenti al lavoro. Questo tipo di visibilità non è facile da raggiungere perché durante la crisi i responsabili hanno un milione di cose da fare che richiedono di stare al telefono o incontrare piccoli gruppi di lavoro.
Anche quando gli avvocati consigliano di non mostrarsi in pubblico, va comunque fatto, come Dell stesso fece, quando all’indomani dell’annuncio di terribili risultati economici, apparve in pubblico, tranquillo e spiegando i suoi piani. Aumentando così la fiducia in un futuro migliore.

2) Agire velocemente. Le decisioni devono essere prese e i leader durante le crisi non devono perdere l’occasione di agire. La parte difficile è che più le decisioni sono facilmente accettate e più sono decisioni difficili da perdere, specialmente in tempi difficili. Allo stesso tempo l’istinto ti consiglierebbe di decidere con calma, ma è vitale farlo nel più breve tempo possibile.

3) Mostrarsi IMPAVIDO. Noi vogliamo che i nostri leader si mostrino a noi senza paura. Infatti negli affari la defezione e la paura vengono avvertiti lontano miglia. E’ per questo che ogni leader deve mostrare apertamente di non temere nulla, dimezzando la propria paga e comprando azioni della società.
E’ bene mostrare di non aver paura, non “non avere” paura, infatti non può esistere un CEO che non abbia paura.

4) Attenzione al modo di presentare la crisi. Alcune ricerche dimostrano che le persone si stressano per come la situazione viene presentata, e non per quella che è veramente. Chi vede gli eventi come terribili, cattivi, anomali, tendono a soffrire molto più seriamente degli altri, che invece lo vedono come normali eventi della vita.

Questi quattro passaggi accennati fino ad ora, richiedono che usciate dalla zona di comfort. E questo è esattamente il punto. I ricercatori hanno stabilito che ciò che trasforma persone medie in grandi performers è il processo di essere spinti costantemente oltre le proprie capacità e di reagire alle nuove sfide con sforzi mirati a superarli, con abbondanti feedback sui risultati.

E’ inevitabile che il processo sia caratterizzato da errori e mancanze.
Come le persone di successo affermano, si impara più dagli errori che dai successi, ma molti degli impiegati non vogliono assolutamente pensare che sbagliare sia parte integrante del processo di crescita.
Per questo non sbagliare significa agire in maniera mediocre non andando fuori la propria zona di confort e non migliorando mai.


La precisa natura dell’opportunità che la crisi ci mette a disposizione è che ognuno è spinto oltre le proprie capacità.
Adesso vediamo quattro mosse da fare subito, infatti certe pratiche sono più facili da adottare in tempi difficili.

1) Valutate bene gli impiegati. In tempi normali è facile essere meno rigorosi nel processo di selezione, e i manager tendono a pensare di essere circondati da giocatori di serie “A”. In tempi più delicati è molto più facile distinguere le star dai buffoni. Inoltre se la disoccupazione cresce gli impiegati sono tendenzialmente più inclini a prendere le valutazioni più seriamente.
2) Guidare in maniera finalizzata la comunicazione. E’ inutile proporre continuamente dati altalenanti all’opinione pubblica, ciò accresce la paura e non aggiunge nulla.
3) Focalizzarsi su ciò che veramente conta, ossia guadagnare con gli investimenti fatti. Ciò sembra una banalità, ma gli obiettivi dei manager ad ogni livello sono ben distanti da questo, nessuno ha come obiettivo la CREAZIONE DI VALORE per la società.
4) Espandere la propria concezione del rischio. Il rischio più grosso per la tua compagnia è di non fare più nulla considerando i rischi troppo grossi.

5) Stimola le idée di tutti. I miglioramenti potenziali risiedono un po’ ovunque.


fortune

Google wave, l'onda avanza


Presentato a San Francisco il progetto che rivoluzionerà l’e-mail, grazie a un’unica piattaforma saranno integrati posta elettronica, chat, blog, foto e altro ancora



MILANO – A San Francisco, durante la conferenza per sviluppatori Google I/O, Lars Rasmussen (Software Engineering Manager di Google) ha presentato in anteprima Google Wave, una nuova piattaforma per la comunicazione e la collaborazione online che aspira a rivoluzionare la posta elettronica tradizionale con una connotazione decisamente molto più «social». L’annuncio arriva, non a caso, nel giorno del lancio ufficiale di Bing, il motore di ricerca che Microsoft propone come primo antagonista di Google.

UN’ONDA PER COMUNICARE – «Come sarebbe la posta elettronica se fosse stata inventata oggi?». Questa è l’idea da cui è partito il progetto di Wave. L’Onda di Google, per ora disponibile in versione beta solo per un numero ristretto di sviluppatori, punta a favorire l’interazione online degli utenti attraverso un’unica piattaforma che integra l’e-mail con la chat, unificando la possibilità di dialogare, scambiare foto, video, mappe, documenti e altro ancora. Tutte le persone invitate a unirsi alle stessa «onda» si troveranno a lavorare nello stesso ambiente virtuale, portando contributi immediatamente visibili anche a tutti gli altri partecipanti e comunicando in tempo reale in uno stesso ambiente, come se si trovassero allo stesso tavolo. Come ha dimostrato Rasmussen, impostando un messaggio di posta sarà possibile modificare il testo in modo collaborativo (una sorta di Google Docs molto più evoluto), aggiungendo commenti, risposte e utilizzando diversi strumenti di comunicazione. Inoltre, attraverso la funzionalità playback è sempre possibile vedere come le conversazioni e i contenuti di una wave si sono sviluppati passo dopo passo e, ad esempio, ripristinare uno stadio precedente.

COLLABORAZIONE E REAZIONI – Google Wave inoltre sarà integrabile, in modo fluido – come suggerisce il nome – con il resto del web: gli sviluppatori potranno utilizzare le Api aperte di Google per incorporarlo in altri siti, blog o costruire applicazioni interoperabili con esso. Le conversazioni su Wave relative alle immagini di un blog, potranno quindi apparire anche sul blog stesso. L’integrazione è anche tra i diversi dispositivi, tra cellulare e computer ad esempio. È in progetto anche una versione open source, che sarà pronta tra qualche mese. La presentazione ha già raccolto centinaia di commenti dalla rete: dilaga l’entusiasmo di molti che fremono nell’attesa di testare personalmente il nuovo progetto, ma si fanno spazio anche le prime critiche. C’è chi definisce Wave un ennesimo esercizio di vanità e di arroganza di Google, sottolineando come alcuni progetti in passato siano stati lanciati come grandi innovazioni per poi essere abbandonati mesi dopo. Il blog di Fast Company critica addirittura punto per punto le qualità magnificate dagli sviluppatori, come il fatto di rendere immediatamente visibili a tutti le modifiche a un testo; ciononostante però scommette sul successo del prodotto (che secondo le indiscrezioni sarà disponibile a tutti entro fine 2009) confidando nel fatto che Google raramente si è sbagliato sui suoi prodotti.
corriere

Hug Me Tender


Usa, dilagano gli «abbracci» tra teeneger
Ma le scuole li vietano: «Pericolosi»
I giovani americani rivoluzionano l'antico galateo. Centinaia di presidi si oppongono



NEW YORK – C'è quello "standard" (il più usato), quello "stile orso" (tenero e affettuoso) quello "da dietro" e "il triplo" (tre ragazzi o tre ragazze che si abbracciano contemporaneamente). Lo "shake and lean" inizia con un high-five per trasformarsi poi in un incontro di pugni chiusi, seguito da una pacca sulle spalle e un abbraccio; il "bear claw" consente ai ragazzi più timidi di abbracciare una coetanea, tenendo i gomiti goffamente sospesi in aria. Nell'America di Facebook e YouTube, il dizionario della lingua inglese non riesce più a tener testa ai moltissimi termini ed espressioni usate oggi dai teenager americani per descrivere la loro attività preferita: abbracciarsi. Accusati fino ad ieri di essere «una generazione capace di comunicare solo virtualmente», i giovanissimi Usa hanno letteralmente rivoluzionato l’antico, rigidissimo galateo anglosassone che impediva a loro nonni e genitori di abbandonarsi ad effusioni in pubblico. «Ragazze che abbracciano altre ragazze, ragazze che abbracciano ragazzi, ragazzi che abbracciano ragazzi», scrive il New York Times in un lungo articolo di prima pagina per spiegare un fenomeno socio-culturale già immortalato da un reality show (Bromance di MTV). E dovuto, forse, proprio alla grande fame di contatti umani creata dall'era di Internet.

LE SCUOLE - Ma il nuovo trend è già finito nel mirino delle autorità scolastiche. Dal New Jersey alla Florida, i presidi di centinaia di licei e scuole medie del paese hanno messo al bando l'abbraccio non solo in classe ma anche nei corridoi e cortili delle scuole. «Il contatto fisico è un tema molto pericoloso», spiega al Times Noreen Hajinlian, preside della George G. White School di Hillsdale, in New Jersey, che l'ha vietato due anni fa «perché intralciava le attività accademiche». Per giustificarsi, le scuole s’appellano ad antichi codici scolastici contro le pubbliche manifestazioni di affetto, redatte anni fa al fine di «mantenere un'atmosfera di serietà accademica» e «prevenire le molestie sessuali». «Non c'è nulla di romantico o sessuale in ciò che facciamo - ribattono stizziti gli studenti - l'abbraccio è il "ciao" della nostra generazione». Ma non tutti sono d’accordo. «La pressione a conformarsi è insostenibile», si lamenta Gabrielle Brown, studentessa del Fiorello LaGuardia High School di Manhattan. «Chi si rifiuta di abbracciare viene considerato uno strano, asociale e misantropo e diventa subito un outcast». Scettici anche molti genitori cresciuti in un'era in cui due donne a braccetto per strada erano tacciate d’essere lesbiche. «Quando osservo queste interazioni mi sento come una turista in un paese dove non conosco i costumi e la lingua», ammette candidamente Beth J. Harpaz, madre di due adolescenti e autrice del libro «13 is the new 18». Naturalmente ci vuole ben altro per fermare questi irruenti teenagers. «Non abbiamo paura», dice Danny Schneider, studente di terza liceo in una scuola dove gli abbracci iniziano alle sette del mattino. «Le critiche non ci toccano. Anzi, ci spingono a tuffarci nella mischia, per abbracciare come matti».
corriere

