26 nov 2008

Twitter


Il fondatore del nuovo sito di «microblogger», Biz Stone: vogliamo mantenere l'autonomia
E ora Facebook vuol diventare grande
Trattative per acquisire Twitter: ricavi vicini a zero ma vale mezzo miliardo



MILANO — Ancora non incassa neanche un soldo, ma è già valutata 500 milioni di dollari. Si chiama Twitter (che si può tradurre «cinguettìo », nel senso di chattare, ma anche «stato d'ansia») la società Internet più corteggiata del momento. Tanto da essere entrata nel mirino di uno dei big del web 2.0, Facebook, che nelle scorse settimane ha avviato trattative per acquistarla, convinta che sia destinata a una crescita paragonabile a quella di sorelle maggiori come MySpace o la stessa Facebook. Fondata nel marzo 2006 da tre trentenni californiani (Jack Dorsey, Evan Williams e Biz Stone), Twitter è considerata una delle più promettenti start up della Silicon Valley californiana, leader di quella nuova generazione di piccole aziende che stanno ampliando i confini del social networking inventando sistemi inediti di far comunicare e interagire le persone fra loro. Si definisce una micro- blogging company: ogni utente registrato può mandare un breve messaggio (massimo 140 caratteri) per annunciare quello che sta facendo o che ha intenzione di fare, e dalla «centrale» il contenuto di quel «microblog» viene diffuso (via sms, email o qualsiasi altro sistema di comunicazione elettronica disponibile) a tutti gli utenti che hanno voglia di seguirlo e di mettersi comunque in contatto con lui.

Il risultato è che in appena due anni e mezzo di vita, Twitter si ritrova oltre 5 milioni di utenti registrati, con ritmi di crescita di migliaia al giorno. Così, inevitabilmente, le aziende di web 2.0 già affermate hanno cominciato a puntarle gli occhi addosso. La prima a muoversi è stata appunto Facebook, la società di social networking fondata a guidata da Mark Zuckerberg di cui l'anno scorso Microsoft ha acquistato il 5% del capitale. Nei giorni scorsi un blog (guarda caso) di AllThingD ha rivelato l'inizio di trattative per l'acquisizione e l'indiscrezione è stata confermata ieri da fonti vicine al negoziato riportate dal Financial Times e da alcuni siti d'informazione «tecnologica ». A fare impressione è soprattutto il valore attribuito a Twitter. Ma in realtà quella proposta da Facebook è un'operazione tutta di carta. Nel senso che la società di Palo Alto pagherebbe con azioni proprie che, in base a quanto versato da Microsoft per quel 5% della stessa Facebook, si «traducono» appunto in 500 milioni di dollari. Cifre virtuali, dunque, visto che oggi, tantopiù nel pieno di una crisi finanziaria che ha già provocato il crollo di tutti i valori quotati sul mercato, andrebbe notevolmente ridimensionata. Da Twitter per ora non è giunta nessuna conferma. Biz Stone si è limitato a sottolineare che lui e gli altri due co-fondatori intendono mantenere Twitter una società indipendente. Secondo fonti vicine al negoziato, comunque, non si tratterebbe di un «no» preventivo alle avances di Facebook, quanto semmai l'indicazione che le due parti si starebbero orientando verso un'operazione simile a quella che ha portato YouTube nell'orbita di Google.
corriere

25 nov 2008

I boss del cyber crimine


Ricchi, tecno e senza scupoli Sono i boss del cyber crimine
Studio della Symantec analizza nel dettaglio questa economia sommersa: i primi 10 malfattori hanno guadagnato ciascuno 276 milioni di dollari per un giro d'affari complessivo che sfiora i 7 miliardi. Il profilo del cyber criminale



ROMA - I primi dieci operatori del cyber crimine hanno guadagnato ciascuno di circa 276 milioni di dollari in un anno, per un giro d'affari complessivo che sfiora i 7 miliardi di dollari. E' un mercato a tutti gli effetti, globalizzato ed efficiente, dove beni illegalmente sottratti e servizi collegati alle frodi vengono venduti e acquistati su base regolare e dove il valore stimato dei prodotti offerti dai singoli operatori viene misurato in milioni di dollari. A questa economia sommersa Symantec ha dedicato un rapporto intitolato "Report on the Underground Economy", uno studio che analizza nel dettaglio lo scenario economico cybercriminale.

Il report raccoglie tutte le informazioni che l'organizzazione Security Technology and Response (STAR) di Symantec ha recuperato sui server dell'economia sommersa fra il 1' luglio 2007 e il 30 giugno 2008.

I prezzi all'ingrosso per ottenere strumenti adatti ad un cyber criminale sono competitivi: un sistema per intercettare i dati sensibili degli utenti (tipicamente numeri di carte di credito, conti correnti bancari, ecc.) costa 23 dollari. Avere un supporto sui server controllati dal cyber crime per operazioni di pishing (furti d'identità) costa meno di dieci dollari. E poter disporre addirittura di una rete di computer infettati e quindi sotto il proprio controllo, costa appena 225 dollari. Un programma per controllare la vulnerabilità di un sito di home banking, invece, è messo in vendita su internet a 740 dollari.

Per quanto riguarda i volumi di scambio, il 30 % delle informazioni che vengono distribuite nei forum del cyber crime riguardano le carte di credito, mentre le credenziali di account bancari sono le più vendute, a prezzi che vanno dai 10 ai mille dollari.

La categoria di beni maggiormente pubblicizzata all'interno di questo scenario è quella delle informazioni relative alle carte di credito, che pesano per il 31% dei prodotti totali; se da un lato i numeri di carte di credito rubate valgono da un minimo di 0,10 a un massimo di 25 dollari a carta, il relativo limite medio di spesa osservato da Symantec superava i 4.000 dollari. Symantec ha inoltre calcolato che il valore potenziale di tutte le carte di credito pubblicizzate durante il periodo di riferimento sia stato pari a 5,3 miliardi di dollari.

La popolarità che caratterizza le informazioni delle carte di credito deriva verosimilmente dalle molteplici modalità con le quali tali dati possono essere recuperati e utilizzati per frode; le carte di credito sono di facile utilizzo per lo shopping online e spesso risulta difficile per commercianti e credit provider identificare e gestire transazioni illecite prima che i criminali completino tali attività e ricevano le merci acquistate in maniera truffaldina. Inoltre, i dati delle carte di credito vengono spesso venduti ai malintenzionati in grandi volumi, con la garanzia di sconti o di numeri gratuiti rilasciati a fronte di acquisti quantitativamente significativi.

