30 gen 2009

Imprese innovative in gara


Concorso dell'Altis alla Cattolica
Sostenibilità fa rima con profitto
Tra le idee premiate: produzione d'energia, videomedicina, microcredito e free press italo-araba



MILANO - C'è chi crea programmi di microcredito e chi sviluppa piattaforme di videotelefonia dedicate alla medicina a distanza, chi si dedica alla produzione di energia da biomasse e chi stampa una free press italo-araba per gli immigrati di Milano. Idee imprenditoriali diverse, ma tutte con un filo conduttore: l'utilità sociale realizzata attraverso l'innovazione, ma senza perdere di vista l'anima dell'attività dell'impresa, cioè il profitto.

SOSTENIBILI E PROFITTEVOLI - Sette aziende «sostenibili» e rigorosamente made in Italy, si sono messe in gioco nella tappa italiana della «Global Social Venture Competition», gara nata nel 1999 per iniziativa di alcune business school internazionali (Haas School of Business, Columbia Business School, London Business School, Indian School of Business e Yale School of Management) con lo scopo di favorire la nascita e lo sviluppo di nuove imprese a forte rilevanza sociale. A organizzare l'evento italiano è stata l'Alta Scuola Impresa e Società (Altis) dell'Università Cattolica di Milano.

IL PODIO - A salire sul podio sono stati nell'ordine la comasca Contrada degli artigiani, che crea pezzi d'arredo recuperando vecchie tecniche artigianali e dando un mestiere a giovani con difficoltà di inserimento (che ha vinto la selezione con il progetto «Sedie d’autore», recuperate da cantine e soffitte e trasformate in raffinate opere design), la Idrogen di Desio (Milano), che progetta generatori di idrogeno per aiutare le famiglie a tagliare i costi della bolletta («Una casa che funziona a idrogeno», un progetto per estrarre idrogeno dall’acqua e usarlo come fonte energetica a basso costo per le nostre abitazioni), e la Telemedicina per la cooperazione che punta a fornire sistemi innovativi per la diagnosi a distanza a favore di Paesi in via di sviluppo («Medici a distanza per il Terzo Mondo»).

PALESTRA PER UNIVERSITARI - «I finalisti - ha spiegato il direttore di Altis, Mario Molteni - sono stati selezionati tra 18 progetti. Requisito imprescindibile era che almeno uno dei membri fosse iscritto all'università o avesse terminato da poco gli studi». I primi due premiati riceveranno anche un premio in denaro, mentre tutte le imprese sul podio avranno la possibilità di far frequentare a uno dei membri dell'azienda un master alla Cattolica. Ma anche per gli altri i riconoscimenti non mancano: i sette progetti potranno infatti partecipare a febbraio alle semifinali europee a Londra e, in caso riuscissero a superarle, alla finalissima di aprile all'università californiana di Berkeley.

DA PROGETTO A REALTA' - L’operazione si è già dimostrata vincente: nelle precedenti edizioni è capitato, infatti, che progetti particolarmente interessanti abbiano trovato un coraggioso imprenditore che li ha trasformati da sogno in realtà. Ai due migliori progetti della finale è andato inoltre un premio in denaro messo a disposizione da A2A, la multiutility milanese, sponsor dell’iniziativa. E già si sta preparando la seconda edizione della manifestazione: a partire dal 2 febbraio e sino alla metà di ottobre sarà possibile presentare ad Altis i progetti di impresa all’indirizzo mail: globalcompetition.altis@unicatt.it .

corriere

29 gen 2009

«Risolvete il sudoku e vincete la mia casa»



Offerta di un broker finanziario inglese che vuole trasferirsi in Egitto
Si trova dalle parti di Blackpool, ha tre camere, quattro bagni, sauna e hammam: vale 730 mila euro



MILANO - «Risolvete il mio sudoku e vi aggiudicate la mia casa». Non è uno scherzo, ma la bizzarra offerta fatta da un broker finanziario per sconfiggere il crollo del mercato immobiliare. Dopo aver deciso di rifarsi una nuova vita all’estero, il 49enne Dave Mackie, originario di Hambleton, vicino a Blackpool, ha infatti messo in palio la sua casa (una villa in mattoni rossi con tre camere da letto, quattro bagni, sauna e hammam sulle sponde del fiume Wyre nel Lancashire, del valore di quasi 730 mila euro) fra coloro che risolveranno una gara di sudoku online. Per partecipare, basta visitare il sito, pagare i quasi 55 euro dell’iscrizione e cercare di risolvere lo schema.

«NON È UN TRANELLO» - L’idea del signor Mackie è di attirare 14 mila potenziali compratori e di raggiungere così la cifra di 760 mila euro, comprensiva del valore di mercato della proprietà e dei 27 mila necessari fra spese legali e pubblicitarie. «Non è un tranello – ci tiene a puntualizzare il broker sulle pagine del londinese Daily Mail – ma un modo divertente per liberarsi di una vecchia casa e sconfiggere al tempo stesso la crisi. Del resto, dove altro potreste trovare una casa da sogno per sole 50 sterline (poco più di 50 euro, ndr)?». Il vincitore verrà scelto fra coloro che risolveranno lo schema proposto e sarà annunciato nel febbraio 2010 o al raggiungimento dell’iscrizione numero 14 mila. Nel caso in cui non ci fosse un sufficiente numero di vincitori, uno di loro si porterà a casa i soldi del montepremi.