27 mag 2009

La nuova truffa alla giamaicana



I criminali sono spesso narcotrafficanti
«Pronto, ha vinto un milione di dollari»
Il trucco utilizzato per raggirare pensionati americani. Alcuni hanno perso centinaia di migliaia di dollari



WASHINGTON – I "pirati" della Giamaica non usano i galeoni né sparano con le colubrine. Ma riescono a fare ricchi bottini: solo 30 milioni di dollari durante il 2008. Sono corsari particolari che usano il telefono come arma e prendono di mira pensionati americani un po' troppo ingenui. La tecnica è quella usata in passato dalle bande nigeriane con la variante dell'email. La persona riceve una telefonata di questo tenore: «Complimenti, lei ha vinto un milione di dollari alla lotteria in Giamaica. Però per ritirare il premio deve versare una somma di denaro per coprire le tasse o le spese». Chi cade nel tranello fa il bonifico di poche centinaia di dollari con la Western Union e non vede più l’ombra di uno centesimo. In qualche occasione gli stessi truffatori tornano a farsi sentire sotto mentite spoglie. Nuova telefonata: «Sono un funzionario di polizia, stiamo indagando sulla truffa ai suoi danni. Ma servono dei contanti per aiutare l'inchiesta». Può sembrare incredibile ma c'è chi ricade nella trappola.

MOLTI CASI - Il problema è così grave che le autorità hanno creato una task force con funzionari statunitensi con l'obiettivo di arrestare le gang e recuperare il denaro. E non stiamo parlando di somme ridotte. Attualmente ci sono indagini su una dozzina di casi dove ogni persona ha perso l'equivalente di 400 mila euro.

ELENCHI TELEFONICI - I criminali sono spesso narcotrafficanti che, per compensare i minori introiti derivati dalla cocaina, si dedicano alla truffa. Con l'aiuto di complici negli Stati Uniti acquisiscono interi elenchi telefonici dove uncinano i "pesci". Una caccia al pensionato che va dalle Hawaii alla costa orientale degli Usa. A volte con conseguenze drammatiche: nel 2007 un'ex bibliotecaria di 72 anni si è tolta la vita nel New Jersey. Le avevano soffiato oltre 200 mila dollari.

CONCORRENZA - Per le autorità giamaicane si è poi creata una seconda emergenza. Le bande sono in concorrenza e spesso capita che usino gli stessi elenchi. Quando lo scoprono regolano i conti a colpi di pistola. Altro problema quello della corruzione. In aprile sono stati sospesi 19 funzionari pubblici coinvolti in una delle reti truffaldine.

corriere

Il 2009 l'anno peggiore per l'It in Italia




Prende una brutta piega l'andamento del mercato dell'It in Italia. I dati presentati oggi da Assinform a Torino, presso il Lingotto (l'indagine è stata realizzata da Netconsulting) stimano una caduta della spesa It nel 2009 del 5,9%; come dire, il peggior risultato della storia dell'informatica italiana. Tutti i settori, senza distinzioni di sorta, prendono le forbici: le banche (-9%), l'industria (-4,9%), e, ancora sotto l'effetto di fenomeni di razionalizzazione, le telco (addirittura -11%), i media (-8,1%).

Quel che è peggio è che i tagli colpiscono anche quei settori che non hanno mai brillato per innovazione e che troncano di netto un processo verso la modernizzazione necessaria: i trasporti e la distribuzione, entrambe attestate intorno al meno 7%, e le assicurazioni (-2,9%). Le famiglie tirano la cinghia, e il mercato consumer, che negli ultimi anni ha fatto da traino, segna meno 3,5%. Il ritornello si ripete per la Pubblica Amministrazione, che continua la discesa già registrata negli anni scorsi, ma con la novità che vanno sotto zero per la prima volta gli Enti Locali (-1,7%). Buone notizie dalle utilities, la cui spesa It cresce del 3,8%. Secondo Assinform, il "mistero" sarebbe spiegato dal mercato protetto in cui operano queste aziende, sostenuto da regimi di monopolio ancora vivi e vegeti.

Di fronte alle stime del 2009, i dati del 2008, a cui il Rapporto Assinform è in gran parte dedicato, rischiano di apparire anacronistici, con più di un segno più qua e là, anche se si vedono già i prodromi della caduta. Nel 2008, il mercato aggregato dell'Ict in Italia ha avuto un incremento dello +0,1 per cento.

Il minor dinamismo rispetto al 2007, quando era cresciuto dello 0,9%, sta nel rallentamento della componente telecomunicazioni (-0,2%). Il comparto dell'informatica è invece cresciuto dello 0,8%, la metà rispetto ai 2 anni precedenti, vittima della contrazione degli investimenti nelle imprese nella seconda metà dell'anno e del downpricing, mentre il mercato consumer è rimasto vivace (+4,4%). Segna il passo l'hardware (-0,2%), svolta in negativo per lo storage (-13,5%), (relative) buone performance dei Pc, notebook inclusi.

Buona parte della crescita del comparto software e servizi, è merito del software (+3,4%), al cui interno crescono applicazioni e middleware. Sostanzialmente stabile il settore dei servizi (+0,4%), dove cresce la domanda per sistemi embedded, outsourcing, consulenza e systems integration, mentre cala la richiesta, tra l'altro, di formazione. La domanda si è attenuata nelle grandi imprese (+0,7%) e nelle medie (1,2% contro l'1,9 del 2007), mentre le piccole registrano un calo dello 0,7%. La domanda business rappresenta ancora l'80% del mercato It italiano, con le grandi aziende a far la parte del leone, mentre le piccole non danno al mercato It un contributo pari a quello che danno per Pil e occupazione. Le tantissime microimprese (meno di 10 addetti) si caratterizzano per una penetrazione di strumenti informatici limitata al 61%.

Il mercato Tlc ha registrato un calo dello 0,2%, dopo il già modesto incremento dell'anno prima. Pesano molto le fisse (-2,0%, si fa sentore la concorrenza delle tecnologie Voip), un calo non compensato a sufficienza dall'andamento delle Tlc mobili (+1,3%). Cresce il consumer (+1,5%), persiste la caduta del segmento business (-1,7% , dopo il -2,3% del 2007).

Continua a crescere, anche se di poco, il numero di linee mobili (92,2 milioni, +1,6%) e il numero di utenti effettivi (46,1 milioni, +0,4%), anche se ormai il mercato è ai limiti della saturazione. Evolve l'uso delle comunicazioni mobili, visto che la spesa unitaria per utente attivo vede calare (-1,4%) i servizi voce e crescere (+7,4%) i servizi non-voce Sms, Mms, di collegamento Internet e a valore aggiunto. I servizi-non voce pesano ormai per il 27,9% dell'intero mercato dei servizi mobili.

Sul fronte delle Tlc fisse la componente di servizio si è contratta (-1,9%), proseguendo un trend oramai fisiologico in rapporto alla crescita delle mobili. Il dato è conseguenza, come già negli ultimi anni, di un calo pronunciato nelle componenti più mature (voce -6,9%, trasmissione dati, -7,2%), solo in parte compensato dalle componenti legate ai servizi a valore aggiunto (+3,0%) e alle connessioni Internet (+11,5%). Quanto a queste ultime, è positivo l'incremento del numero di accessi ad alta velocità, risultati a fine 2008 pari a 11,36 milioni (+12,3%), più di 11 dei quali in modalità xDSL (+12,6%) e i restanti su fibra ottica (+2,6%).

Il confronto con il resto del mondo industrializzato è inclemente per il nostro paese. Nel 2008, la domanda mondiale It ha segnato una crescita globale del 4,8% appena un punto in meno dell'anno prima, con il mercato Usa a + 3,3%, l'Europa + 3,8%, l'area Asia-Pacifico + 7,2% e il complesso dei paesi del resto del mondo +9,3%. Nel confronto europeo, la dinamica del mercato italiano dell'It (+0,8%) è risultata inferiore a quelle di Regno Unito (+3,2%), Germania (+3,4%), Francia (+3,4%) e Spagna (+4,9%).

sole24ore

Arriva la generazione dei «nativi digitali»



«avranno attitudini multitasking sbalorditive, ma difficoltà a vivere le emozioni»
I bambini di oggi che crescono con l'elettronica avranno il cervello più sviluppato per certe facoltà e meno per altre



C'è sicuramente del vero....ma quanto? Sinceramente mi sembra un articolo interessante per lo spunto ma banale per la conclusione, voi che ne dite?

ROMA - Fin da piccolissimi con il telefonino o con il telecomando fra le mani. Per non parlare della precocissima confidenza con i videogame. I bambini di oggi già all'asilo hanno capacità di decrittare icone su televisioni e computer. Come saranno una volta adulti?
«Dal 2000 circa in poi il genere umano ha subito un'ulteriore evoluzione. Dopo l'Homo sapiens sapiens è la volta della generazione dei nativi digitali. Una nuova umanità figlia di cellulari e videogiochi, che ha già un cervello diverso dal nostro» ha spiegato all'agenzia Adnkronos Salute Tonino Cantelmi, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma e presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici. «Abbiamo esaminato un vasto campione di bimbi, nati a partire dal 2002. Concentrandoci sulle caratteristiche dei nativi digitali, figli della "generazione di mezzo" e nipoti dei "predigitali" - chiarisce lo psichiatra, che a questo tema ha dedicato un libro, «L'immaginario prigioniero» (Mondadori), scritto con la psicoterapeuta Maria Rita Parsi - Questi piccoli hanno un apprendimento più percettivo e meno simbolico, e sono dotati di abilità viso-motorie eccezionali. Una volta adulti - aggiunge - saranno spesso uomini e donne incapaci cioè di riconoscere le emozioni interne, ma abilissimi a rappresentarle». Inoltre saranno ragazzini e poi giovani «multitasking», capaci di utilizzare contemporaneamente vari mezzi tecnologici senza timore o paura.