Al secondo posto si posizionano i conti bancari per il 20% del totale. Nonostante i dati inerenti i conti bancari siano venduti a un valore compreso fra i 10 e i 1.000 dollari, il saldo medio di tali conti è di circa 40.000 dollari. Calcolando il saldo medio pubblicizzato di un conto bancario con il costo medio dei dati di un conto, il valore dei conti pubblicizzati durante il periodo esaminato ha raggiunto 1,7 miliardi di dollari. La popolarità di cui godono le informazioni relative ai conti bancari è da attribuirsi al potenziale che essi racchiudono in termini di elevati esborsi e della rapidità con cui questi avvengono. È infatti accaduto per esempio che conti bancari siano stati svuotati con trasferimenti online verso destinazioni non tracciabili nell'arco di soli 15 minuti.

Durante il periodo preso in esame dal report, Symantec ha rilevato 69.130 inserzionisti attivi e un totale di 44.321.095 di messaggi pubblicati sui forum sommersi. Il valore potenziale di tutti i beni proposti dai primi 10 inserzionisti maggiormente attivi era pari a 16,3 milioni di dollari per le carte di credito e 2 milioni di dollari per i conti bancari; inoltre, il valore potenziale dei beni messi a disposizione dal più attivo degli inserzionisti identificati da Symantec nel periodo in oggetto era pari a 6,4 milioni di dollari.

L'economia sommersa è alquanto differenziata sul piano geografico ed è in grado di produrre ottimi guadagni per i cybercriminali, il cui profilo varia da gruppi informali di individui fino a team sofisticati e molto ben organizzati. Dal report è emerso che il Nordamerica ha ospitato il maggior numero di server dedicati alle attività sommerse, pari al 45% del totale; segue la regione Europa/Medio Oriente/Africa con il 38%, l'Asia/Pacifico con il 12% e infine l'America Latina con il 5%. Al fine di eludere controlli e localizzazioni, i server preposti a questo tipo di attività illegali cambiano continuamente.

Via | Repubblica

23 nov 2008

Luci e ombre di Facebook



Facebook, effetti collaterali Quei contatti che non vuoi.
Un libro fa luce sugli effetti collaterali della vita virtuale, dall'ansia all'invadenza dei "conoscenti"



"MARIO Rossi added you as a friend". Il nome vi dice qualcosa. Solo dopo aver visto la foto capite che si tratta di quel compagno di liceo che vi stava antipatico. Per chi frequenta Facebook, una situazione di vita virtuale quotidiana. Che l'esperto in comunicazione Jason Alba ha voluto analizzare in un libro, I'm on Facebook - Now What???, il punto sul social network più popolare del mondo che attualmente conta circa 120 milioni di utenti dai 25 anni in su. Il libro si concentra sul bivio del "confirm" o "ignore": che fare quando a chiedere l'amicizia è una persona sgradita o che si vuole evitare?

Secondo l'autore, trovarsi di fronte alla scelta di confermare o ignorare - quindi respingere - una richiesta d'"amicizia" è una situazione che spesso condiziona l'utente e lo costringe a riprendere i contatti con il passato circondandosi di inutili "friends". "Ci sono persone che aggiungono alla lista anche i compagni d'asilo - spiega Alba - ma accettare inviti a raffica può provocare ansia e non aggiunge nulla alla vita privata".

"Non sono un sostenitore della net-iquette - racconta Paolo, medico di Milano - ignorare una richiesta di amicizia non è una scortesia, non rispondere a una telefonata, secondo me, lo è molto di più e se i contatti sono stati volutamente interrotti, tendo a rispettare la decisione presa nel mondo della socialità reale."

"Nella mia lista ho amici che a loro volta hanno centinaia di contatti. Conosco una ragazza che, dopo essere arrivata a contarne duemila, è finita sulle prime pagine dei giornali. A questo punto si parla più che altro di 'pubblico' - spiega Enzo Di Frenna, presidente dell'associazione Netdipendenza e creatore del social network Runfortecnostress - molta gente è ossessionata dal pensiero di incrementare la cerchia di amici perché se ne hai solo trenta puoi essere considerato meno 'popular'. Le confessioni sul mio forum spesso parlano di questo: alla domanda 'cos'è per te il tecnostress' una ragazza ha risposto 'aggiornare Facebook ogni mattina'".

Secondo Danah Boyd, ricercatrice presso la School of Information dell'Università di Berkeley, i social network non solo favoriscono l'ansia ma disabituano alla vita reale: "Andiamo verso una società di persone sempre più goffe e meno abituate a confrontarsi. Scrivere una frase ogni tanto è più facile, ecco perché si accettano anche amici che non si considerano tali".

Ex fidanzati, colleghi, conoscenti di conoscenti, vecchi compagni di scuola. Il panorama dei possibili amici ritrovati su Facebook percorre il solco della vita con accenti grotteschi. C'è chi, come Andrea, scrittore di Torino, aggiunge anche i contatti indesiderati e poi li cancella mentalmente: "Né un messaggio, né uno scambio di esperienze. Solo un educato rispondere 'Buongiorno anche a lei'".

C'è chi invece vive l'esperienza con entusiasmo: "Sono andata a cercare tutta la gente che frequentavo anni fa, anche persone che mi stavano antipatiche o con le quali avevo discusso", racconta Sara, impiegata di Pisa, che fa la grafica a Roma ed è felice di poter riaprire capitoli della vita che credeva chiusi. "Il tuffo nel passato è piacevole. Ai nostri tempi non c'erano i cellulari - spiega - e cambiando casa si perdevano i contatti con le persone con cui eri cresciuta. Rincontrarsi dopo 10-15 anni come se ci si fosse salutati il giorno prima è meraviglioso". "Ritrovare vecchi amici mi diverte ma mi dà anche malinconia - osserva Enrico, manager di Cuneo - mi è comunque capitato di scoprire su Facebook gente con cui avevo un rapporto non proprio roseo, e sono scappato a gambe levate".

Secondo lo psicoterapeuta Alessandro Meluzzi, Facebook è uno strumento di comunicazione ancora inesplorato: "Fino a qualche anno fa la nostra vita era identificabile con un percorso uniforme che ci permetteva, anno dopo anno, di tirare le somme tra chi andava e chi rimaneva. Esistevano passato e presente. Il social network ha annullato le distanze trasformando il passato in un continuo presente".