FANATICO DEI QUIZ - «Ogni iscritto al sito riceverà un numero – spiega ancora l’ideatore della strana gara, che ha acquistato la villa alla metà degli anni Settanta - e tutte le quote di partecipazione verranno conservate in un conto bancario appositamente aperto per questa competizione. Perché ho deciso di farlo? Io sono un vero fanatico dei quiz e mi diverto a giocare a sudoku ogni giorno, ma non credo che nessuno abbia mai pensato prima d’ora a una sfida del genere per vendere la propria casa, oltre tutto al prezzo di mercato. Ma alla soglia dei 50 anni, penso sia arrivato il momento di rivedere la mia vita. E dato che ho diverse proprietà in Egitto, da qualche tempo sto pensando di trasferirmi a vivere lì». E magari continuare a giocare a sudoku all’ombra delle piramidi.

corriere

28 gen 2009

Con la crisi i manager diventano consulenti



Il licenziamento può anche diventare un'occasione per reinventarsi il lavoro. In particolare per i manager, infatti, la crisi ha solo accentuato un fenomeno che è in atto da alcuni anni e che vede sempre più spesso il dirigente uscire dall'azienda e indossare l'abito professionale del consulente. «Una scelta che per volontà o necessità porta gli ex dirigenti a riciclarsi nella figura del cosiddetto "manager atipico" o "colletto solo", spiega Giorgio Ambrogioni, presidente di Federmanager.

Nel 2008, secondo le stime di Manageritalia, su dieci mila dirigenti licenziati o spinti ad andarsene, 3.500 si sono dati alla consulenza: due mila lo fanno a livello continuativo e 1.500 solo ogni tanto. «Se l'economia non tira, le imprese iniziano a tagliare i costi a partire dai dirigenti – commenta Claudio Pasini, presidente di Manageritalia – professionisti che a 50 anni, una volta perso il ruolo manageriale, non trovano aziende disposte a riassumerli a causa di uno stereotipo tutto italiano per cui: il meglio l'hai già dato». E così l'ex manager o cerca di ricollocarsi in un'azienda, anche a costo di una dequalificazione delle proprie mansioni: «Sono 3.300 i manager che nel 2008 hanno ritrovato un incarico dipendente inferiore al precedente», commenta Pasini.

Come? Dopo un breve check up nel quale mette sul tavolo le proprie competenze, il "colletto solo" apre la propria agenda e inizia a sfruttare tutte quelle conoscenza acquisite in anni di esperienza manageriale. Il network è fondamentale per stilare una lista di possibili clienti a cui offrire i propri servizi consulenziali. Quali? «Usi il bagaglio culturale di competenze acquisito negli anni di dirigenza», spiega il presiedente di Manageritalia, «Se sei stato direttore finanziario farai il consulente finanziario».

Chi ha una forte specializzazione rimane nella stessa area di influenza, chi invece ha capacità manageriali che vanno dalla gestione delle risorse umane all'organizzazione, può cambiare settore. «Se un manager è specialista nell'Information technology venderà il suo know-how e non si trasformerà certo in consulente Hr – commenta Pasini – insomma fai di necessità virtù».

Le competenze acquisite in azienda come manager diventano quindi la moneta di scambio offerta alle piccole imprese, che sono sempre più alla ricerca di innovazione e professionalità. Secondo un'indagine fatta nel 2008 da Federmanager e Federprofessional dal titolo "Attese e problematiche dei manager atipici", si registra infatti che proprio «le skill acquisite in azienda» siano tra i fattori determinanti per il successo nel lavoro autonomo (44% degli intervistati), al secondo posto c'è la «rete di relazioni costruita nel tempo» (40%).

Fondamentale diventa quindi l'aggiornamento delle proprie competenze: «Se in azienda il sapere individuale si rinnova anche solo per osmosi, il libero professionista, lavorando da solo, deve cercare un interscambio culturale per non mettere a rischio il proprio tesoretto», chiarisce Ambrogioni. Ecco allora corsi, master e seminari per rinnovarsi continuamente. Se infatti per il 64,1% degli intervistati l'area di competenza spesso è la stessa, il 14,6% ha invece dovuto parzialmente modificare il proprio campo di azione, mentre il 15,5% del campione ha cambiato completamente le materie oggetto del nuovo lavoro rispetto a quello svolto in precedenza.

Molto dipende dalle possibilità che offre il mercato. Come spiega Marco Cecchini, direttore di Aldai (Associazione lombarda dirigenti aziende industriali). «L'ex manager – dice – prima trova la consulenza, poi in base alle prestazioni richieste, cerca di colmare il gap attraverso corsi di formazione ad hoc». Il più delle volte infatti il manager rimane nella propria ala professionale, «ma questo è un limite – commenta Ambrogioni – perché quando un'azienda prende un manager tende a specializzarlo in un solo settore, ma quando la piccola impresa prende un consulente cerca di far giocare alla stessa figura più ruoli».

Ecco allora la necessità di essere flessibili, ritenuta dal 63,1% degli intervistati da Federmanager, «una capacità di adeguarsi alle richieste del cliente e del mercato». Per questo davanti a una sempre più massiccia trasformazione di "colletti bianchi" in "colletti soli", le associazioni di manager e consulenti mettono a disposizione una serie di aiuti per affrontare meglio questo passaggio. «Spesso capita che molti manager vivano con ansia questo cambiamento, ma poi hanno successo e la consulenza diventa per loro la prima scelta», conclude Ambrogioni.

sole24ore

Il tesoro dei nuovi pirati


Somalia. Il più redditizio business criminale ha l'epicentro nell'Oceano Indiano
Un «fatturato» da 160 milioni E un esercito di 1.500 corsari



Negli ultimi ventiquattro mesi la pirateria nel golfo di Aden e nel tratto di mare davanti alla Somalia è passato dallo stadio di impresa familiare a basso contenuto tecnologico a una vera industria sofisticata, efficiente e ad alto profitto. Secondo un calcolo delle Nazioni Unite il numero di pirati è passato da una cinquantina di «addetti» nel 2006, a 1.500 alla fine dell'anno scorso, tant'è che il Consiglio di Sicurezza ha approvato due risoluzioni che autorizzano qualunque Stato a combattere la pirateria. La Somalia dal 1991 è devastata da una cruenta guerra civile; non esiste un'economia organizzata e ciascuno per vivere fa quel che può. Quindi pescatori e miliziani hanno unito le loro forze e, grazie all'impunità di cui di fatto godono, hanno trasformato la pirateria in un business milionario.
Nel 2008 sono state attaccate almeno 160 navi di cui un centinaio catturate. I riscatti hanno fruttato 150 milioni di euro. Il grande successo dei corsari somali sta provocando un effetto emulazione, secondo Robert Davies, della Hiscox Insurance Company, assicurazioni navali, «per esempio in zone come la Nigeria e il Sudamerica ». Da qui la decisione dell'Ipsema, l'Istituto di previdenza per il settore marittimo, di estendere la copertura degli equipaggi delle navi italiane anche agli atti di pirateria.