SARÀ DIFFICILE «CAPIRLI» - Per la generazione dei nativi digitali, che in questi anni sono ancora sui banchi di materna ed elementare, «le emozioni non sono vissute, ma piuttosto rappresentate. Saranno abilissimi a tecnomediare le relazioni. E, naturalmente, comunicare con loro sarà difficile sia per la generazione di mezzo, che per i predigitali», prevede Cantelmi. Infatti l'uso di vari strumenti tecnologici fin da bambini attiva aree cerebrali differenti. E predispone a svelare senza fatica i segreti delle strumentazioni più high-tech. Tutti genietti del computer, dunque? «Non solo, questa generazione - racconta lo psichiatra - nasce con l'esperienza della democrazia dal basso. La pressione del gruppo di coetanei con cui si condividono le chiacchiere digitali sarà fortissima, e presto sulla rete si commenteranno eventi e avvenimenti, piccoli e grandi». Dall'uscita di un film in 3D, all'apertura del negozio sotto casa. Il futuro dei nativi digitali, secondo Cantelmi, è sempre più scritto nei blog. E la Rete «muterà per alimentare le passioni e i modi di socializzazione di questa generazione in crescita. Affamata di novità - conclude - e bravissima a sintetizzare con un'icona i suoi messaggi al clan degli amici», via mail su telefonini sempre più ricchi di applicazioni.

corriere

I professionisti che «alzano il gomito»


Giornalisti e addetti alla comunicazione sono i più inclini all'alcol. A ruota i «finanziari»



MILANO – I giornalisti inglesi bevono in media l’equivalente di oltre quattro bottiglie di vino a settimana, o di 19 pinte di birra. E anche chi lavora più genericamente nel mondo dei media – grafici, fotografi, addetti stampa, relatori pubblici – non è da meno, aggiudicandosi il primato di chi ama il bicchiere per gustarvi superalcolici e liquori. Morigerati nel consumo alcolico sono invece i lavoratori del settore dell’educazione, dei trasporti e dei viaggi: è questo il risultato di una ricerca inglese, accoppiata a una campagna educativa e informativa lanciata dal governo britannico, «Know your limits».

ALCOL E MEDIA – E’ il mondo dei media, un po’ a sorpresa, che almeno in Inghilterra ruba lo scettro del consumatore di alcol a operai, lavoratori edili, braccianti, ritenuti comunemente (ma evidentemente erroneamente) più abituati a bere dopo le fatiche del lavoro. Al pub invece a darci dentro tra uno shot (la «dose» usata in Gran Bretagna, che però definisce ormai anche in Italia il «colpo», la bevuta secca di un bicchierino di superalcolico, come il rum o la tequila), una pinta e un bicchiere di vino sono dunque i giornalisti e in generale chi lavora nella comunicazione. Per loro la media è di 44 unità alcoliche a settimana, dove l’unità è pari a 8 grammi di alcol, ovvero il quantitativo contenuto in una birra piccola: circa il doppio rispetto a quanto raccomandato dal ministero della Salute britannico, che per gli uomini indica uno standard massimo di 3-4 unità al dì, e per le donne di 2-3 dosi. A ruota seguono in questa strana classifica i lavoratori tecnologici (34 unità a settimana) e ancora i professionisti dei servizi (33 unità) e della finanza e del mondo immobiliare (29 unità).

LE MOTIVAZIONI – L’alcol viene considerato dai lavoratori intervistati soprattutto un modo per socializzare, e spesso, per alcune categorie come quella della finanza, un obbligo nei confronti di clienti, colleghi e datori di lavoro, che dopo l’ufficio amano trovarsi al pub per chiudere la giornata professionale. Proprio per questo motivo, oltre che più semplicemente per una questione di sicurezza pubblica, autisti e insegnanti tendono a non consumare grandi quantitativi di vino e birra: almeno al lavoro, sono salvi da tentazioni.
corriere

22 mag 2009

La mia giornata da Rockefeller


Ricchi per caso - Milionaria per errore della banca -
In Nuova Zelanda coppia di benzinai sparisce dopo un mega incasso. «Capitò anche a me, ho restituito tutto»



Quando una carovana di miliardi si intrufola a sorpresa nel tuo conto corrente, due sono gli umani, anche se non limpidi, desideri. Uno: che non sia stato per errore. E, due, di essere dimenticati all'istante: da tutti, e a cominciare proprio dalla banca. Però. A meno di essere già ospiti fissi delle classifiche di Forbes, è sempre un errore. Uno dei tanti, anche se raramente arrivano a nove zeri.

Quanto all’oblio, nemmeno affogato nel fiume Lete il tuo vicino scorderà che sei stato, anche soltanto per un giorno, miliardario. Nel mio caso sono passati vent’anni, ma se due fidanzati neozelandesi, all’altro capo del mondo, riescono a fuggire col bottino, c'è immancabilmente qualcuno che si ricorda di quando io non l'ho fatto; e per di più sospira sibillino: «Fossi stato io al tuo posto…». Certo che non si fa. Non si svuota il forziere di una banca per filarsela con 10 milioni di dollari. Anche se non è una rapina a mano armata, e a meno che non sia una vincita al Superenalotto. Però. Però se è la banca a sostenere che sono tuoi? È l’unico momento della vita, quando capita in una vita, in cui si vorrebbe estendere il dogma dell'infallibilità dal Santo Padre ai bancari. «Se lo dicono loro, sarà così», hanno accettato la benedizione Leo Gao e la fidanzata Kara Young, la coppia di benzinai dell’Oceania, ricevendo l’esorbitante accredito, in risposta alla modesta richiesta di un mutuo da diecimila dollari alla Westpac Bank.

Certo che era un errore, quell’autostrada di zeri battuta da un computer ubriaco. Però. Però è un fatto che tutti quei denari si sono presentati spontaneamente nelle tasche, ancora virtuali, del correntista. Come se la pompa di benzina di Leo e Kara fosse impazzita e avesse cominciato a distribuire carburante gratis a fiotti. Avrebbero potuto farne una colpa agli automobilisti che se ne fossero approfittati? Così la coppia si è dileguata col malloppo da Rotorua, nell’isola del Nord, a dire il vero più nota per i vapori di zolfo che per le presenze celesti. Certo che sono stati furbi, i due fidanzati. Però. Però ficcarsi in tasca dieci milioni di dollari, per quanto neozelandesi (4 milioni e 600 mila euro), non è come arraffare una mazzetta di banconote dalla cassa di un supermercato. E per il codice penale non è molto diverso. Bonnie & Clyde dell’altro mondo, con il fiato dell’Interpol sul collo, viaggiano pesanti. Sanno che, se verranno acchiappati, non potranno sostenere di aver agito innocentemente.

La legge lo esclude. Certo, potranno guardare dritto negli occhi il poliziotto e domandargli: e tu che avresti fatto al posto nostro? Tutti pensano di saperlo. Tutti quelli che non ci si sono trovati davvero. Vent'anni fa esatti, una banca di Milano depositò distrattamente sul mio conto corrente 15 miliardi, di lire, ma dell'epoca. Certo che erano lì soltanto di passaggio. Se ne sarebbero andati come erano venuti, assieme agli interessi maturati. Anche se non c'era chi non avesse una soluzione tecnica o un alibi morale per incassare il poker servito. Certo, sarebbe stato un colpo di adrenalina. Però anche segnalare telefonicamente alla banca, con lieve insofferenza nella voce, che «questi quindici miliardi, scusi, ma non mi risultano», regala un istante da Rockefeller. Assieme alla sicurezza di non diventarlo mai. E di aver fatto male, poi, a raccontarlo in giro.
corriere

Marketing virale

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20 mag 2009

L'algoritmo dello scontento


Dipendenti tristi e infelici?
Gli scienziati hanno scoperto una nuova formula per calcolare il livello di disagio del personale. Rischio "Grande Fratello".
Dipendenti tristi e infelici? Ecco l'algoritmo dello scontento



LONDRA - E' una situazione classica della vita aziendale: un'impresa ha successo, cresce, moltiplica il suo personale, e nella marea di impiegati e dirigenti aumenta poco alla volta anche l'insoddisfazione, la sensazione di non avere sbocchi di carriera, la delusione di sentirsi poco utilizzati, incompresi, messi da parte. Così, chi può, ovvero chi pensa di avere un mercato, si licenzia e va a lavorare da un'altra parte, spesso privando l'azienda che ha lasciato di un prezioso talento inutilmente coltivato e addestrato per anni.

Ma adesso tutto questo si potrà evitare, grazie a una formula matematica messa a punto dagli scienziati di Google: ribattezzato "l'algoritmo dello scontento", è un calcolo che, incrociando un gran numero di dati personali, permette a un'azienda di individuare i dipendenti insoddisfatti che pensano di licenziarsi.

Anzi, secondo i suoi inventori l'algoritmo è in grado di individuare lo scontento ancor prima che questo si materializzi con chiarezza nella mente del dipendente, cioè prima che il manager o l'ingegnere se ne renda conto. Prima che le aziende di mezzo mondo si attacchino al telefono, o meglio a internet, per ordinare un simile programma, in grado di rivoluzionare la gestione delle cosiddette "risorse umane", c'è da segnalare un piccolo, forse temporaneo problema: inventato dalla Google, l'algoritmo per il momento resta segreto, e la società del più potente motore di ricerca del web non manifesta, per ora, l'intenzione di condividerlo con altre imprese, ossia di commercializzarlo.

Tuttavia il fatto che Google abbia annunciato alla stampa la sua scoperta lascia intravedere la possibilità di un uso commerciale del nuovo prodotto, almeno in futuro. Una delle ragioni della segretezza potrebbe essere che, come nota il Wall Street Journal Europe, la formula matematica "dello scontento" viene ancora sottoposta a test, insomma potrebbe avere bisogno di aggiustamenti e revisioni, prima di essere messa in vendita e offerta a tutti (compresa la concorrenza). Le informazioni che vengono incrociate e confrontate nell'algoritmo riguardano il salario, le promozioni, le mansioni, le risposte a sondaggi interni, i rapporto di superiori e altri colleghi, e altri dati che l'azienda non rivela.