Secondo Meluzzi questa "eternalizzazione della vita" può avere effetti interessanti, ma il rischio di un utilizzo compulsivo dei social network è comunque da considerare. "Favoriscono l'ansia - conclude Meluzzi - la sincronizzazione della storia e la nascita di una 'reputazione telematica' ci carica di responsabilità. Il rischio è la 'sindrome da iperrealtà', che può trasformarci. Come accaduto con le immagini di guerra trasmesse in tv che, a poco a poco, ci hanno desensibilizzati di fronte alla violenza".
Via| repubblica

21 nov 2008

Dubai - Atlantis-



Una vera e propria serata da tappeto rosso: è quella che ieri sera ha mandato in scena il Grand Opening dell'Atlantis, il nuovo spettacolare resort di Dubai di proprietà del magnate Sol Kerzner e costruito sull'isola artificiale di Palm Jumeira. Una festa preparata da mesi e costata circa 20 milioni di euro, che ha scatenato una vera e propria caccia all'invito, pressoché introvabile. La lista dei pochi fortunati ammessi a partecipare che si aggira pur sempre intorno alle 2 mila persone include personaggi eccellenti in arrivo da tutto il mondo, membri di famiglie reali e vip del mondo dello spettacolo: i rumors parlano di Tom Cruise, i Beckham, Michael Jackson, Madonna. Ospite d'eccezione della serata è la cantante australiana Kylie Minogue che riceverà per la sua performance di circa mezz'ora, a partire dalle 23.30, intorno ai 2 milioni e mezzo di euro. Un record che le permetterà di diventare la cantante più pagata del mondo in relazione alla durata dell'esibizione. Un altro momento attesissimo di questo party definito da alcuni come "il più stravagante del mondo", sarà lo spettacolo di fuochi d'artificio che prenderà il via intorno alla mezzanotte.

Per l'occasione Kerzner ha assoldato gli esperti pirotecnici della cerimonia di apertura dei giochi olimpici: a loro il compito di coprire con i fuochi d'artificio l'intera estensione dell'immensa proprietà e di rendere visibile lo spettacolo pirotecnico addirittura dallo spazio.
Un dispiego di mezzi e di forze che giustifica in parte le drastiche misure di sicurezza prese dalle autorità di Dubai che già a partire dalle prime ore di oggi pomeriggio hanno attivato una serie di restrizioni al traffico in direzione della Palma: i residenti dell'area, per poter accedere alle loro proprietà, hanno dovuto dotarsi di uno speciale pass, oltre che esibire il contratto di locazione o di proprietà dell'immobile. E c'è stato pure chi, per paura di restare intrappolato lungo la Sheik Zayed Road (l'arteria principale di Dubai che si snoda anche in direzione di Palm Jumeira) ha deciso di concludere la giornata lavorativa in largo anticipo e tornare a casa già nelle primissime ore del pomeriggio. Ma non è finita qui: una circolare ha raccomandato a tutti gli abitanti di Dubai di godersi lo spettacolo pirotecnico semplicemente dai balconi della propria casa, visto che sia le spiagge che le acque intorno alla Palma sono state dichiarate off limits. Divieti e restrizioni che si protrarranno fino alle 6 di domattina, quando le ultimi luci su questa serata da mille e una notte dovrebbero spegnersi. Un vero e proprio evento mondiale su cui si sono concentrati preparativi accuratissimi e frenetici, resi ancor più difficili dalla tragedia che nei giorni scorsi ha colpito Atlantis: un operaio che lavorava proprio al grand opening è stato ucciso dalla caduta di una palma a causa del vento. Un triste bis per Atlantis che 2 settimane prima dell'inaugurazione dell'hotel al pubblico dello scorso 24 settembre, aveva dovuto vedersela con i danni provocati da un incendio scatenatosi all'interno della lobby dell'hotel.

ilsole24ore

20 nov 2008

Poste, la rivoluzione



Sfidano anche le banche.

Non solo raccomandate, ma anche conti correnti, operazioni telefoniche, carte di credito, bollette online



Rivoluzione gialloblù. Lettere e cartoline. Raccomandate online e libretti di risparmio. Firme elettroniche e pacchi. Telefoni cellulari e bollettini da pagare. Soldi da versare e da spedire. Tecnologie avanzate e servizi su misura. Saloni bicolori. Libri, dischi, matite, scotch e pennarelli. Manuali di cucina e premi Campiello. Macchine tuttofare, umani pensanti e (molto spesso) pure sorridenti. Tradizione e futuro. Croce e delizia del popolo italiano, esempio da imitare per tutti gli altri. Si chiamano Poste Italiane e stanno rivoluzionando la nostra vita. Con successo. Quasi. Prima di tutto, i numeri: sei anni consecutivi di bilanci con ricavi sempre in crescita, che significa 17,2 miliardi di euro incassati nel 2007 (erano 17,1 nel 2006) e un utile netto di 704,4 milioni di euro della capogruppo (più 45,7 per cento rispetto al 2006); un milione e mezzo di clienti al giorno negli uffici; ventitré milioni di invii postali quotidiani; sette milioni di operazioni su Internet all'anno.

Il boom è nei servizi finanziari: in poco più di un mese, tra settembre e ottobre 2008 l'aumento della raccolta per i buoni fruttiferi postali è stato del 286 per cento, la raccolta sui libretti di risparmio è cresciuta del 120 per cento in più rispetto al 2007 e i conti correnti aperti hanno toccato quota 5,5 milioni (più 750 mila online). La crisi delle banche, la paura della recessione, i continui tonfi delle Borse mondiali hanno spinto milioni di risparmiatori verso gli uffici gialloblù. Gli impiegati postali raccontano che nei giorni del fallimento di Lehman Brothers migliaia di persone si sono presentate agli sportelli per aprire un conto, investire in buoni fruttiferi, avere un libretto di risparmio dove mettere al sicuro i propri soldi. Perché «le Poste non falliranno mai, i governi passano, le Poste restano», disse allora il ministro Giulio Tremonti. Non solo le Poste restano, ma sono sempre più presenti nella vita di tutti i giorni. Oltre a raccomandate e bancomat. Basta entrare in un ufficio postale per accorgersi che i vecchi saloni grigi appartengono ad un'epoca scomparsa.