Nel mare del Corno d'Africa, da cui passano 30 mila mercantili all'anno, incrociano ormai almeno 50 navi da guerra di diversi Paesi. Dalla Danimarca alla Russia, dalla Germania, agli Stati Uniti, solo per citarne alcuni. Insomma, ci sono tutti, tranne l'Italia. Eppure la Somalia era una nostra colonia.
Alle bande di somali, secondo l'Onu, si sono affiancate gang di yemeniti. L'8 settembre i bucanieri hanno sequestrato il cargo ucraino Faina, con a bordo 33 carri armati, 6 cannoni antiaerei, 6 lanciamissili calibro 122 e 36 lanciarazzi. E' ancora nelle loro mani. Il 10 novembre è caduta in trappola la superpetroliera Sirius Star, con un milione di barili di petrolio (valore 100 milioni di dollari), rilasciata il 9 gennaio dietro pagamento di tre milioni di dollari, paracadutati da un aereo e in parte finiti in mare quando la barca con i pirati si è rovesciata mentre rientrava a terra. I negoziati per far tornare a casa la Faina, controllata a vista da navi da guerra, sono ancora in corso: «A nessuno interessa la sorte dell'equipaggio —- ironizza al telefono con il Corriere Segulle Ali, portavoce dei pirati —-. Tra poco vi sorprenderemo: cattureremo una nave da guerra».

Secondo Matt Brydan, capo del gruppo dell'Onu che monitora le violazioni dell'embargo sulle armi in Somalia, «i pirati sono organizzati come imprese private: ci sono i finanziatori, con una strategia militare e una pianificazione, e gli sponsor, che procurano le barche veloci, il carburante, le armi e le munizioni, i sistemi di comunicazione e i salari dei bucanieri. Abbiamo i loro nomi: Garad Mohamud Mohammed, Mohammed Abdi Hassan "Afeweyne", Fara Hersy Kulan "Boyah"».

Matt Bryden scrive nel suo rapporto al Consiglio di Sicurezza: «Per incrementare il proprio raggio d'azione, i pirati utilizzano navi madri ferme in alto mare. Fanno rifornimento non solo in Somalia ma anche in Yemen, a Al Mukalla e Al Shishir. Individuata la preda, dalle navi madre si staccano i barchini veloci con a bordo gli armati pronti all'arrembaggio. Hanno a disposizione telefoni satellitari, apparati Gps in grado di determinare la posizione geografica, serbatoi supplementari di carburante, piccoli radar, binocoli, rampini e scale telescopiche».

Il primo pirata che sale sul mercantile abbordato ha un premio extra: una gigantesca 4 per 4. «Tra i pirati c'è un turnover continuo. Qualcuno arriva dall'estero, partecipa a un paio di sequestri, viene pagato e torna a casa », racconta Matt. Sono state individuate alcune somale residenti in Occidente che si offrono di sposare pirati che così, versando una cospicua cifra, possono ottenere visti per lasciare l'ex colonia italiana.

Andrew Mwangura, a Mombasa monitora il traffico marittimo nell'Oceano Indiano con l'organizzazione East African Seafarers' Assistance Programme, sottolinea: «Nessuna nave somala, o con il carico di proprietà di somali, è stata mai attaccata. A Mogadiscio attraccano regolarmente navi cariche di qualunque cosa, anche gipponi nuovi di zecca». Esistono almeno due gruppi di pirati. Il primo opera a nord in Puntland (nord est della Somalia). La loro base primaria è a Eyl, zona degli issa mohamud, sottoclan della tribù dei migiurtini. Ma altre bande operano dai porti di Bosaso, Ras Alula, Ras Hafun, Bayala, Qandala, Bargal e Garad.

Il secondo gruppo opera più a sud, da Harardhere fino a Chisimaio, e secondo Bruno Schiemsky, esperto che ha studiato per le Nazioni Unite l'inferno Somalia, sta stringendo un'alleanza con i gruppi fondamentalisti islamici al shebab («gioventù» in arabo, una sorta di talebani del Corno d'Africa).
Secondo Schiemsky, l'organizzazione criminale di Chisimaio è formata da diverse unità. Quella di sicurezza (28 uomini) difende le basi a terra. E' dotata di tre tecniche (pick up con un cannoncino, ndr) che vengono spostate sulla battigia in caso di bisogno. Le unità di attacco sono due e si danno il cambio in mezzo al mare dove possono restare fino a 15 ore anche a 150 chilometri dalla costa. Ad Harardhere ci sono invece 4 unità ognuna con la propria specializzazione: localizzatori, individuano la preda e pianificano l'attacco, ex pescatori, conoscono il mare, armati, danno l'arrembaggio, negoziatori, sanno come ottenere il bottino più alto. I gruppi che operano a Chisimaio e Harardhere sono collegati e conducono spesso operazioni in comune. Per esempio, sempre secondo Schiemsky, la Sirius Star è stata catturata da un commando che veniva da Chisimaio ma è stata portata davanti ad Harardhere in attesa del riscatto.

Bruno Schiemsky è certo che i pirati somali possano godere dell'appoggio di un certo numero di espatriati che provvedono al loro training: «I corsi sono cominciati nel giugno 2008 e gli istruttori erano bangladeshi, yemeni e indonesiani». Informazioni confidenziali raccolte a Mombasa dal Corriere della Sera parlano di istruttori occidentali al servizio dei corsari. «Probabilmente impiegati delle società di sicurezza che erano state incaricate dal governo federale di transizione somalo di proteggere le coste. Insomma sono dei mercenari. Non sono stati mai pagati e così si sono riciclati loro stessi, organizzando corsi di pirateria applicata. Per questo servizio sono stati pagati un milione di dollari», spiega un'autorevole fonte che chiede l'anonimato.