La decisione di sviluppare un simile programma non è casuale. Google, nata nel proverbiale garage, ha oggi 22 mila dipendenti sparsi per il mondo, e recentemente ha perduto un certo numero di dirigenti di primo piano, passati ad altre società del settore, come Facebook, Twitter e Aol, appunto perché insoddisfatti. Il Journal cita il caso di Tim Armstrong e David Rosenblatt, nel reparto pubblicità, e di Doug Bowman, Steve Horowitz e Santos Jayaram in quello della ricerca e dello sviluppo. "Il nostro algoritmo ci consente di entrare nella testa dei dipendenti ancora prima che essi sappiano di volersene andare", dichiara Laszlo Bock, direttore delle risorse umane di Google, al quotidiano di Wall Street, un'affermazione che a qualcuno potrebbe ricordare le intrusioni del Grande Fratello orwelliano nella privacy dei cittadini e suscitare preoccupazione nelle associazioni per la difesa dei diritti civili.

Un altro motivo della segretezza sull'algoritmo è che non solo Google sta facendo ricerche in questo campo: "Molte aziende hanno compreso che c'è molto da fare per una migliore analisi del proprio capitale umano", afferma Edward Lawler, direttore del Center for Effective Organizations alla University of Southern California. Lo scopo ultimo è, evidentemente, quello di parlare con i dipendenti scontenti, intervenire prima che decidano di andarsene e utilizzare al meglio le risorse che un'azienda ha contribuito a far crescere. Ancora una volta, dunque, Google indica a tutti la via del futuro: in tempi in cui si pensa che i computer possano fare tutto e che l'uomo sia un bene spendibile di cui si può fare quasi a meno, il motore di ricerca che ha rivoluzionato il modo in cui viviamo ci ricorda che anche gli esseri umani sono una risorsa preziosa e che conviene alle imprese utilizzarli con saggezza.
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18 mag 2009

Giappone: sorrisometro per i dipendenti


Assomiglia a una webcam e fornisce un punteggio in «centesimi»
Lo ha adottato la Japan Railway Company per i suoi impiegati a contatto con il pubblico



TOKYO - Si chiama Smile Scan ed è un «sorrisometro» introdotto dalla West Japan Railway Company per misurare il sorriso dei propri dipendenti che tutti i giorni devono confrontarsi con i clienti. E' un congegno digitale simile a una webcam, può essere montato sullo schermo del pc o su una parete, e scatta foto a intervalli regolari.

LA «MISURA» - Le foto passano al vaglio di un software che valuta diversi movimenti in punti chiave del volto, per esempio quelli agli angoli della bocca o a lato degli occhi. Alla fine, il «punteggio sorriso». Per la Omron, produttrice di Smile Scan, il sorrisometro non è un modo per spiare i dipendenti bensì per aiutarli a valutare il proprio sorriso, che in Giappone è un requisito irrinunciabile. Secondo uno dei dipendenti della compagnia ferroviaria giapponese è meglio però non esagerare: «Un sorriso troppo smagliante - spiega - può infastidire i clienti. Meglio non superare il punteggio di 70/100».

corriere

15 mag 2009

Le fabbriche delle idee


Davanti alla crisi ci vuole un colpo d’ala. Ecco i più “creativi”, rappresentativi di un’arte tutta italiana. Quella di arrangiarsi. E non arrendersi

Operai che diventano azionisti, impiegati trasformati in operai. E in fonderia si lavora di notte per risparmiare corrente.



«Loro la crisi, noi la soluzione». È scritto su un adesivo distribuito alla manifestazione dei sindacati a Roma, il 28 marzo scorso: adesso se ne sta attaccato su un armadietto, in una delle aziende da noi visitate. Quasi un mantra per operai e impiegati che sentono il peso della recessione, ma cercano di uscirne con un colpo d’ala, un’idea creativa che seppure non ribalti la situazione, contribuisca almeno ad attenuarne le conseguenze. Allontanando il più possibile il rischio di aumentare il conto di quei 370mila posti di lavoro persi nel 2009. La moka è sulla piastra elettrica.

Sono le 4 del mattino, Enrico e Roberto nella cabina del reparto siviere ne hanno ancora per qualche ora, la tazzina ci vuole. Le siviere servono a trasportare l’acciaio fuso, un magma che ribolle a 1600 gradi: dopo averlo immesso nel processo di produzione, in questi enormi pentoloni restano gli scarti della fusione. La stessa sorte tocca a una parte della retribuzione degli operai dell’Alfa Acciai di Brescia: lasciano sul fondo della busta paga un residuo di stipendio, ma 250 posti di lavoro sono salvi. A fronte di una crisi che nel settore dell’acciaio ha falciato circa 17mila posti, a Brescia si sono dati da fare per tamponare l’ondata di licenziamenti. «A gennaio si è prospettata una situazione pesante e il sindacato ha proposto una soluzione alla prop rietà» spiega Giambattista Cò, delegato Fim. L’uovo di Colombo, lavorare solo di notte e nei weekend, perché l’energia elettrica costa meno e permette l’abbattimento dei costi di produzione. 740 operai hanno accettato. I soldi risparmiati sono serviti a integrare i contratti di solidarietà. «La riduzione del 25 per cento delle ore lavorate è compensata al 70 per cento in busta paga dalla quota del ministero. L’azienda ha potuto aggiungere il 10 per cento. Alla fine ogni operaio perde meno del 10 per cento del salario». Un ombrello per passare sotto l’acquazzone (speriamo breve) della crisi. Certo, a scambiare il giorno con la notte la vita ti cambia, ma gli operai sembrano soddisfatti. «In fondo abbiamo più tempo per la famiglia, stiamo con i figli, li seguiamo a scuola» . Il caffè sta per uscire. La nottata è lunga. Passerà.

Anche in fabbriche più piccole dell’Alfa si sono trovate risposte illuminate alla notte fonda dell’economia. In due aziende del tessile, in crisi anche per la concorrenza cinese, sono stati i dipendenti stessi (principalmente donne) a farsi carico dei rischi d’impresa, puntando sulla qualità del Made in Italy. L’Art Lining di Sant’Ilario d’Enza, nella campagna reggiana, è specializzata in interni per cravatte e l’alta tecnologia dei suoi impianti non ha concorrenti, non solo in Italia. La contrazione del 40 per cento del mercato e la poco oculata gestione della proprietà hanno portato la fabbrica, che si chiamava Lincra, al fallimento: 11 dipendenti l’hanno comprata e trasformata in cooperativa. «Abbiamo fornito la copertura finanziaria necessaria» spiega Daniela Cervi di Legacoop «e i soci lavoratori hanno investito 11mila euro ciascuno, derivanti dall’anticipo dell’indennità di mobilità e dalle trattenute in busta paga». «Ci vuole coraggio, nel tuo prodotto ci devi davvero credere» dicono Stefania Ghidoni e Marino Piccagliani, vicepresidente e direttore. Si sente l’orgoglio di aver preso in mano il proprio destino. «La nostra iniziativa è piaciuta e ci ha fatto anche acquisire nuovi clienti» dice Natalia Lei, cucitrice. Stessa storia alla Tabitaly di Foiano, provincia di Prato, produzione di cabine e piatti per docce venduti in tutto il mondo, a cominciare dagli Emirati Arabi. A fronte della minaccia di chiusura l’azienda è stata trasformata in srl e gli operai sono diventati azionisti con quote da sei a 12mila euro. Per ora l’esperimento funziona. Per la camiceria Filo di Fate, storia e fierezza simili ma forma societaria diversa. Quando la Lorenzini, antica camiceria di Merate ha deciso di chiudere lo stabilimento di Nembro (Bergamo), 17 dipendenti non hanno voluto disperdere un know-how di elevata qualità e hanno fatto il salto carpiato: sono diventati i principali fornitori dell’ex datore di lavoro. Solo due hanno rilevato l’azienda, gli altri sono rimasti dipendenti: «Non tutti se la sono sentita di mettersi in cooperativa» spiega Massimo Pomari «e così io e Rosanna Biava siamo i titolari, ma siamo una grande famiglia». Nella loro impresa Pomari e Biava hanno coinvolto tutti e tutti hanno dato una mano, dal sindaco al commercialista. «E i parenti: mio padre mi ha aiutato nei weekend a smontare e rimontare i macchinari» sottolinea Pomari. Ora centinaia di camicie sventolano sugli stand. Maria, sarta e vulcanica tifosa atalantina, ricama a casa di notte le etichette col marchio “Filo di Fate”: «È il mio contributo extra alla causa».