La rivoluzione a colori è partita nel 2000 quando le 14 mila agenzie in tutta Italia si sono trasformate in un mondo gialloblù rinnovato e tecnologizzato con totem e pannelli elettronici, macchine fai da te, salette riservate. E poi espositori con libri, cd, cartoleria, dvd, gadget delle Poste (il salvadanaio di coccio a forma di buca delle lettere è un «must»). Per non dire della vendita su catalogo di elettrodomestici, gioielli, coperte, giocattoli. «Tra poco ci daranno anche il caffè», sorride una signora in attesa del suo turno. Accanto, una coppia di ventenni studia l'opuscolo dei libretti di risparmio. Il rinnovamento delle Poste passa anche da loro. La scorsa estate centinaia di genitori hanno affollato gli uffici per comprare la Postepay, la carta di credito ricaricabile da dare ai figli in vacanza. In alcune banche, gli impiegati ne consigliavano l'acquisto. Lanciata nel 2003, Postepay è oggi la prepagata più diffusa in Europa con oltre 4 milioni di carte emesse, un successo anche dovuto alla sicurezza degli acquisti sul web.

Ma i giovani scelgono pure il Conto BancoPosta (oltre 6 milioni di Postamat dal lancio nel 2000) e Bancoposta Click (660 mila correntisti solo online in meno di un anno). E il vecchio libretto di risparmio si è ringiovanito. Le Poste ne hanno tipi diversi a seconda dell'età: il primo già a zero anni, lo aprono mamma e papà. Andare alle Poste per spedire un pacco sembra quasi residuale. Nell'ufficio gialloblù c'è tutto, o quasi: la vecchia pensione, prestiti personali, mutui, polizze vita, trasferimenti di denaro all'estero e dal 2007 un nuovo operatore telefonico, Poste Mobile (oltre 500 mila schede sim attive). Ma non sono tutte rose e fiori. Ancora oggi non tutto funziona come dovrebbe. Gli storici ritardi della posta italiana ancora fanno sognare la Royal Mail britannica e la consegna in poche ore. In Italia la posta è ormai solo prioritaria, «le tariffe sono aumentate ma il servizio annaspa, nonostante il comfort degli uffici postali», si lamenta Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. La sua associazione riceve centinaia di lettere di protesta per un servizio scarso: «Pacchi che si perdono, tornano indietro o arrivano a pezzi».

Un'inchiesta di Altroconsumo sui tempi di consegna di 280 lettere spedite con posta prioritaria in 15 città italiane ha dimostrato come l'85 per cento delle buste sia arrivato dopo il primo giorno, il 96 dopo tre giorni. E la stessa associazione ha subìto danni: «La nostra rivista non arriva più agli associati». Perciò Altroconsumo ha diffidato Poste Italiane «per il grave inadempimento del contratto con loro stipulato». Il problema, conclude Martinello, è che «Poste investe troppa energia nei servizi finanziari e poco o niente in quelli postali, quando invece il suo regime di monopolio legale la obbliga a degli standard di qualità». Ci vorrebbe «un'authority autonoma che controlli che le cose funzionino, anche in vista del 2011». Il primo gennaio di quell'anno il mercato postale europeo verrà aperto a tutti e chiunque potrà entrare in concorrenza con Poste. «Spero nel 2011 — dice anche Carlo Rienzi presidente del Codacons —, perché la concorrenza migliorerà il servizio, oggi non ci si può accontentare di 8 lettere puntuali su 10».

Ritardi e disagi postali affliggono tutti gli italiani (da sempre), ma sono stati i milanesi a soffrire di più nell'ultimo anno. Per la riorganizzazione del servizio postale nel Nord Italia, la Lombardia e in particolare il suo capoluogo (intorno al quale gira un terzo del traffico postale nazionale) hanno subìto disservizi e ritardi da incubo. Gli scioperi dell'inizio del 2008, dopo gli annunci di tagli al personale, hanno bloccato quintali di posta nei centri di smistamento, e negli ultimi due mesi decine di migliaia di raccomandate non sono mai arrivate, solo a Milano ogni giorno ne girano 65 mila. Racconta Cono Fusca di Cisl Poste Milano: «Dal 15 settembre si è fermato tutto, la gente ha preso d'assalto gli uffici, ma le raccomandate non c'erano, perché ferme nei depositi, trentamila». Poste Italiane aveva affidato ad una ditta esterna, la Carlo D'Angelo, la consegna della metà delle raccomandate milanesi. Dopo due mesi di denunce e proteste, la società è stata licenziata, il servizio è tornato alle Poste e le raccomandate sono ripartite. «Basterebbe reintegrare i vecchi postini spostati ad altre funzioni — suggerisce Fusca —, a dimostrazione del fatto che non serve licenziare e cercare fuori quello che qui c'è già». I cittadini aspettano e sperano.