Che i pirati godano della complicità delle autorità del Puntland (la repubblica semiautonoma e relativamente pacificata del nord est della Somalia) è fuori dubbio, almeno secondo il rapporto dell'Onu. Lo stesso Mohammed Mussa Hersi, l'ex presidente (che dopo due mandati non si è ripresentato) aveva raccontato di aver cacciato due ministri coinvolti nelle rapine del mare, e il vicecapo della polizia, Mohammed Adji Aden.

Un caso curioso è avvenuto quando il 4 aprile 2008 è stato sequestrato il lussuoso yacht francese Le Ponant. Una settimana dopo, pagato il riscatto, la nave è stata rilasciata ma quando i pirati con il loro bottino sono arrivati sulla spiaggia a Garad sono stati attaccati da uno stormo di elicotteri della marina francese. Una parte del bottino è stata recuperata e 6 banditi catturati e portati in Francia. Sono rimasti a Parigi un mesetto e poi rimpatriati. Uno di essi, infatti, era imparentato con l'allora presidente della Somalia, Abdullahi Yussuf.

corriere

27 gen 2009

La capacità di socializzare sta nei geni


la «timidezza» protegge però dai contagi
Uno studio condotto sui gemelli spiega la relazione tra successo sociale, interrelazioni e codice genetico



C'è chi sembra nato per fare da trascinatore, e quando è ora di divertirsi e far festa è sempre al centro dell'attenzione. E c'è chi invece non può proprio essere definito un «animale sociale» e preferisce evitare le serate di gruppo per dedicarsi a relazioni con singoli amici. Non è un caso: il fatto di essere più o meno popolare e disinvolto, quando si tratta di amicizia, dipende dal codice genetico.

LA RICERCA - Lo rivela uno studio condotto dai ricercatori dell'Harvard University su un campione di oltre mille coppie di gemelli sia etero che omozigoti, solitamente scelti per questo genere di indagini dato che, oltre a condividere l'ambiente in cui crescono, condividono anche il codice genetico (per metà nel primo caso, interamente nel secondo). Confrontando le informazioni ottenute sul numero delle conoscenze e delle amicizie i ricercatori hanno riscontrato che le reti sociali erano più simili fra i gemelli identici. Questo era relativamente scontato, ma la ricerca ha anche spiegato come la genetica possa determinare le interconnessioni tra amici di una stessa persona. Se una persona ha tre amici – supponiamo – la possibilità che questi si conoscano tra loro dipende dai geni del primo, responsabili quindi della sua maggiore o minore inclinazione a presentare gli uni agli altri.

EVOLUZIONE - Secondo gli scienziati che hanno condotto lo studio, la sua importanza è da leggere non tanto in chiave psicologica o sociale in sè, ma piuttosto in chiave evoluzionistica, perchè introduce un'ipotesi ulteriore su come la genetica possa influire sul posizionamento degli individui all'interno di un gruppo sociale. Il saper coltivare un network di relazioni permette infatti di accedere più facilmente a un maggior numero di informazioni, e ciò è un vantaggio in termini evolutivi, mentre un atteggiamento più riservato e cauto porta a essere meno esposti al contagio da malattie varie e anche questo rappresenta un vantaggio immediato in termini di conservazione dell'individuo, ma è di segno opposto al primo e di diverso o valore. Comunque sia, come ha riconosciuto Nicholas Christakis – uno degli autori dello studio – quella emersa dalla ricerca di Harvard è senza dubbio «una scoperta alquanto bizzarra».
corriere

23 gen 2009

Un'idea, una carriera: i nuovi guru


Gladwell, Friedman, Anderson: le star del giornalismo hanno sostituito gli intellettuali



L'importante è farsi venire un'idea. Non necessariamente originale e sorprendente, anzi. Se è già un po' nell'aria — come il ritornello orecchiabile di una canzone — meglio ancora. Poi bisogna ripeterla all'infinito, piegando centinaia di aneddoti alla dimostrazione della tesi, tirando in lungo per centinaia di pagine. Infine, esibire un'immagine efficace non guasta: del resto anche Jean-Paul Sartre non era certo un bell'uomo ma (tra la mitologia del Flore e la coppia aperta con Simone de Beauvoir) fu sempre in grado di farsi riconoscere anche da chi non leggeva Les Temps Modernes. Oggi il giornalista giamaicano-britannico-canadese Malcolm Gladwell esibisce un fisico asciutto da ex fondista, camicie attillate un po' fuori dai pantaloni e una capigliatura afro che una volta — dice la leggenda — prese pure fuoco. Penna brillante del New Yorker e sorta di Steve Jobs senza Apple delle conferenze pagate fino a 80 mila dollari (convegno della Benco Dental, forniture per dentisti, 2006), Gladwell è l'archetipo della inedita, vincente categoria dei «journo-guru».

La definizione di «giornalista-guru» si deve a Adrian Wooldridge, capo dell'ufficio di Washington dell'Economist nonché titolare della column «Lexington» sullo stesso giornale. Wooldridge nota che, mentre i media vivono in tutto il mondo una profonda crisi identitaria e finanziaria, un ristrettissimo gruppo di giornalisti ha indovinato la formula che li sta rendendo nuovi — e ricchissimi — punti di riferimento culturali. La ricetta «un'idea, una carriera» viene eseguita con virtuosismo impareggiabile da un terzetto composto dal succitato Malcolm Gladwell (di cui presto uscirà anche in Europa il terzo libro Outliers, sulle ragioni del successo), dal columnist del New York Times Thomas Friedman (specializzato nella globalizzazione, autore de Il Mondo è piatto) e dal direttore di Wired Chris Anderson, che in La coda lunga - Da un mercato di massa a una massa di mercati sostiene che Amazon e iTunes permettono a ogni consumatore di coltivare gusti di nicchia al riparo dall'omogeneità imposta dalla grande distribuzione tradizionale. I «journo-guru» stanno prendendo il posto — almeno nel mondo anglosassone — dei grandi intellettuali che dal dopoguerra in poi hanno dominato il dibattito culturale: dall'inglese Bertrand Russell, filosofo e logico ma anche appassionato pacifista, alla superstar Sartre al tedesco Günter Grass, che non si è mai ripreso dalla tardiva confessione di avere militato giovanissimo nelle Ss. I pensatori di moda in America — e quindi nel mondo — non si occupano di politica né di massimi sistemi né di macro-economia, ma hanno perfezionato il culto del dettaglio economico.