«Nei momenti di difficoltà occorrono fantasia e coraggio». A dirlo è Marco Giovannini, patron della Guala Closures. La sua azienda è leader mondiale nella produzione di tappi antisofisticazione per superalcolici, ha 22 stabilimenti in 12 paesi diversi (dalla Colombia alla Nuova Zelanda) e 2.300 dipendenti. Per 30 di loro, impiegati nella sede centrale di Spinetta Marengo (Alessandria), la vita lavorativa, e non solo quella, ha innestato la retromarcia. «Abbiamo proposto a un gruppo di impiegati in esubero di diventare operai, mantenendo il posto e la stessa retribuzione fino al giugno 2010, con la prospettiva, ci auguriamo, di farli rientrare nelle loro funzioni». Garanzie non ce ne sono, e quindi alcuni hanno preferito la pensione anticipata o la “buonuscita”. In 13 hanno accettato. «Prima ero in amministrazione ora faccio i turni di notte una settimana su tre e mia moglie li fa in ospedale: ci sono periodi in cui quasi non ci vediamo» spiega un po’ preoccupato Paolo Semino, destinato alle macchine per 18 mesi. C’è anche un peso psicologico da sopportare, quello di aver perso la posizione faticosamente raggiunta. «Certo, è come essere tornato indietro di vent’anni, quando ho iniziato. Però ho salvato il posto»

corriere

14 mag 2009

La classe dirigente che ha 40 anni


Non era nella mia agenda». Lo dice così, semplicemente. Con la tranquillità di chi invece ormai da un paio d’anni ha preso in mano con successo le redini di uno dei marchi sui quali si è costruito il mito del made in Italy. No, non era nella sua agenda. «Facevo altro e con soddisfazione», dice Alessandro Benetton, dopo aver appena terminato la riunione del consiglio d’amministrazione di Autogrill (una delle società controllate dalla sua famiglia). Oggi è vicepresidente esecutivo della Benetton Group, di fatto il numero uno. Nella dépendance milanese del gruppo, un palazzotto con giardino nel cuore della Milano fine Ottocento, spizzica del sushi. Indossa giacca e cravatta anche se è chiaro che si trova a proprio agio senza l’una e l’altra. Ma il business richiede i suoi prezzi. E Alessandro Benetton non è arrivato a capo dell’azienda di famiglia solo per diritto di nascita. Anzi. Come lui dice appunto, “faceva altro”. Tanto che ancora oggi viene considerato il «giovane Benetton ». Ma, anche se li porta bene grazie a sport e vita lontana dalle metropoli, i suoi anni sono comunque 44. E, quando le riviste di celebrities si occupano di lui, lo fotografano in compagnia dei suoi figli, Agnese (7 anni), Tobias (5) e l’ultima, Luce, avuti dalla campionessa di sci Deborah Compagnoni. E l’altro che faceva era abbastanza semplice: guidare la compagnia figlia di quella banca di investimento che a 26 anni aveva deciso di creare a Treviso. Quella 21 Partners evoluzione della 21 Investimenti che lo ha fatto diventare nelle cronache finanziarie il “pioniere del private equity” in Italia. Che oggi gestisce fondi per un miliardo in Europa e che dall’88 ha fatto qualcosa come 70 investimenti in altrettante società.

Già, nell’Italia dove i passaggi generazionali, quando avvengono, sembrano lunghi e infiniti, Alessandro Benetton pare l’eccezione. Anche se apparentemente ancora poco compresa. Persino all’ultima assemblea dei soci della Benetton, la domanda ripetuta al capostipite Luciano è stata: quando lascia il gruppo a suo figlio. Peccato che ciò sia avvenuto ormai due anni fa. E lo stesso Luciano sorridendo abbia risposto: «Veramente è da tempo che io non solo non sono in panchina, ma nemmeno nello spogliatoio». È come se l’Italia facesse fatica ad accettare il fatto che i quarantenni possano guidare compagnie e addirittura nazioni come succede nel resto del mondo. E così i Guido Barilla, gli Andrea Bonomi, vengono considerati “giovani”. Dice ancora Alessandro Benetton: «C’è un fattore generazionale che si fa sempre più evidente ma non ridurrei la questione a pura anagrafe. Il fenomeno del nuovo presidente Obama, o di quello francese Sarkozy, ha certamente caratterizzazioni generazionali e anagrafiche, ma sono convinto che ciò indichi anche altro: il desiderio di cambiare, di migliorare il Paese, di accettare che le cose si modifichino. E questo vale anche per le aziende di casa nostra».

Non è un caso che il lavoro iniziato due anni fa da Alessandro Benetton non sia quello di gestire l’azienda sulla quale la famiglia ha costruito l’impero, ma di fare in modo che anch’essa possa camminare sulle gambe dei manager lasciando ai soci il ruolo pieno di azionisti. Si tratta dell’azienda di famiglia, dove tutto ha avuto ini zio. E quel tutto significa oggi una holding, Edizione, che controlla a sua volta una finanziaria come Sintonia, da 10 miliardi, dove sono contenute le partecipazioni in infrastrutture che vanno dalle Autostrade agli Aeroporti di Roma a Telecom a Grandi Stazioni; come pure Autogrill e infine la Benetton. Ma se tutte le altre società sono affidate a manager, a professionisti, per la Benetton il processo è in corso d’opera e ad Alessandro Benetton è stato affidato il compito della transizione. «È per questo che non sento contrapposizione con quello che ho fatto in passato e con il ruolo che continuo ad avere in 21: accompagnare società alla crescita attraverso una managerializzazione di aziende». Una storia per certi versi parallela a quella di Andrea Bonomi, figlio di Carlo, altra famiglia imprenditoriale italiana, con il quale a suo tempo si sono incrociate le strade attraverso la 21.

Certo, l’essere nato Benetton vantaggi gliene ha dati. E lo riconosce. Era all’università e suo padre era già considerato uno degli imprenditori più innovativi e moderni del pianeta. Capace di lanciare e affermare in un mondo ancora in bianco e nero un’idea colorata. «Ma sbaglia chi pensa che il vantaggio sia poter avere un portafogli a disposizione. La mia famiglia mi ha dato soprattutto un’etica, una cultura, una propensione al rischio, un modo di essere che è basato sul fare», spiega. «Stavo finendo l’università negli Stati Uniti, ero avanti con gli esami e volevo finirla in anticipo. Ma la cosa non era possibile. E allora mi stavo dando da fare per mettere a frutto il tempo dall’altra parte dell’Atlantico. Con qualche perplessità trovai solo un corso di fotografia poco attinente con i miei studi. E tanto per capire come si ragiona nella mia famiglia, mio padre mi incoraggiò: guarda che anche leggere Topolino può essere utile, mi disse».

Lo stesso Luciano Benetton che qualche anno dopo, a studi finiti all’università di Boston, un master ad Harvard, fu dalla sua parte quando si trattò di creare la banca. «Da padre credo che ci voglia forza nello spingere i propri figli a rischiare. E ora che si tratta di passare a una gestione di manager l’azienda di famiglia sono quei valori della famiglia che fanno da bussola». «Si tratta di riconoscere l’importanza di un azionista che vuole dare longevità alla propria creazione ben oltre l’azionista stesso. Se avessimo dato retta a quello che secondo i cicli di moda nell’economia e nella finanza andava fatto chissà dove saremmo ora. Ci avevano consigliato di vendere gli immobili, di indebitarci oltre i livelli che ritenevamo adeguati. E non avremmo fatto un buon lavoro per noi, i dipendenti, gli stakeholder». A sentirlo parlare sembra che Alessandro Benetton non si sia formato affatto alla Goldman Sachs e che sia tutt’altro che l’uomo esperto di finanza attivo fino a qualche anno fa nel private equity. «Ma no, ma no, è semplicemente che l’aver creato aziende significa anche dotarsi di un forte senso di responsabilità nei confronti dell’impresa, ma anche della società, degli altri come di noi stessi. Per guardare con senso etico anche all’esterno del sistema aziendale: al contesto sociale, al territorio, ai valori ambientali. Per conciliare la creazione di valore con una maggiore uguaglianza sociale».

Gli episodi recenti di sequestri di manager e film come Louise-Michel (la commedia dove si racconta di un gruppo di operaie che assoldano un killer pasticcione per uccidere il manager che le ha licenziate), sembrano averlo colpito molto. Di fatto indicano che esiste un problema di coesione sociale. «È opportuna una nuova alleanza tra capitale e lavoro, tra etica e democrazia, per evitare che la crisi, prima finanziaria poi economica, diventi proprio deficit di uguaglianza e quindi problema sociale», spiega.

E anche l’atteggiamento rispetto alla finanza deve essere quello di chi ne capisce le potenzialità. «Non si deve confondere l’eccesso con la possibilità di accesso al capitale. È anche grazie alla finanza se esistono oggi un’India, una Cina, persino un’Africa che cresce al 5%, avviate sulla strada dello sviluppo». L’idea è quella di riuscire a conciliare il profitto e la missione con i valori sociali. Il sentiero non è di quelli larghi o immediatamente comprensibili. L’iniziativa di microcredito che Alessandro Benetton ha voluto lanciare in Senegal con il cantante Yossou N’Dour fornendo capitale per la banca Birima, accuse di rischio strumentalizzazione se le è prese. Eppure Benetton è convinto che si possa coniugare l’impegno, il fare profitti e allo stesso tempo essere attenti alla società e all’ambiente.

Una visione che sembra confinare con la politica. Una vicinanza con la politica. «Se fossimo stati vicini alla politica magari la fusione tra Autostrade e Abertis si sarebbe fatta. No?». Eppure la famiglia ha approfittato non poco delle privatizzazioni … «Sì ci è stato detto che siamo monopolisti: quando abbiamo preso Autogrill aveva ricavi per 800 milioni tutti realizzati sul territorio nazionale, oggi fa 6 miliardi di ricavi e solo il 20/21% realizzati in Italia. E il recente arrivo di Stefano Cao a Sintonia, un uomo ex Eni che ha sempre lavorato sui mercati esteri, la dice lunga sulla proiezione internazionale». Se proprio si vuole trovare una contiguità con la politica (a parte la breve esperienza del padre come senatore repubblicano) la si deve cercare ancora dalle parti della famiglia. Ed è un’incursione che non gli toglie il sorriso che ha sul volto. «Ma sì, qualcuno in passato può essersi meravigliato per il fatto che la Fininvest fosse nella mia 21 Investimenti assieme alle Generali e a Deutsche Bank. Ma se devo essere sincero è un buon investimento…». Marina Berlusconi assieme a John Elkann (padrino di suo figlio Tobias) fa parte della stretta cerchia di amici di Alessandro Benetton. Quella insomma che viene inseguita dai fotografi di celebrities, come accaduto la scorsa estate, quando in Costa Azzurra lui e la sua famiglia con quella di Marina furono fotografati a bordo del Besame della presidente di Mondadori e Fininvest. E sempre Marina e John erano al suo tavolo per la festa parigina dei 40 anni di Benetton. E così, finito di sbocconcellare il sushi milanese, non aspetta altro che di tornarsene dai suoi ragazzi dalle parti di Treviso, nella casa nel verde disegnata da Tadao Ando.

corriere

13 mag 2009

Google si fa ancora più smart


I risultati potranno essere ordinati per data o presentati come foglio elettronico
Nuove funzionalità per migliorare ulteriormente la ricerca e renderla più veloce e a misura di utente



MILANO - «La corsa nella ricerca è tutt'altro che finita. Innovazione e miglioramenti sono di cruciale importanza». Sono le parole di Marissa Mayer, vicepresidente della sezione Search Products & User Experience di Google, che in occasione del briefing Searchology tenutosi ieri presso la sede dela grande G ha illustrato - assieme ai dirigenti dell'azienda californiana - una serie di nuovi strumenti realizzati nei laboratori di Google, volti appunto a migliorare la ricerca online e a spingerla in nuove direzioni.