corriere

18 nov 2008

Yahoo & Jerry Yang


I 17 controversi mesi di Yahoo! sotto la guida di Jerry Yang



Poco meno di un anno e mezzo. Tanto è durato il calvario di Jerry Yang, dalla metà di giugno del 2007, quando l'imperturbabile 40enne manager di chiare origini orientali salì sulla poltrona di Ceo di Yahoo! al posto dell'altro co-fondatore Terry Semel, fino a ieri pomeriggio, quando sono arrivate le sue dimissioni dalla carica di amministratore delegato della compagnia californiana. Il suo è stato un regno difficile, costellato da grandi intuizioni ma anche da tante (forse troppe) decisioni sbagliate. La sua inesauribile capacità di fare buon viso a cattiva sorte non l'ha salvato da quella che era una "fine" per molti prevedibile, sancita dai venti di crisi che hanno affossato il titolo Yahoo! in Borsa. Quando Yang divenne Ceo l'azione a Wall Street valeva 28,12 dollari, ieri ha chiuso a 10,63. È forse la sintesi più nitida della fine dell'era Yang, che ripercorriamo di seguito nelle sue tappe più salienti:
• Giugno 2007: Dopo una burrascosa assemblea degli azionisti, culminate con le dimissione dell'allora Ceo Terry Semel, Jerry Yang ne eredita la carica e le responsabilità in un momento avaro di soddisfazioni per la compagnia, che vive (parole di Semel) un anno di transizione. Ma l'investitura di Yang è orientata all'ottimismo: siamo ben posizionati per cogliere le grandi opportunità di crescita che il mercato ci propone. Lo dirà più volte in questi ultimi mesi per surrogare la sua ferma opposizione alla tentata scalata di Microsoft.
• Gennaio 2008: Yang presenta la nuova visione della società relativamente ai servizi di mail, uno dei punti di forza della strategia che vuole rendere il network dei siti Yahoo molto più fruibile per gli utenti, nell'ottica di incrementarne l'utilizzo. È il primo tassello della migrazione verso un ambiente più aperto che sfocerà poi nella recente Open Strategy.
• Gennaio 2008: La società annuncia con i risultati del quarto trimestre fiscale il taglio di 1.000 dipendenti. Yang si dice convinto di marciare nella giusta direzione e conferma che la trasformazione della compagnia, abbandonate le vesti di media company, sia un obiettivo raggiungibile anche in virtù dei talenti e del cash flow a disposizione.
• Febbraio 2008: Il primo giorno del mese arriva l'offerta pubblica di acquisto di Microsoft, che mette sul piatto 44,6 miliardi di dollari in contanti (31 dollari per azione) per comprare la compagnia. Il titolo di Yahoo! schizza l'indomani da 19,18 a 28,38 dollari sui listini azionari,
• Febbraio 2008: Dieci giorni dopo arriva la prima negative risposta a Microsoft: la proposta sottovaluta Yahoo!. Sarà il ritornello che Yang ripeterà più volte nei mesi a venire per rispondere a media e azionisti che gli chiedono il perché del gran rifiuto a Steve Ballmer.
• Aprile 2008: Microsoft lancia un ultimatum a Yahoo! e minaccia di parlare direttamente agli azionisti. La proposta di acquisto è salita a circa 47 miliardi di dollari, alzando la posta a 33 dollari.
• Maggio 2008: La trattativa salta definitivamente. Ballmer scrive una lettera a Yang in cui conferma ufficialmente che Microsoft non è più interessata a comprare Yahoo! e "accusa" il collega di aver lasciato sul tavolo un valore assai significativo.
• Maggio 2008: Le scaramucce fra i due contendenti proeguono. Yang rilancia affermando che Yahoo! non vale meno di 37 dollari per azione ed esortando i suoi dipendenti a dimostrare gli attributi di una compagnia entrata a far parte della classifica di Fortune 500. Le discussioni fra le due società riprendono.
• Giugno 2008: Yahoo! e Google annunciano una partnership sui servizi di search advertising legati ai risultati delle ricerche sui siti del network Yahoo! negli Stati Uniti. Dall'accordo la società conta di produrre nei primi dodici mesi ricavi per 800 milioni di dollari e liquidità per una cifra compresa fra 250 e 400 milioni di dollari. Cadono, per mano di Yang, le ipotesi di cessione delle attività di search a Microsoft, che per queste aveva offerto fino a 35 dollari per azione.
• Giugno 2008: 26: A fine mese, dopo le partenze di alcuni executive, Yahoo! annuncia una riorganizzazione mirata a centralizzare il potere decisionale.
• Luglio 2008: In pochi giorni Yahoo! prima respinge l'ennesimo tentativo di Microsoft di comprare gli asset dei servizi di ricerca e poi si vede attaccare dal finanziere Carl Icahn (che detiene il 5% delle azioni della società), che preme per sostituire il board della società e spianare la strada all'accordo con Microsoft. Yang patteggia con Ichan e gli promette un posto nel board.
• Agosto 2008: All'assemblea degli azionisti Yang di vede rinnovare la fiducia nonostante l'ostracismo di molti piccoli investitori.
• Ottobre 2008: Yahoo registra una flessione degli utili del 64%, deludendo le aspettative degli analisti e pagando il cattivo momento del mercato pubblicitario, e annuncia la forbice per altri 1.400 dipendenti. Yang non si scompone e conferma il suo ottimismo: Yahoo! è pronta a guadagnare quote di mercato quando il business del Web advertising tornerà a correre.
• Novembre 2008: A inizio mese arriva la doccia fredda del fallimento dell'accordo con Google sulla pubblicità on line. L'ostracismo del Dipartimento di Giustizia americano cancella il deal e le speranze di Yahoo! di tornare in tempi brevi a macinare ricavi e profitti.
• Novembre 2008: Il giorno 17 Yahoo! annuncia che Jerry Yang lascerà la carica di Ceo non appena verrà trovato un sostituto. Yang scrive l'ennesima mail ai dipendenti della compagnia. L'ultima.

ilsole24ore

16 nov 2008

Obama, il «presidente YouTube»


Primo video sul web dopo l'elezione. Reti sociali e 30enni: ecco il piano per una democrazia digitale


WASHINGTON — Negli anni '30 Franklin Delano Roosevelt fu il primo presidente a stabilire una comunicazione via etere coi cittadini con i suoi messaggi radiofonici settimanali. Negli anni '60 la rivoluzione della tv fu interpretata abilmente da John Kennedy. Ora tocca a Barack Obama, che non solo trasferisce su YouTube — e quindi sul computer — la formula delle conversazioni radiofoniche dei presidenti, ma è ben deciso a portare alla Casa Bianca i nuovi paradigmi comunicativi sperimentati nella campagna elettorale. In 21 mesi il leader democratico ha costruito una base sterminata di supporter: 3 milioni di americani che hanno fatto donazioni online, un milione e mezzo di volontari impegnati nella campagna, 5 milioni di cittadini che hanno seguito qualche suo discorso su YouTube.

È un patrimonio che Obama non intende disperdere. Erano passate appena 24 ore dalla vittoria elettorale del 4 novembre quando a fianco dei suoi siti della campagna — quello ufficiale e la rete sociale MyBarackObama.com, costruita per lui da geni del web come il fondatore di Netscape, Marc Andreessen, e Chris Hughes di Facebook — è spuntato change.gov: il luogo in cui Barack spiega i suoi giorni della «transizione». Obama vuole essere il primo «techpresident» della storia americana: ha messo al lavoro una squadra di esperti incaricati di adattare il suo stile di comunicazione diretta con i cittadini ai vincoli, ma anche alle opportunità offerte dall'attività di governo. La filosofia l'ha spiegata lui stesso a Steve Grove, il direttore della sezione News and Politics di YouTube: «Voglio creare le conversazioni al caminetto del Ventunesimo secolo. Voglio dialogare direttamente con gli americani: è un modo per promuovere la democrazia e rafforzare il governo».