I primi a sfondare il muro degli economisti di formazione classica alla Paul Samuelson sono stati Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner, che nel 2005 hanno pubblicato Freakonomics spiegando perché gli spacciatori di droga sono sempre poveri e soprattutto perché (a loro dire) legalizzare l'aborto è stata la migliore arma per sconfiggere il crimine (sono nati meno esseri umani in condizioni di degrado e quindi inclini alla delinquenza). Il saggista di origine libanese Nassim Nicholas Taleb segue la stessa linea quando auspica l'abolizione dell'inutile e anzi dannoso Premio Nobel per l'Economia e — in ossequio alla sua teoria del Cigno Nero, raro ma fondamentale — raccomanda di non seguire regolarmente i media perché inducono l'illusione che la realtà sia un susseguirsi di eventi logici, abbassando così il grado di conoscenza del mondo.

A fine novembre, nel teatro del West End londinese che di solito ospita le repliche del musical Il Re Leone, il 44enne Malcolm Gladwell ha fatto il tutto esaurito per due sere di seguito, parlando davanti a 4000 persone dei motivi del successo di Bill Gates (nella sua scuola c'era un computer) e dei Beatles (agli esordi furono ingaggiati ad Amburgo e costretti a suonare per migliaia di ore). L'affermarsi di Gladwell come icona globale comincia nel 2000 con The Tipping Point, nel quale applica l'approccio epidemiologico nello spiegare il diffondersi di idee, prodotti e tendenze nella società: un iniziale ristretto gruppo di early adopters è in grado di determinare il superamento del «punto di non ritorno». Nel successivo Blink, Gladwell ha sostenuto l'importanza dell'intuito e della prima impressione nella formazione di opinioni più durature. Negli anni Gladwell ha inanellato analisi del perché ci sono molte varietà di senape ma solo una di ketchup, del perché gli uomini adorano i pantaloni kaki, del progresso legato all'affermarsi del pannolino usa e getta e della grandezza del pesticida Ddt.

La capacità di occuparsi con intelligenza e scrittura brillante di minuzie della vita quotidiana, nobilitandole come spie di mutamenti epocali, lo hanno fatto issare ai primi posti dei best-seller e guadagnare anticipi di milioni di dollari dalle case editrici. Lo stile di rottura ha assicurato a lungo a Gladwell una benevola curiosità. Ma ora che diventa, a sua volta, oggetto di una espressione fulminante come «journo-guru», Gladwell comincia ad attrarre critiche sempre più acide. Dopo le esibizioni nel West End la rivista britannica The Register lo ha definito un «Reader's Digest che cammina, rassicurante e banale come un biglietto d'auguri Hallmark». Soprattutto, la regina dei critici americani Michiko Kakutani (New York Times) ha stroncato l'ultimo Outliers: «Dunque i Beatles hanno avuto successo grazie a una circostanza ambientale, cioè il fatto che ad Amburgo li abbiano costretti a suonare moltissimo. E come spiegare il successo dei Rolling Stones o dei Beach Boys, che ad Amburgo non sono mai stati? Gladwell ci insegna che il talento non basta, che contano anche ambiente, duro lavoro e fortuna. Ma davvero...». Il giornalista guru è all'apice del successo. Il suo tipping point (il punto di non ritorno), in questo caso l'inizio della discesa, potrebbero essere vicini.
corriere

Obama e la Casa Bianca low-tech


Software vecchi, e-mail a singhiozzo.
La nuova amministrazione alle prese con numerosi intoppi tecnologici dopo l'insediamento



NEW YORK – I geni della comunicazione web che hanno gestito la campagna elettorale più high-tech della storia sono in crisi. Nonostante due mesi di preparativi per la transizione, lo staff di Barack Obama è rimasto di stucco di fronte agli intoppi burocratici, tecnologici e di sicurezza all’interno di una Casa Bianca non certo al passo con l’era di Youtube e Facebook.

«Burocrazia paralizzante, linee telefoniche scollegate, software obsoleti, caselle di posta elettronica inesistenti ed email private proibite», denuncia il Washington Post secondo cui «se la campagna di Obama incarnava il futuro dell’Iphone», i primi giorni dell'amministrazione Obama «assomigliano ad un ritorno al telefono rotativo».

Dopo un debutto super-sprint, perfino il sito ufficiale della Casa Bianca www.whitehouse.gov si è inceppato. Da martedì a giovedì è rimasto praticamente bloccato, non riuscendo a trasmettere agli americani affamati di notizie fresche il frenetico ritmo delle prime iniziative presidenziali. «Il Presidente non ha ancora emesso alcun ordine esecutivo», continuava a recitare il sito, molte ore dopo che Obama aveva già emesso storici provvedimenti su Guantanamo, i salari degli impiegati alla Casa Bianca e il Freedom of Information Act.

Alcuni giovani staffer obambiani, avvezzi a lavorare col Mac, si sono ritrovati davanti computer con programmi Windows in versioni vecchie di sei anni. I portatili, insufficienti, sono stati assegnati soltanto a un pungo di impiegati nella West Wing. E poiché ogni attività della Casa Bianca dev’essere documentata per gli Archivi Nazionali, nessuno ha potuto usare gli indirizzi di posta elettronica personali. «È stato un vero blackout», si lamenta un’impiegata.

Non è la prima volta che l’arretratezza tecnologica della Casa Bianca mette in difficoltà una nuova amministrazione. «Quando arrivai, nel 2005, fui costretto ad attendere una settimana prima di avere un computer e un Blackberry», ricorda David Almacy, direttore del web di George W. Bush. «Perlomeno non mancavano le lettere dalla tastiera dei computer - ironizza il Post, - Come capitò ai funzionari di Bush nel 2001». Più tardi si scoprì che erano state rubate dai funzionari dell'uscente Bill Clinton, per puro dispetto.

corriere

21 gen 2009

Vincere alla lotteria!