LE NOVITÀ - I prodotti che «offriranno agli utenti un nuovo modo di guardare al web» consentiranno in sostanza di perfezionare i risultati delle ricerche affidate al motore di ricerca, che potranno così essere approfondite e organizzate in base alle necessità dell'internauta. Il tutto nell'ottica della personalizzazione. Così, per esempio, anche grazie all'introduzione di tecnologie utilizzate dalla ricerca semantica, si potrà chiedere al motore di mostrare solamente le pagine con determinati contenuti (per esempio solo i video) o di visualizzare le ricerche correlate alla query inviata. Oppure, ancora, ordinare i risultati in base alla data, chiedendo di restituire solo quelli più aggiornati e recenti, per esempio relativi alle ultime 24 ore. Inoltre, tramite la funzione Squared, Google potrà generare automaticamente, in pochi secondi, un foglio elettronico contenente l'elenco dettagliato dei risultati della ricerca effettuata. Attualmente ancora allo stadio sperimentale, Google Squared dovrebbe fare la sua comparsa online entro giugno 2009 . Tutte le opzioni saranno disponibili nella pagina dei risultati.

COMPETITIVO - Chiaramente tutte queste novità vanno nella direzione della ricerca di ulteriore competitività da parte di Google, che di restare immobile non ne vuole proprio sapere. Del resto, per quelli di Mountain View «la ricerca è ancora nella sua infanzia», come ha detto ancora la Mayer, spiegando che gli ingegneri sono sempre a caccia della «next big thing». Il fatto che nel 2008 Google abbia rilasciato 360 prodotti e che solo nel primo trimestre dell'anno in corso ne abbia presentati già 120 è per il vicepresidente un chiaro segno che Google non fa che migliorare se stesso.
corriere

Ancora Madoff


L’assistente racconta a Vanity Fair i retroscena della più grande frode della storia
La segretaria svela il Madoff segreto
«Ora con il suo silenzio cerca di proteggere qualcuno»



WASHINGTON - Sapeva essere ge­neroso e volgare. Capace di pagare (non di tasca sua comunque) le cure del figlio di un dipendente e pronto a insultare a sangue segretarie e collabo­ratori. Paludato, naturalmente elegan­te. E incline all’ironia greve, battute e gesti da caserma, manomorta compre­sa. Era Jekyll e Hyde. L’uomo di mon­do, stimato e corteggiato da ricchi e fa­mosi. E il maniaco sessuale, l’agenda personale con una lunga lista di mas­saggiatrici, che frequentava anche du­rante le ore del trading. Pochi hanno conosciuto Bernie Ma­doff meglio di Eleanor Squillari, la se­gretaria che gli è stata vicina dal 1984. Se le vittime, in buona parte ebrei, del­la sua ventennale catena di Sant’Anto­nio, una truffa da 65 miliardi di dollari, lo hanno paragonato a Hitler, che co­me lui decimò i loro patrimoni, allora lei è Traudl Junge, l’ultima assistente del capo del nazismo. E come la dattilografa, che ne batté a macchina le ultime volontà nel bunker della cancelleria, seppe solo a guerra finita del­l’Olocausto e dei crimini di guerra, anche Squillari giura di non aver mai avuto il più piccolo sospetto che la faccia­ta rispettabile del suo mago della finanza fosse in realtà un villaggio Potemkin a co­pertura di un’impresa crimi­nale. Tant’è.

Prima scioccata e incredula di fronte all’arresto di Madoff, poi sempre più delusa, ar­rabbiata e decisa a lasciarsi alle spalle «la persona che ammiravo», Squillari ha deciso di dare tutto l’aiuto possibile agli agenti dell’Fbi e di raccontare in un lungo articolo appena uscito su Va­nity Fair la vita quotidiana nel Lipstick Building, il prestigioso edificio di Manhattan dove la Bernard L. Madoff Investment Securities occupava tre pia­ni. Un capo facile alle allusioni sessuali pesanti, quello di Eleanor: «Spesso usciva dal suo bagno, che stava diago­nale rispetto alla mia scrivania, ancora abbottonandosi la patta. Se vedeva che scrollavo la testa in segno di disappro­vazione, mi diceva: 'Dai, lo sai che ti eccita'. Oppure cercava di mettermi una mano sul sedere e commentava: 'Ma lo sai che sei ancora carina?'. Io non l’ho mai preso sul serio. Era il suo modo di essere affettuoso». Bernie era sensibile al fascino femmi­nile, amava flirtare spesso e per questo sua moglie Ruth «lo teneva d’occhio co­me un’aquila». Aveva un debole per i massaggi: «Una volta l’ho trovato men­tre scorreva su una rivista i numeri del­le call girl e verificava le foto. Nella sua agenda, alla M, aveva almeno una doz­zina di telefoni di massaggiatrici. Gli dissi che se l’avesse perduta e qualcu­no l’avesse trovata, avrebbero pensato che fosse un pervertito. Quando preno­tava un massaggio, diceva: 'Vado fuori a passeggiare'. Tornava dopo un’ora, di umore migliore».

E di buon umore Bernie e sua moglie Ruth, una donna ossessionata dalle ap­parenze e abituata a spendere fortune in gioielli, vestiti e interventi di chirur­gia estetica, sembrarono anche la sera del 10 dicembre scorso, alla cena di Na­tale che ogni anno offrivano ai dipen­denti. Mancavano poche ore all’arresto del finanziere e al crollo di quella che un agente dell’Fbi ha definito la loro «Disneyland». Ma Eleanor Squillari sapeva con cer­tezza che «qualcosa non stava funzio­nando » più, nell’universo rarefatto e in apparenza irreprensibile del suo boss. Era da mesi, da quando in settem­bre Wall Street era implosa sotto il pe­so dei titoli tossici, che succedevano co­se strane. Nelle ultime settimane, rac­conta la signora italo-americana, «Ber­nie era fisicamente uno straccio, si mi­surava ossessivamente la pressione, prendeva farmaci per tenerla giù».

Quel giorno poi, una frase detta da Bernie al telefono e riferitale dall’auti­sta, l’aveva colpita particolarmente: «Andy era così nervoso che se l’è quasi fatta addosso». Andrew è uno dei due figli di Madoff, entrambi suoi collabo­ratori: «Aveva saputo ciò che io avrei saputo il giorno dopo: suo padre era un truffatore». Il solo? Eleanor è convinta di no. Cre­de che Madoff, una volta vista la fine avvicinarsi, abbia predisposto con cu­ra l’uscita di scena, arresto compreso. E pensa «non sia umanamente possibi­le » quello che da dicembre continua a ripetere ai federali, cioè di essere l’uni­co responsabile della più grande frode della Storia: «Sta cercando di protegge­re qualcuno».
corriere

7 mag 2009

Guida sicura verso il cestino



Guida sicura verso il cestino. Ovvero: come scrivere un'email kamikaze, destinata a schiantarsi nella "posta eliminata". Bastano poche righe, contenenti le espressioni giuste, per garantirsi attenzione nulla e, con un po' di sforzo, anche un certo risentimento da parte dell'ignaro destinario. Qualche esempio, tratto dalle prime righe di email non richieste, ricevute in poche ore. Il numero finale (tra parentesi) indica il tempo di permanenza nella mia "posta in arrivo".



"A Roma il 14 maggio i guru del marketing..." (3") A Roma in maggio sembra accadere di tutto (come a Milano in ottobre), e questo è già un handicap per il mittente/incosciente. I vocabocoli "guru" e "marketing", insieme, funzionano come un colpo di pistola in un branco di gatti: tutti in fuga!

"Gentile Giornalista, in allegato il comunicato stampa in oggetto che spero possa essere di interesse per la sua testata. Non esiti a contattarmi per ulteriori informazioni" (7")
Nessun collega, che io sappia, ha mai contattato l'autore di comunicati-stampa siffatti. Anzi, no: pare sia accaduto, il 30 marzo 2007, ma la notizia non è mai stata confermata.

"Carissimi, sono felice di segnalarvi un appuntamento all'interno del ciclo di incontri..." (2")

"Carissimi" è scritto in blu, "sono felice etc..." in nero: l'evidente copia-e-incolla aumenta la diffidenza, resa elevata dal "ciclo di incontri" (una formazione circolare che l'Alighieri pensava di inserire tra i gironi infernali).

"Invito- Solo per creature straordinarie - Un evento imperdibile - Un'occasione prestigiosa per celebrare..." (4")

"Imperdibile", "prestigioso" e "straordinario" sono tre aggettivi-spia: quando li leggete, allarme rosso! Hanno sostituito "exclusive" e "vip", in voga negli anni Novanta e oggi confinati in discoteche di provincia e villaggi turistici.

"Cari amici, Vi informo che sono aperte le iscrizioni per..." (1")
Le iscrizioni si aprono alla velocità con cui si chiudono certe email: è una sfida continua. Devo dire che quello citato era un caso interessante: si trattava, infatti, di un corso di danza ("Il migliore corsista sarà invitato ad esibirsi in Bulgaria!").

COSTRUIAMO LA SVOLTA - Gentili Dottori, in allegato alla presente Vi inviamo il numero di maggio 2009 (8", lo stupore mi ha indotto a rileggere).