Quella di una Casa Bianca che diventa (anche) rete sociale — una sorta di MyWhiteHouse.com — è una prospettiva che piace poco al mondo dei «media», abituati ad essere i mediatori tra il potere politico e il pubblico. Internet sta trasformando molti aspetti della vita sociale proprio grazie alla sua interattività. Ma creare un diverso sistema di analisi e interpretazione della realtà è impresa difficile e controversa. Obama, comunque, intende utilizzare Internet non solo nella comunicazione politica, ma in tutte le attività di governo. Non è il primo: Bill Clinton inaugurò nel '94 il primo sito della Casa Bianca e obbligò tutte le sue amministrazioni ad andare online. Ma erano esperienze ancora rudimentali. Anche Bush all'inizio della sua presidenza promise che il suo sito avrebbe trasformato la Casa Bianca in una casa di vetro. Ma con appena sei addetti, la sua struttura tecnologica non è mai decollata davvero. Obama, invece, non solo si è dotato di un software davvero partecipativo — un mix di musica, immagini, messaggi personalizzati, riflessioni serali che ti raggiungono anche sul telefonino, che cercano di dare all'interlocutore la sensazione di «essere a bordo» — ma ha investito molto sul web, in dollari e uomini: almeno cento addetti che si occupano di Internet a tempo pieno.

Dietro c'è un progetto di comunicazione immediato, ma anche una scommessa di lungo periodo: con la diffusione delle «reti sociali», i giovani e i trentenni autoreferenziali della cosiddetta «Me Generation» si starebbero trasformando in una «Generazione Noi». È la tesi (tutta da verificare) di alcuni sociologi e di imprenditori come Eric Greenberg, creatore di varie imprese innovative e autore di un saggio dedicato proprio alla «GenerationWe Revolution». Giovani con meno certezze, più attenti alle azioni concrete che agli schieramenti, che danno più importanza all'identificazione di soluzioni condivise che alla coerenza ideologica. E che, spera Obama, saranno più disposti dei giovani dei decenni passati a considerare il governo più partner che nemico. «Quando ha deriso l'Obama che vuole ridistribuire la ricchezza, accusandolo di essere un socialista, McCain non si è reso conto che la sensibilità a messaggi di questo tipo sta cambiando», dice Mike Hais, studioso della comunicazione politica e coautore di «Millennial Makeover», un saggio sull'impatto di MySpace e YouTube sulla politica Usa: «Per molti giovani la parola socialista ha poco significato, mentre la redistribuzione è un concetto sul quale si può ragionare». Non sarà facile, per Obama, tradurre queste teorie in consenso reale.

Una cosa è lo stile «ispirato» di una campagna elettorale, altra cosa è l'attività di governo con la sua «routine» quotidiana, le scelte dettate dalla ragion di Stato, le inevitabili contraddizioni. Un assaggio il neopresidente l'ha già avuto quando, dopo aver votato al Senato a favore di un controverso compromesso sulle intercettazioni telefoniche, è stato assediato sul suo sito dalle proteste di ben 30 mila supporter delusi. Obama non si è perso d'animo: insieme ai suoi consiglieri politici, si è immerso per ore in una «chat line», tentando di spiegare le ragioni di questa difficile scelta. Ma, con la democrazia interattiva, le sfide saranno quotidiane: ieri, ad esempio, sul sito di Obama sono comparsi messaggi del tipo «se Rahm Emanuel (il «duro» del Congresso scelto da Obama come capo di gabinetto, ndr) è il cambiamento, che Dio ci protegga».
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15 nov 2008

L'impero di Roman Abramovich



Il secondo uomo più ricco di Russia, il 41 enne Roma Abramovich. La rivista forbes calcola infatti un patrimonio personale di 23 miliardi di dollari.
Molto vicino al presidente russo Boris Yeltsin prima e Vladimir Putin dopo, la scalata al successo di Roman è legata a doppio file all'estabilishment politico russo post-Perestroika.
La montagna di soldi che, questo giovane con la faccia d'angelo ma dal passato certamente non limpido, ha accumulato nel giro di pochi anni deriva principalmente dalla compra vendita dei colossi statali dell'ex unione sovietica,messi sul mercato in seguito alla liberalizzazione dell'economia.
ma per questo golden boy del capitalismo russo la vita non è stata sempre generosa.
Orfano di entrambi i genitori in tenerissima età, Roma cresce nel nord della Russia nella famiglia di uno zio paterno, tecnico dell'industria petrolifera sovietica.
Laureato in ingegneria mineraria a Mosca, Roman guadagna i suoi primi rubli sul mercato nero, vendendo profumi e dentifrici.
Nel 1987, quando Mikhail Gorbache introduce le prime misure di liberalizzazione economica, insieme alla prima moglie Olga, figlia di un diplomatico russo, mette in piedi una piccola fabbrica di giocattoli.
"Roman ha raggiunto il successo in un lampo", raccontava qualche mesa fa un tabloid inglese la prima signora Abramovich.
"Non credo che avesse la minima idea di diventare così ricco."
Per essere arrivato così in alto, e in così breve tempo., il padron del chelsea deve ringraziare Boris Berezovsky.
E' infatti solo grazie l'ala protettrice di questo magnate russo del petrolio che riesce ad entrare nella ristretta cerchia di uomini d'affari che si muovono intorno al presidente Yeltsin.
Con Berezovsky nel 1995 porta a termine con successo la scalata al colosso petrolifero russo Sibneft.
La coppia riesce ad assicurarsi il controllo del gruppo per 100 milioni di dollari, una cifra irrisoria se la si paragona al business miliardario su cui stavano mettendo le mani.
Il detto "l'alunno supera il maestro" risulta quanto mai azzeccato per questa coppia.
L'uscita di scena di Yeltsin e l'arrivo al Cremlino di Vladimir Putin segna il tramonto di Berezovsky (ora in autoesilio a Londra).
Al contrario il rampante Abramovich, che aveva sostenuto anche finanziariamente la campagna presidenziale di Putin, resta sulla cresta dell'onda.
Si appropria della quota di Sibneft del suo ex-protettore e nel frattempo continua nella campagna acquisti.
Il settore nel quale si muove meglio resta quello delle commodity (alluminio, petrolio). La tecnica è sempre la stessa: compra partecipazioni di aziende russe ex-statali ad una frazione del loro valore, per poi rivenderle qualche anno dopo a prezzi stratosferici.
Nel 2004 vende la sua quota nella Russina Aluminium. L'anno dopo è la vota di Sibnef: il 72,6% della società nelle sue mani viene ceduto alla Gazprom per la cifra di 13 miliardi di dollari.
A fianco delle attività finanziarie, Abramovich si ritaglia anche un posto nella politica.
Un'attività questa che molti osservatori vedono non come una libera scelta, piuttosto come una decisione forzata per non finire nella lista nera degli oligarchi ostili a Putin.
La sua carica più importante la ottiene nel 2000, quando diventa governatore della Ciukotka, regione molto povera (ma strategica per il petrolio) al confine orientale estremo russo, vicino all'alaska.
Nel 2005 riconfermato alla carica da Putin, ha scucito di tasca sua centinaia di milioni di dollari per sviluppare quest'area di pescatori e cacciatori.
la scorsa estate il presidente Medvedev ha accettato le sue dimissioni dall'incarico.