In tempi così incerti, come quelli in cui stiamo vivendo, si ricorre sempre più spesso a "rimedi" dubbi: le lotterie.

Se con le proprie capacità non si riesce ad emergere, ecco che c'è un facile rimedio, la Fortuna....

Ovviamente tutto condito da una campagna pubblicitaria devastante...che dire!


Roma, 20 gen. (Apcom) - Chi non sogna di vincere la lotteria? E immagina di poter avere, finalmente, una vita comoda, senza ristrettezze e felice? Ma non è così: "sono solo fantasie" dicono Andrei Clark e Benedicte Apouev della Paris School of Economics dopo aver letto e analizzato i dati contenuti nel British Household Panel Survey (BHPS), una vasta indagine sulla famiglia che va avanti da anni e i cui risultati saranno discussi, come avviene ogni due anni, nella prossima conferenza del 9-11 luglio 2009. Nell'indagine sono presi in esame anche ottomila persone che hanno vinto alla lotteria tra il 1994 e il 2005. "Chi ha veramente vinto la lotteria, sa che nulla è garantito in fatto di felicità, salute e sicurezza economica", dicono i ricercatori sul Journal of the American Medical Association. Aggiungendo di aver scoperto che, chi tra i vincitori, incassa più denaro, riceve una grossa iniezione di fiducia che si rivela positiva per la salute mentale, ma non per la salute fisica, che anzi, in alcuni casi, sembra peggiorare. Forse perché i vincitori, dopo aver ricevuto il premio, sono più portati a bere e fumare troppo. E, se una vincita non aiuta ad essere più sani, ci si aspetta , almeno, che dal punto di vista finanziario aiuti ad essere più sereni e a sentirsi al sicuro. Ma uno studio fatto dall'Ente Lotterie della Florida afferma che, non sempre, le cose vanno secondo le aspettative. A dirlo anche i ricercatori dell'Università del Kentucky, Scott Hankins e colleghi, che hanno messo a confronto i grandi vincitori, con somme che si aggirano tra i 50 e i 150mila dollari, con quelli che hanno vinto di meno, intorno ai 10mila dollari. Secondo gli scienziati tra i grandi vincitori la bancarotta è in agguato anche se con un tasso del 50% in meno rispetto alla media, nei due anni che seguono la vincita. Dopo quel periodo, però, la possibilità di fallimento aumenta e, fatta una media, dopo cinque anni, circa il 5% dei fortunati paperoni, siano essi grandi o piccoli vincitori, fallisce. Spesso, fanno notare Hankins e colleghi, i premi ricevuti erano più alti, in media 65mila dollari, dei debiti nei quali sono poi affogati i vincitori. Insomma, avvertono i ricercatori, nella maggior parte dei casi, vincere alla lotteria fa diventare ricchi... ma solo temporaneamente.
notizie.alice

16 gen 2009

Quei barili di petrolio in giro per il mondo


80 milioni di barili vagano per i mari, governi compagnie e banche puntano al rialzo
Centinaia di superpetroliere non scaricano più il loro carico in attesa che il prezzo del greggio torni a salire




In un mondo difficile da comprendere, le leggi che regolano il mercato e in generale la vita, sono da riscrivere. Nessun modello matematico poteva prevedere le mosse di questa astuta mano, che guidata da desideri inintelligibili ci manda alla deriva.
Chi si prenderà la responsabilità, ma anche l'onore, di mettere nero su bianco le leggi della nuova sopravvivenza? (n.d.r.)


WASHINGTON (USA) - Mentre l’Italia e buona parte dell’Europa rischiano di rimanere senza il gas e il petrolio russi a causa delle vertenze tra il Cremino e l’Ucraina, circa 35 superpetroliere e altre petroliere più piccole con oltre 80 milioni di barili di greggio a bordo si aggirano dallo Oceano indiano al Golfo del Messico senza attraccare mai, o stanno all’ancora senza scaricarlo. Sono in attesa che il prezzo del petrolio, precipitato in un anno da quasi 150 dollari a meno di 40 dollari al barile, torni ad aumentare.

FLOTTA - Ma la flotta fantasma, che a volte rischia l’attacco dei pirati, come accadde giorni fa alla petroliera saudita in Somalia, è solo la punta dell’iceberg.
Petroliere a Singapore (Reuters)
Petroliere a Singapore (Reuters)
Col calo dei consumi di greggio causato dalla prima crisi economica globale, è scattata la corsa allo stoccaggio, nella speranza di futuri colossali profitti: complessivamente, ben 327 milioni di barili di greggio giacciono inutilizzati in tutto il mondo, in particolare negli Stati uniti. Ad attirare l’attenzione sulle manovre delle nazioni e compagnie petrolifere sono stati il giornale International Herald tribune e l’agenzia Bloomberg. Stando al primo, il Paese che tiene le maggiori quantità di greggio ferme nelle sue petroliere, almeno 15, sarebbe l’Iran. E stando al secondo, tra le “sorelle” del petrolio che fanno la stessa cosa si troverebbe la Royal Dutch Shell, che disporrebbe di due superpetroliere, la Leander e la Eliza. L’International Herald tribune ha citato Adam Sieminski, un esperto della Deutsche bank, secondo cui lo stoccaggio costerebbe circa 10 dollari all’anno al barile: se nel frattempo il prezzo del barile salisse da 40 a 60 dollari, ha notato l’esperto, l’attesa frutterebbe enormi profitti. L’agenzia Bloomberg ha fatto un calcolo analogo: con una spesa di 1,12 dollari al barile si può tenere una superpetroliera in giro sugli oceani per un mese, e guadagnarci molto. Manovre del genere non sono nuove, la novità sta nel crescente ricorso alle superpetroliere, anche da parte di grandi banche e altre intermediarie: la Bloomberg fa i nomi di Citigroup e della Morgan Stanley, a esempio. E grazie ai tagli apportati alla produzione del greggio dai signori del petrolio è possibile che siano coronate da successo. Ma è una speculazione che minaccia di danneggiare l’economia, dalle fabbriche ai trasporti, e i cittadini, e ritardare la ripresa globale. Non a caso Daniel Yergin, forse il massimo esperto americano, chiede che il prezzo del petrolio venga stabilizzato al più presto. E il presidente eletto Obama si impegna allo sviluppo di fonti alternative di energia, in modo da liberare l’America dalla schiavitù del greggio straniero.
corriere