"Costruiamo la svolta"?! Solo l'Anas è autorizzata a usare questo linguaggio. E poi: evitare le maiuscole, PERBACCO! Infine: come sanno che siamo tutti "Dottori"? E quelli che, con fatica, sono riusciti a non esserlo?

corriere

6 mag 2009

Ecco le dieci «Ceo» più sexy d'America


La numero uno è la 29enne Claire Chamberd, alla guida di un'azienda di biancheria intima
Bellezza e potere: Playboy stila la classifica delle amministratrici delegate più attraenti



MILANO - Belle e in carriera. Ma soprattutto con un conto in banca da invidiare. Sono sempre di più le donne che negli ultimi anni hanno preso le redini di comando d’importanti aziende americane. Alcune tra queste formidabili imprenditrici si distinguono non solo per le indubbie capacità di comando, ma anche per la loro singolare bellezza. Proprio alle belle «Ceo» che lavorano di là dell’Atlantico, il sitoweb di Playboy dedica un ampio reportage e stila la classifica delle 10 amministratrici delegate più belle d’America. Per una volta, sulla popolare rivista erotica, non compaiono foto di playmate nude e ammiccanti, ma è esaltata la bellezza in giacca e tailleur.

IL PODIO - La prima amministratrice delegata segnalata da Playboy si chiama Claire Chambers, ha solo 29 anni ed è alla guida di Journelle, famosa azienda d'abbigliamento intimo. Prima di diventare una delle più importanti imprenditrici nel mondo dell'intimo (in America la sua impresa è considerata l'anti-Victoria's Secret) Claire aveva lavorato come consulente gestionale in diverse banche d'affari. Ma la sua vera passione è sempre stata la moda e nel 2007 ha fondato assieme a degli amici la nota impresa di lingerie. Oggi con una rendita annuale di 2 milioni di dollari è una delle giovani donne più ammirate d'America. Segue Kerry Knee, Ceo di «Flirty Girl Fitness», club sportivo esclusivamente al femminile dove grazie ai rivoluzionari esercizi fisici e a innovative tecniche di dimagrimento ideate dalla stessa Knee, perdere i chili di troppo sembra essere un gioco da ragazzi. La trentottenne Knee, ha fondato questo club di fitness nel 2005 a Toronto e più tardi ha inaugurato una nuova sede a Chicago. Terza nella lista di Playboy è la trentatreenne Julie Smolyansky, incantevole Ceo di Lifeway Foods, azienda che produce prodotti di natura biologica, tra cui il kefir, una bevanda ottenuta dalla fermentazione del latte. Qualche anno fa Julie, dopo la morte di suo padre, ha preso le redini dell'azienda familiare quadruplicando gli introiti. Nel 2008 i guadagni della «Lifeway Foods» hanno superato i 38 milioni di dollari

LE ALTRE IN CLASSIFICA - Seguono nella rassegna altre donne molto affascinanti come la quarantaduenne Teresa Phillips, Ceo di Graspr social network di video sharing, fondato tre anni fa, nel quale gli utenti condividono e postano video didattici. Nel 2008 la Phillips ha guadagnato più di 2,5 milioni di dollari. Quinta nella lista è Alyssa Rapp, a capo di «Bottlenotes» (www.bottlenotes.com) uno dei social network sul vino più seguiti negli Stati Uniti. La trentenne, oltre ad essere una ragazza molto carina, è un'amante del buon vino e in pochi anni ha trasformato la sua passione in un ottimo business. Nella lista di Playboy è presente anche l'ex attrice pornografica Candida Royalle, oggi Ceo di «Femme Productions» compagnia che produce film erotici per donne. Sono passati esattamente 25 anni da quando, in quel lontano 1984, la Royalle ebbe la brillante idea di creare una società che producesse pellicole hot adatte al pubblico femminile. Oggi la sua azienda continua ad aver successo e la Royalle, sebbene abbia quasi 60 anni, conserva un innegabile fascino.

Settima in lizza è Rashmi Sinha, Ceo di Slideshare, sitoweb che permette agli utenti di condividere online le proprie slide di PowerPoint, seguita da Alicia Morga, trentasettenne amministratrice delegata di Consorte Media, compagnia di marketing digitale. Chiudono la lista Sharen Turney, cinquantunenne Ceo del colosso Victoria's Secret (nel solo 2008 la celebre azienda di lingerie ha venduto oltre 1,5 miliardi di capi nel mondo) e la ventinovenne Tina Wells, che a soli sedici anni fondò Buzz Marketing Group, società che effettua ricerche di mercato nel mondo giovanile. A più di due lustri dalla nascita, oggi Buzz Marketing Group conta più di 9000 consulenti e la Wells è diventata un'autentica star nel mondo giovanile.

corriere

Milano ricomincia a salire


Ne «La vita agra», Bianciardi pensò di farlo saltare in aria
Il Pirellone perde il primato
Il sorpasso fissato per venerdì. Battuto il record di Gio Ponti. In costruzione altri «giganti»



La nuova sede della Regione (a sin.) e il Pirellone (a destra)
Milano e l’altezza sono stati un connubio inscindibile. Sen­za rovine paragonabili a quel­le di Roma e delle Due Sicilie, in una pianura resa «magnifi­cente dal lavoro dell’uomo» (Carlo Cattaneo, «Notizie na­turali e civili su la Lombar­dia») solo un segno verticale che poteva stagliarsi sopra gli abitati, i campi coltivati e le ri­saie poteva rendere identifica­bile il luogo. Per questo, lo sti­le gotico della cattedrale e un «cantiere permanente» come quello della Veneranda Fabbri­ca del Duomo sono stati, e so­no, i simboli identificativi di Milano, espressioni dello spi­rito umano di costruire verso l’alto lavorando incessante­mente. Simboli tutt’altro che del passato, tanto che l’afferma­zione futurista di Boccioni, del cui movimento si celebra il centenario, avviene nel 1910 proprio con la tela «La città che sale», inno alla me­tropoli del futuro che si svi­luppa in altezza attraverso il lavoro. Ovvero la Milano di sempre. La Milano che vener­dì, con il secondo grattacielo della Regione Lombardia sali­rà ancora.

Nessuno violò il record in altezza della Madonnina (108,5 metri; altezza della sta­tua 4,16) realizzata dal Giusep­pe Perego e posta sulla più al­ta guglia che l’architetto Fran­cesco Croce costruì nel 1769 sino al grattacielo Pirelli di Gio Ponti. Qualche possibilità c’era stata: ma la Torre del Fila­rete al Castello Sforzesco (70 metri) costruita da Luca Bel­trami nel 1900 o la Torre Vela­sca del gruppo BBPR si erano fermate un po’ al di sotto. La Torre Velasca, del 1958, solo due metri al di sotto. Dunque si era pronti per il sorpasso. E questo arrivò con Gio Ponti e il suo grattacielo in ce­mento armato che, con gran­de scandalo e polemica, nel 1960 raggiunse l’altezza di 127,40 metri. Naturalmente i grandi grattacieli americani cresciuti come funghi di pie­tra dopo la crisi del ’29 erano già più alti. Ponti, che resta l’architetto italiano del Nove­cento più noto nel mondo, non aveva però costruito l’edificio più svettante d’Ita­lia, poiché sui due gradini più alti del podio restavano la cupola di Michelangelo di San Pietro (136 metri) e la Mole Antonelliana di Torino (167 metri).

Il Pirellone, inaugurato il 4 aprile del ’60, divenne subito il simbolo della borghesia del Nord e del boom economico. E per questo fu preso lettera­riamente di mira dall’anarchi­co protagonista di «La vita agra» di Luciano Bianciardi, che aveva il desiderio di farlo saltare in aria. Ma il grattacie­lo resistette anche il 18 aprile del 2002 quando Milano visse una pallida, ma pur sempre tragica, imitazione dell’11 set­tembre, con lo svizzero Gino Fasulo che alle 17.47 lanciò il suo aereo da turismo contro gli ultimi piani del colosso di cemento. Sembrò di assistere a un film già visto, con i nu­clei speciali dei vigili del fuo­co che si lanciarono su per le scale del Pirellone e si calano dall’alto recuperando vittime, feriti tra uno svolazzare di pol­vere e fogli e una foresta di macerie e frammenti.

Venerdì prossimo il gratta­cielo della seconda Sede della Regione Lombardia, progetta­to da Pei-Cobb attualmente in costruzione nell’area di via Melchiorre Gioia, raggiunge­rà e supererà l'altezza del Pirel­li diventando il punto più alto di Milano. «Alle 21.30 — ha di­chiarato il presidente della Lombardia Formigoni — sulla sommità del cantiere verrà collocata una pietra di quota che segnerà 127,40 metri». E sulla «pietra di quota» verrà poi posizionata la Madonnina di Cantiere, miniatura della Madonnina del Duomo, una cui copia di 85 centimetri è po­sta sulla sommità del gratta­cielo Pirelli sin dal 1960. Ma è un primato destinato a non durare. I tre grattacieli di Ci­tyLife che sorgeranno sul­­l’area della ex Fiera Campiona­ria saranno alti 170 metri (Li­beskind), 185 metri (Hadid) e 215 metri (Isozaki). Non ne­cessariamente una città alta è una grande città. Milano, pe­rò, ha storicamente scelto an­che questo: costruire vette di pietra sopra la pianura.
corriere

4 mag 2009

Perseverare e perseverare


Che ne pensate di questa affermazione di Jack Elech (Presidente di General Electric)?

“ Se volete vincere, in fatto di strategia pensate di
meno ed agite di più… dimenticatevi il complicato ed intellettualizzato esercizio di
manipolazione di numeri e dati che secondo i guru dovrebbe garantirvi una strategia
vincente. Dimenticatevi la pianificazione degli scenari, gli studi che durano anni e i
rapporti di centinaia di pagine. Costano, portano via una quantità di tempo e non
servono a niente… nella vita reale, la strategia è una cosa davvero molto semplice.
Bisogna scegliere una direzione di marcia e seguirla a qualunque costo…”.

2 mag 2009

Sergio Marchionne


In questo periodo non si fa che parlare di lui, uomo, manager, salvatore....
Dalla chrysler alla Opel, ecco l'alba di un campione!



Sergio Marchionne, il manager italo-canadese che succede a Giuseppe Morchio come amministratore delegato del gruppo Fiat, siede come indipendente nel consiglio di amministrazione del Lingotto dal maggio 2003, con una scelta che porta l'impronta di Umberto Agnelli evidentemente deciso a portare in Fiat manager cinquantenni e con esperienze internazionali di rilievo. Appartenenti quella generazione oggi mancante per il ricambio ai vertici della casa torinese.