Archiviata la politica Roman potrà ora dedicarsi alla sua ultima passione: il calcio.

Nel frattempo, siamo sicuri che le cronache mondane non ci risparmieranno dettagli sulle sue straordinarie ricchezze:
4 super yacht, dei quali il "Pelorus" ha un equipaggio di 40 persone, un elicottero e un cinema
2 sottomarini,
una ferrari Fxx da corsa (da oltre 1 milione di euro),
un Boeing 767 per 360 passeggeri, dotato di camera da letto su due piani, bar uffici, cucine e.. un sistema antimissile,
per non parlare degli immobili, a Londra (da 200 milioni di $), la fattoria del sussex, il castello in costa azzurra....

La sua ricchezza non l'ha certo salvaguardato dalla cronaca rosa, di cui negli ultimi tempi è spesso protagonista: prima il suo divorzio dalla seconda moglie Irina (da cui ha avuto 5 figli), poi per la passione per la sua nuova fiamma Daria Zhukova, 25 anni, ex modella (figli di un oligarca russo) con cui dovrebbe convolare a nozze (la cerimonia già prevista è stata rimandata per la crisi economica in corso ...)

Difficile pensare che le sue gesta d'amore possano passare inosservate. Ottanta milioni di euro per comprare quadri di Lucien freud, Francis Bacon e Alberto Giacometti, come regalo per la sua giovane Daria.
Poca cosa in confronto l'aver sborsato oltre un milione di euro per ingaggiare, la scorsa estate, la cantante Amy Winehouse all'inaugurazione della galleria d'arte della sua fidanzata!

(fonte: Uomini & Business)

12 nov 2008

Strategia e Guerra



Che cosa può insegnare un generale prussiano del XIX secolo impegnato a combattere le guerre napoleoniche a un manager o a un imprenditore dei nostri giorni? Tutto



Quando le alleanze si stringono, si sciolgono e si ricostruiscono a velocità supersonica; quando l'esperienza è impotente davanti a eventi senza precedenti; quando regole, principi e modalità di azione consolidati non valgono più, questo, secondo Carl von Clausewitz, è il momento di veri strateghi, in guerra come nel business. Frutto di una selezione curata di brani del classico "Dalla guerra", uno dei pilastri della strategia occidentale, il libro presenta un approccio che fonde la logica, la dialettica, la comprensione storica, l'approfondimento psicologico e lo studio sociologico in una coinvolgente esposizione di pensiero e azione strategici e offre al lettore moderno idee e principi ancora attuali e applicabili al XXI secolo.

Corredato da uno stimolante saggio critico dello Strategy Institute di The Boston Consulting Group, note storiche e estratti dagli scritti di altri pensatori, antichi e moderni, questo libro è una lettura importante per chiunque voglia comprendere i fondamentali della strategia in ogni situazione di competizione e incertezza.
Gli autori:
Carl von Clausewitz (1780-1831), nato in una famiglia della piccola borghesia, si arruolò nell’esercito prussiano a 12 anni e percorse tutta la scala gerarchica sino a diventare generale ed essere nominato amministratore della scuola di guerra di Berlino, carica che ricoprì dal 1818 al 1830. In questi anni lavorò al suo libro Della guerra.
Tiha von Ghyczy, già Partner di The Boston Consulting Group, insegna strategia alla Darden School of Business della University of Virginia ed è membro del BCG Strategy Institute.
Bolko von Oetinger, Senior Partner & Managing Director di The Boston Consulting Group, è fondatore e direttore dello Strategy Institute.
Christopher Bassford, già ufficiale dell’esercito statunitense, è professore di strategia al National War College, Washington D.C.
The Boston Consulting Group, una delle maggiori multinazionali della consulenza strategica di alta direzione, opera con 66 uffici in 38 paesi, ed è riconosciuta come leader nei processi di trasformazione strategica. Il BCG Strategy Institute è stato fondato per arricchirne il pensiero strategico attingendo a diversi campi disciplinari.

lo trovi QUI

10 nov 2008

Obama, il «Google president»


Quando la Silicon Valley si sente al governo



«Il 2008 è il nuovo 1776! (l’anno della rivoluzione americana, ndr). E forse il 2009 sarà il nuovo 1777, l’anno in cui abbiamo avuto una Costituzione». Due giorni dopo l’elezione di Barack Obama, il fondatore di Craiglist, il sito di annunci più ricco del web, che si chiama Craig Newmark, parla alla Stanford University. Newmark è contento; si sente parte della rivoluzione. Ricorda il ruolo cruciale dei social sites e dei blog in questa campagna. Dice che anche Craiglist «promuoverà gli sforzi di chi vuole diffondere nuove idee per governare oggi e nel futuro». Per governare.

La Silicon Valley, dalle otto di sera (Pacific Time) del 4 novembre, si sente abbastanza al governo. Operosamente al governo: per dire, le finestre della sede di Facebook su University Avenue a Palo Alto restano accese tutta la notte come quelle dello studio di Mussolini a piazza Venezia (oggi come quelle dello studio di Angelino Alfano a via Arenula, ma forse non c’entra molto). Uno dei fondatori di Facebook, Chris Hughes, è stato una colonna della campagna di Obama e della sua «Internet strategy». E Obama qui lo chiamano «il Google della politica». Non solo per l’enorme successo veloce; per la conoscenza delle nuove tecnologie e la capacità di usarle come nessun altro leader, finora. Anche per questo qui ha preso il 70 per cento dei voti, in certi sobborghi ricchi ha avuto 70 volte più finanziamenti del medio distretto postale americano; hanno tifato per lui gli imprenditori del Web 2.0 come i paladini dell’Internet strumento di democrazia e creatività collettiva come Laurence Lessig.