15 gen 2009

«Finita l'era degli squali Ora il successo passa per l'altruismo»


L'intervista Il direttore della Luiss sulla recessione
Celli: Non solo ridurre la forbice retributiva tra vertice e dirigenti, il nuovo manager dedichi più tempo agli altri



Quali caratteristiche deve avere il bravo manager in tempi di recessione? Meglio un duro o un morbido, un tecnico o uno stratega, un visionario o un pratico? Pier Luigi Celli è una delle persone più adatte a rispondere, perché è stato nel vertice di grandi aziende, tra cui Omnitel, Eni e Rai, occupandosi soprattutto di direzione del personale. In Omnitel ha reclutato un team di giovanotti diventati poi numeri uno — come Vittorio Colao, capo di Vodafone, Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, e Vincenzo Novari, amministratore delegato di 3 Italia — e oggi dirige la Luiss, l'università della Confindustria, che i nuovi talenti ha la missione di formarli. Il suo ultimo libro («Comandare è fottere», 30 mila copie vendute) è una provocazione che fa riflettere. «Oggi — risponde Celli — la razionalità strumentale, la padronanza delle tecniche e l'applicazione di buoni metodi non bastano più. Non servono esecutori, ma persone capaci di vedere al di là delle proprie specializzazioni. Serve la capacità di superare quello che io chiamo il pensiero plausibile».

Tradotto in parole povere, il manager dev'essere intellettualmente coraggioso. Deve saper accorciare la distanza tra le decisioni immediate e i progetti, tra l'operatività quotidiana e il medio termine. Questa distanza oggi è troppo lunga e ha generato l'ossessione del risultato finanziario a breve, portatrice di eccessi che hanno arricchito eccessivamente alcuni manager e impoverito le imprese. «Le soluzioni veramente innovative non sono lineari né meccaniche, hanno bisogno di tempo e richiedono investimenti in capitale umano». Dunque vanno cambiati i sistemi di remunerazione? «Sì, bisogna ridurre la forbice retributiva tra il vertice e il resto dei dirigenti e dei dipendenti, che si è allargata a dismisura. Le esagerazioni degli anni scorsi hanno creato nel mondo una casta di semidei, saliti al cielo grazie a meccanismi finanziari in gran parte disancorati dal loro merito industriale ». Ma il cambiamento che si richiede, sostiene Celli, è molto più profondo: «Il nuovo manager dev'essere generoso, deve dedicare tempo ed energia agli altri, perché solo così li può coinvolgere. Il manager egoista, quello che dà il titolo al mio libro, è superato: oggi chi vuol raggiungere il successo deve saper essere altruista».

I tempi di crisi creano ansia e il capo deve saperla assorbire, evitando di scaricarla sui sottoposti. Deve avere «una forte tenuta umana». «La mediocrità di un manager — aggiunge Celli parafrasando il filosofo Emile Cioran — si riconosce dalla sua sicumera». Dottor Celli, l'accuseranno di avere una visione caritatevole del management, proprio ora che si parla soltanto di amputazioni indispensabili. «Ma siamo sicuri che i tagli di personale siano la soluzione giusta? A breve, forse. No, io credo che si debba cercare di non espellere le persone, magari guadagnando tutti un po' meno. La carità non c'entra. Il fatto è che l'innovazione è prodotta dalla ridondanza e più si taglia più si riduce la possibilità di innovare. Senza innovazione non c'è ripresa». Sì, Celli adora provocare, soprattutto quelli del suo ambiente. «La crisi è l'occasione per rimettere in discussione la figura del manager- dongiovanni. Don Giovanni è uno che conquista le donne senza mai amarle veramente. Non ne ricorda neppure i nomi, proprio come molti dirigenti con i propri collaboratori ». Eppure c'è un'Italia, quella delle medie imprese più competitive, che sembra assai vicina a questa visione.

Regioni come Emilia-Romagna e Lombardia sono culla di imprenditori che vedono nella crisi una sorgente, seppur complicata, di opportunità. «Questa gente ha la capacità di rischiare, di assumersi responsabilità pesanti, di leggere in modo lucido segnali confusi. Ha testa e coraggio ». Ma concretamente il bravo manager che cosa fa? «Sceglie gli uomini con cura, ridimensiona le corti basate sulla fedeltà e costruisce un sistema che incoraggia tutti i talenti, anche quelli che sulle prime portano scompiglio». Dal punto di vista retributivo, molte aziende stanno già allargando i piani di incentivazione a una più ampia platea di dipendenti. «Il che significa, visto che siamo in una fase di risorse economiche scarse, che i soldi vengono ridistribuiti e si riduce il divario tra l'alto e il basso. Secondo me è la strada giusta».

corriere

13 gen 2009

Corsi di corteggiamento all'Università per aspiranti ingegneri hi-tech


L'iniziativa a potsdam
Lezioni di "flirting" per avere successo nella vita privata: come sedurre una ragazza e come divertirsi ai party
Due partecipanti a 'Beauty and the geek»



BERLINO – Pensate alle ragazze. O ai ragazzi. E lasciate in pace ogni tanto quel computer. Diversamente, niente Master in Information Technology all'Università di Potsdam, vicino a Berlino. Ingegneri che non sanno corteggiare rendono meno, sul lungo periodo, di quelli con una vita a 360 gradi, non solo Rete e tecnologie. È in un certo senso il tramonto del Nerd, tutto computer e problemi di socializzazione.