Ma, cda Fiat a parte, Marchionne è stato finora l'amministratore delegato di una societá, la Sgs di Ginevra, che fa parte dell'impero degli Agnelli essendo partecipata al 23,8% dalla Worms, finanziaria nell'orbita dell'Ifil.

Il nuovo amministratore delegato di Fiat è molto stimato negli ambienti finanziari internazionali proprio per avere rilanciato in due anni di gestione (è arrivato sul ponte di comando nel febbraio del 2002) il gruppo svizzero, leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione, un colosso forte di 38mila dipendenti in tutto il mondo. Il nome di Marchionne era giá circolato lo scorso anno, prima dell'arrivo di Morchio, come possibile alternativa a Martin Leach alla guida del Lingotto.

Marchionne, classe 1952, nato a Chieti, è emigrato in Canada da bambino e si è laureato in legge alla OsgoodeHall Law School di Toronto. Ha conseguito un Mba alla University of Windsor del Canada e dal 1985 è dottore commercialista, mentre dal 1987 è procuratore legale e avvocato nella regione dell'Ontario.

Il Canada è stato il Paese in cui il manager ha fatto anche le prime esperienze professionali, dal 1983 al 1985, proprio come commercialista ed esperto nell'area fiscale a Deloitte Touche. Dal 1985 al 1988 Marchionne è stato controller di gruppo e poi director dello Sviluppo aziendale al Lawson Mardon Group di Toronto e tra il 1989 e il 1990 executive vice president della Glenex Industries. Poi, fino al 1992, vice president per la Finanza e chief financial Officer alla Acklands Limited. Sempre a Toronto, nel periodo tra il 1992 e il 1994 ha ricoperto, nell'ordine, la carica di vice president per lo Sviluppo legale e aziendale, di chief financial officer e di segretario al Lawson Group, acquisito da Alusuisse Lonza nel 1994. Lo stesso Algroup di Zurigo, Svizzera, dove dal 1994 al 2000 è stato, successivamente, executive vice president per lo Sviluppo Aziendale, chief financial officer e poi amministratore delegato.

In seguito ha guidato il Lonza Group Ltd, separatosi da Alusuisse Lonza, in veste di amministratore delegato, dal 2000-2001 e parte del 2002, prima, e di presidente poi (2002). Dal maggio 2002, Marchionne fa parte del cda del gruppo biotecnologico ginevrino Serono.

ilsole24ore

1 mag 2009

L'Italia Non è più un Paese pienamente libero


L'organizzazione non governativa segnala in generale nel rapporto 2009
un peggioramento delle condizioni di libertà di manifestazione del pensiero e dei media
Nell'Europa Occidentale il nostro è l'unico Paese 'partly free'
seguito solo dalla Turchia. Al primo posto l'Islanda e i Paesi scandinavi


Stampa, Freedom House declassa l'Italia "Non è più un Paese pienamente libero"
ROMA - La libertà di stampa si sta riducendo in tutto il mondo, e l'Italia non è esente da questa forma di degrado. Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione autonoma con sede negli Stati Uniti, che si pone come obiettivo la promozione della libertà nel mondo), infatti il nostro Paese viene declassato per la prima volta da Paese 'libero' (free) a 'parzialmente libero' (partly free), unico caso nell'Europa Occidentale insieme alla Turchia.

Le ragioni della retrocessione dell'Italia sono molteplici, spiegano gli estensori del Rapporto, che esamina la libertà di stampa in 195 Paesi da quasi 30 anni (dal 1980): "Nonostante l'Europa Occidentale goda a tutt'oggi della più ampia libertà di stampa, l'Italia è stata retrocessa nella categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei media".

Più in dettaglio, Freedom House riconosce che, in generale, in Italia "la libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e generalmente rispettate, nonostante la concentrazione della proprietà dei media". Ma è proprio quest'ultimo il punto dolente. Certo, c'è la legge Gasparri, rispetto alla quale l'organizzazione avalla le critiche secondo le quali introduce norme che favoriscono l'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ci sono i tanti processi per diffamazione a carico di altrettanti giornalisti, Freedom House ne cita alcuni tra i più eclatanti, tra i quali quelli a carico di Alexander Stille e di Marco Travaglio.

Ma il punto veramente dolente, a giudizio dell'organizzazione, è costituito "dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei". Berlusconi, affermano senza reticenze gli autori del rapporto, controlla attraverso il governo la Rai, e possiede Mediaset. E la crisi di La7 non ha certo giovato in questo panorama.

Tra i Paesi europei, anche la Grecia ha subito un significativo arretramento: precede infatti l'Italia di una sola postazione, e tuttavia mantiene la valutazione 'free', a differenza del nostro Paese. La quartultima posizione nell'Europa Occidentale è occupata dalla Grecia, preceduta, a parità di giudizio, da Malta, Francia e Cipro. Nella classifica generale l'Italia è al settantunesimo posto, a pari merito con Benin e Israele (tutti e tre primi 'partly free' della tabella).

I Paesi più liberi dell'Europa Occidentale sotto il profilo della libertà di stampa, sono, a giudizio di Freedom House, l'Islanda (primo), la Finlandia e la Norvegia (secondi), la Danimarca e la Svezia (quarti). Gli stessi Paesi sono anche in cima alla classifica generale. I primi Paese non europei nella classifica mondiale della libertà di stampa redatta da Freedom House sono la Nuova Zelanda e la Repubblica di Palau, all'undicesimo posto a pari merito con il Liechtenstein. Gli Stati Uniti arrivano solo al ventiquattresimo posto, a pari merito con la Repubblica Ceca e con la Lituania (rientrano ampiamente comunque tra i Paesi che godono di una libera stampa).

Ma la situazione europea, a parte il significativo deterioramento del clima in Italia, è decisamente positiva rispetto a quella di altre aree del mondo. "La professione giornalista è attualmente alle corde - denuncia Jennifer Windsor, direttore esecutivo di Freedom House - e sta lottando per rimanere in vita, stremata dalle pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e dalla crisi economica globale. La stampa è la prima difesa della democrazia e la sua vulnerabilità ha enormi implicazioni per la sua tenuta, se i giornalisti non sono in grado di tener fermo il loro tradizionale ruolo di controllori dei poteri".

Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa: sono classificati 'free' solo 70 Stati, il 36% del campione. Sessantuno (il 31%) sono 'parzialmente liberi' e 64 (il 33%) sono 'non liberi'. Secondo l'indagine, solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono di una stampa libera.

La situazione è particolarmente peggiorata, oltre che in Italia, nell'Est asiatico, mentre per alcuni Paesi dell'ex Unione Sovietica, del Medio Oriente e del Nord Africa Freedom House parla di vere e proprie intimidazioni nei confronti della stampa libera. Un significativo passo in avanti è stato registrato dalle Maldive, passate dalla categoria 'not free' a quella 'free' grazie all'adozione di una nuova costituzione che protegge la libertà di manifestazione del pensiero, e al rilascio di un importante giornalista, detenuto in carcere.

Decisi peggioramenti si sono registrati in Cambogia ('not free'), Paese nel quale sono aumentate le forme di intimidazione e di violenza nei confronti dei giornalisti; Hong Kong ('partly free'), a causa delle eccessive forme di pressione esercitate dalla Cina, la stessa Cina e Taiwan; Bulgaria, Croazia, Bosnia e Russia; Israele, dove le pressioni sui giornalisti sono fortemente aumentate nel corso dell'ultimo conflitto a Gaza; Senegal e Madagascar; Messico, Bolivia, Ecuador, Guatemala e Nicaragua.

repubblica

Stipendi dei manager: I Banchieri popolari


Banchieri popolari. Guido Leoni, ex amministratore delegato della Banca popolare dell'Emilia-Romagna (Bper), entra nella classifica degli stipendi dei manager elaborata dal Sole 24 Ore.



Leoni ha guadaganto 2,165 milioni lordi complessivi nel 2008, l'anno in cui, il primo ottobre, ha passato le consegne a Fabrizio Viola, proveniente dalla Popolare di Milano. Leoni, che dal primo ottobre scorso è vicepresidente della Bper, aveva guadagnato 1,668 milioni lordi nel 2007. Leoni si colloca al 65mo posto della classifica provvisoria, scavalcando un altro banchiere, Dieter Rampl, il quale ha ricevuto 1,948 milioni come presidente di Unicredit, compreso il gettone per il consiglio di Mediobanca.
Il bilancio del gruppo bancario modenese, come avvenuto per molti altri istituti, è peggiorato l'anno scorso: l'utile netto consolidato di competenza è diminuito da 374 a 133,7 milioni. Il direttore generale della banca, Mimmo Guidotti, ha ricevuto 782mila euro lordi, il presidente, Giovanni Marani, 292mila. Il nuovo a.d. Fabrizio Viola ha ricevuto 453mila euro per tre mesi. Considerando gli altri incarichi, direttore generale della Popolare di Milano fino al 31 luglio 2008 e consigliere di amministrazione della Fiera di Milano, Viola ha totalizzato nel 2008 1,53 milioni lordi.
Tra le banche popolari i compensi più alti nel 2008 sono quelli di Fabio Innocenzi, vicepresidente del Banco popolare fino al 7 dicembre 2008, con 4,59 milioni lordi, compresa l'indennità per risoluzione del rapporto di lavoro. Il presidente del banco veronese, Carlo Fratta Pasini, ha ricevuto 740mila euro.
Tra le altre Popolari, Roberto Mazzotta ha ricevuto 696mila euro come presidente della Popolare di Milano, incarico passato il 25 aprile a Massimo Ponzellini. Piero Melazzini, presidente della Popolare di Sondrio, ha ricevuto 718mila euro. Infine i vertici della Banca popolare di Etruria e Lazio: il direttore generale Luca Simoni ha ricevuto 325mila euro lordi, il presidente Elio Faralli 320mila.

Ilsole24ore