L’inventore di Creative Commons è professore alla Stanford Law School e ha appoggiato già dal 2007 (con un video su Youtube) Obama, di cui è stato collega alla University of Chicago (curiosità: nell’ostensione globale-totale della biografia del neopresidente, i media che effettivamente tifavano per lui pietosamente hanno taciuto sul fatto che sia un ex professore universitario; causa storico anti-intellettualismo americano non avrebbe avuto una chance). Comunque. Passati i festeggiamenti, c’è una Silicon Valley obamiana libertaria (di destra?) e una Silicon Valley obamiana liberista (di sinistra?). Spesso non è proprio una frattura, è più una schizofrenia; a volte si tratta delle stesse persone a diverse ore della giornata. Quando lavorano nella aziendina o aziendona che hanno fondato, dicono «mi aspetto che Obama mantenga la sua promessa di eliminare tutti le tasse sui capital gains per le startup». Quando smettono di lavorare e riaccendono il computer (qui molti girano senza pantaloni, nel senso che stanno in bermuda; quasi nessuno gira senza Mac o pc) magari vanno sul sito di Lessig.

Il «giurista dei digerati» (viene da digitale e letterati, sarebbero gli intellettuali e i creativi della zona) ha creato online l’organizzazione anticorruzione Change Congress e non si fida dei politici: «Passano la maggior parte del tempo a raccogliere soldi per essere eletti o rieletti». Molti di questi soldi vengono dai lobbisti. I lobbisti difendono le multinazionali, i grandi network, i produttori di film e musica. Lessig, che via Creative Commons, siti in cui si mettono a disposizione opere creative e copyright, sostiene che sul web si può condividere, il che è legale, e scaricare, che non lo è; ma lo fanno tutti. Ora vorrebbe che l’amministrazione Obama cambiasse le leggi sul copyright; mantenendolo per le opere nella loro interezza, ma decriminalizzando la condivisione dei files, e l’uso parziale per remix creativi (Remix è il titolo del suo ultimo libro, uno dei pochi effettivamente letti nella valle). E vorrebbe, come molti altri, che Obama mantenesse la sua altra promessa, sulla net neutrality: la neutralità dei provider con cui ci si connette alla rete, in modo che tutti possano accedere a tutto (da senatore, aveva registrato un podcast sul tema,; spiegando che se i grandi provider ottenessero per legge un Internet a due velocità, privilegiato e da barboni, selezionando i contenuti, molti cittadini non potrebbero scaricare neanche le sue parole).

Per ora, Obama ha risposto nominando un veterano di Internet nella sua transition team che valuterà i membri della prossima amministrazione: Julius Genachowski, già capo della commissione obamiana su tecnologie e innovazione. Dovrebbe dire la sua sul capo della Federal Communication Commission, sul segretario al Commercio, su altre nomine importanti. Qualcuno partirà dalla Silicon Valley, si prevede. Qualcuno era già a Chicago la notte della vittoria. Come Sam Perry, venture capitalist della valle e finanziatore elettorale, sulla cui spalla a Grant Park ha pianto Oprah Winfrey, conduttrice-diva della tv e prima sponsor cruciale di Obama. I due non si conoscevano. Ma tutti e due hanno fatto la loro parte, il Google President lo sa.

corriere

5 nov 2008

OBAMA: Yes We Can


Barack Hussein Obama Jr. nasce a Honolulu (Hawaii, USA) il 4 agosto 1961.
Il padre, keniota agnostico ed ex pastore, emigrato negli Stati Uniti per studiare conosce la studentessa Ann Dunham (di Wichita, Kansas); la coppia frequenta ancora l'università quando il piccolo Barack nasce.

Nel 1963 i genitori si separano; il padre si trasferisce ad Harvard per completare gli studi, poi fa ritorno in Kenya. Rivedrà il figlio solo in un'occasione poi morirà nel suo paese natale nel 1982. La madre si risposa: il nuovo marito è Lolo Soetoro, indonesiano, altro ex collega universitario, da cui avrà una figlia. Soetoro muore nel 1993 e Ann si trasferisce a Giakarta con il piccolo Obama. Qui nasce la figlia Maya Soetoro-Ng. Obama frequenta le scuole elementari fino ai suoi 10 anni, poi torna ad Honolulu per ricevere una migliore istruzione.
Viene cresciuto inizialmente dai nonni materni (Madelyn Dunham) e poi dalla madre che li raggiunge.

Dopo il liceo studia all'Occidental College prima di spostarsi al Columbia College della Columbia University. Qui consegue una laurea in scienze politiche con una specializzazione in relazioni internazionali. Inizia quindi a lavorare per la "Business International Corporation" (poi diverrà parte del "The Economist Group"), agenzia fornitrice di notizie economiche di carattere internazionale.

Obama si trasferisce poi a Chicago per dirigere un progetto non profit che assiste le chiese locali nell'organizzare programmi di apprendistato per i residenti dei quartieri poveri nel South Side. Lascia Chicago nel 1988 per andare ad Harvard, per tre anni, dove approfondisce gli studi di giurisprudenza. Nel febbraio 1990 è il primo afroamericano presidente della celebre rivista "Harvard Law Review".

Nel 1989 conosce Michelle Robinson, avvocato associato nello studio dove Obama sta facendo uno stage estivo. Ottiene il dottorato magna cum laude nel 1991 e l'anno seguente sposa Michelle.

Tornato a Chicago dirige il movimento "voter registration drive", per far registrare al voto quanti più elettori possibili. Diviene avvocato associato dello studio legale Miner, Barnhill & Galland e lavora per difendere organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti civili e del diritto di voto.
Nel 1995 scrive un libro dal titolo "Dreams from My Father", in cui descrive l'esperienza di crescere con la famiglia della madre, famiglia bianca, di ceto medio. La madre morirà solo poco tempo dopo la pubblicazione del libro. Intanto nel 1993 inizia a insegnare Diritto costituzionale presso la Scuola di legge dell'Univerisità di Chicago, attività che porta avanti fino al 2004 quando si candida per il Partito Democratico e viene eletto al Senato federale.

Sin dal suo discorso inaugurale riceve una vasta notorietà a livello nazionale. E' l'unico senatore afroamericano quando a Springfield, capitale dell'Illinois, il 10 febbraio 2007 annuncia ufficialmente la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 2008. Membro del suo stesso partito e anche lei in corsa per la Casa Bianca è Hillary Clinton, moglie dell'ex Presidente USA. Dopo una lunga cavalcata testa a testa, le primarie si concludono all'inizio del mese di giugno 2008 con la vittoria di Obama.

Il suo rivale alle elezioni del mese di novembre 2008 è John McCain. Obama stavince: è il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America, il primo nero.

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