LEZIONI - L'università di Potsdam ha deciso di introdurre nel programma per il Master dedicato a Ingegneri IT una serie di materie che non si possono studiare e approfondire sul Web, ma solo sul campo. Corteggiamento, "flirting" come materia obbligatoria. L'insegnamento per i 440 studenti, uomini e donne, consiste in corsi di scrittura di messaggi amorosi, online oppure su carta. Comportamento sciolto durante un party. Resistenza alla tentazione di fuggire e tornare davanti al computer quando lei o lui dicono di no: occorre perseverare. Insomma, lezioni per stabilire un rapporto equilibrato con la Rete e il laptop: non sono coperte di Linus.

VITA PRIVATA - Il corso va anche oltre la flirting-art: ci saranno insegnamenti di body-language, utili anche solo per raddrizzare la spina dorsale a molti Nerd, di stress-management e verranno impartite lezioni di tecnica del linguaggio in pubblico. «Vogliamo preparare i nostri studenti con le competenze sociali che servono per avere successo sia nella vita privata sia in quella di lavoro», ha detto un portavoce dell’Università all’agenzia Reuters. Per molti studenti – è il sottinteso – si tratta di capire che non a tutte le ragazze interessa necessariamente discutere di quanto sia larga la banda.
corriere

Case, cresce il mercato "single".


Boom di richieste per i loft



Monolocali, bilocali, ma soprattutto loft. Cresce la richiesta di alloggi per single. In tutta Italia e soprattutto nelle grandi città. Lo registra il sito Immobiliare.it, che in questi ultimi sei mesi ha monitorato l'andamento di domanda e offerta di case. Secondo i dati raccolti, in Italia i single rappresentano almeno il 10% del mercato. Con picchi soprattutto al Nord, in particolare nelle grandi città.

A Milano i single residenti sono più di 300mila. E da soli rappresentano il 17% della domanda di case. A Bergamo, addirittura un terzo totale. Numeri più vicini alla media nazionale a Torino, che comunque ha fatto registrare incrementi del 2% di trimestre in trimestre. Cambia il mercato e cambia anche la tipologia di immobile richiesto. Nell'ultimo trimestre, soprattutto a Milano, è cresciuta soprattutto la domanda di loft. Nel solo ultimo trimestre del 2008, sono stati pubblicati sulle pagine del network Immobiliare.it oltre 4 mila annunci. Per avere un'idea della crescita, si pensi che nel corso dei tre mesi precedenti, erano poco più di 1.500.

A Roma e Bologna la domanda di alloggi dei single è in linea con la media nazionale. È in crescita invece quella delle giovani coppie. Nell'ultimo trimestre hannno rappresentato il 38% del mercato case della Capitale (+12% rispetto ai tre mesi precedenti). I numeri cambiano scendendo al Sud. Qui il mercato dei single è molto al di sotto della media (basti pensare a quanti giovani vivono con i genitori a causa delle difficili condizioni lavorative nel Meridione) e il boom si registra nella richiesta di immobili con almeno tre locali (In Puglia, ad esempio, costituiscono il 42% del mercato totale con un incremento pari a + 8% trimestre su trimestre).
sole24ore

12 gen 2009

Google: ricerche che inquinano


Lo sostiene un ricercatore di Harvard.
Interrogare il più famoso dei «search engine» contribuisce al surriscaldamento del Pianeta



Stare seduti al Pc dilettandosi a interpellare il più popolare dei motori di ricerca ogni qual volta abbiamo bisogno di un aiuto nella navigazione online fa male all'ambiente. Lo sostiene un ricercatore di fisica della Harvard University, Alex Wissner-Gross, e lo riferisce il giornale britannico Times in un lungo articolo in cui viene spiegato che ogni query lanciata tramite Google da un qualsiasi computer fisso genera 7 grammi di CO2. In questo senso, nota il quotidiano, due ricerche lanciate sul motore di ricerca richiedono lo stesso consumo di energia che serve per riscaldare una tazza di the.

I DATI – Secondo quanto spiegato da Wissner-Gross nella ricerca da lui condotta sul tema, l'utilizzo del search engine di Mountain View contribuisce in modo significativo al surriscaldamento globale. In particolare, secondo i calcoli dello scienziato, la navigazione su una singola pagina web produce 0,02 grammi di anidride carbonica al secondo, e la quantità aumenta a 0,2 grammi qualora la pagina incorpori contenuti multimediali.

COMMENTI - Sul suo Rough Type, Nicholas Carr – autore di The Big Switch, Rewiring the World – esprime alcune perplessità sulla notizia, facendo notare per esempio che l'autore dello studio è anche un imprenditore (proprietario di una start-up che vende un servizio per la misurazione della quantità di energia elettrica consumata dai siti web e offre soluzioni «green oriented») e che quindi il suo interesse per la questione potrebbe essere anche commerciale, oltre che accademico. E mentre il Times sottolinea che Google rifiuta da sempre di fornire i dati sul proprio consumo elettrico e sulle emissioni generate dai suoi data center, è sempre Carr a mettere in luce che Wissner-Gross non ha reso pubblici i calcoli che gli hanno permesso di giungere alle conclusioni illustrate dal quotidiano inglese, pur riconoscendo che il fisico ha di fatto ragione nel dire che effettuare una ricerca su Google ha un determinato impatto sull'ambiente. Non fosse altro che i data center sono tra le strutture cui è imputabile il maggior consumo energetico.

LA REAZIONE - Dal canto suo la grande G ha replicato sulle pagine del blog ufficiale per mano di Urs Hölzle, Senior Vice President del reparto Operations, dichiarando che quella dell'impatto ambientale dell'IT è una questione che le sta molto a cuore. Hölzle scrive infatti che i data center di Google sono tra i più efficienti al mondo in termini di consumi, il che «significa che l'elettricità utilizzata per ciascuna ricerca è minima». Quindi sostiene che i 7 grammi di CO2 menzionati dal fisico britannico sono decisamente superiori al dato reale, spiegando che l'efficienza e l'estrema velocità di Google fanno sì che la risposta dei server a una query non richieda più energia di quella che il nostro organismo brucia in 10 secondi, il che si traduce in 0,0003 KWh per ricerca e un'emissione di CO2 pari a 0,2 grammi.

corriere